Atlanta: possibile ricostruzione?
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La delusione degli Hawks per come sono andati i Playoff non equivale di certo a quella provata dai Cavs, ma ci siamo quasi. Non è tanto l’eliminazione che brucia nel cuore e nella mente dei tifosi e dei giocatori, ma è il modo in cui è arrivata. Un secco 4-0 e tanti saluti ai sogni di gloria. Non si sa bene cosa sia accaduto, ma dopo avere migliorato nuovamente il record di vittorie stagionali e dopo aver agguantato il terzo posto in regular season, Atlanta si è come sfaldata nella post season perdendo quei principi di squadra fisica e pericolosa che l’avevano accompagnata per tutta la durata della stagione. Nella serie contro i Bucks, dopo le due vittorie iniziali, è calata la concentrazione e per poco non avveniva il colpaccio da parte degli uomini di Scott Skiles.
Gli Hawks sono riusciti a rimediare ai tanti sbagli commessi, strappando una qualificazione all’ultimo respiro. La sensazione che ci fosse già qualcosa che non andava aveva spinto tutti gli addetti ai lavori ad uno stato di preoccupazione raggelante. Gli Orlando Magic sarebbero stati un test probante e a dir poco proibitivo e la paura è salita di giorno in giorno. Dopo le prime due sconfitte in Florida, si respirava già aria di eliminazione e nemmeno il trasferimento alla Philips Arena ha cambiato le cose. Howard e compagni l’hanno spuntata più facilmente del previsto e la cosa non è andata giù alla dirigenza degli Hawks che ora minaccia cambiamenti. Ma a chi possono essere attribuite le colpe di tale cappotto? Molto probabilmente ad un calo fisico che ha completamente spezzato le gambe alla squadra. Joe Johnson e Josh Smith sono stati a dir poco imbarazzanti nella serie contro Orlando ed è stata proprio questa, forse, la mancanza più grande degli Hawks. Manca un trascinatore, uno che sappia portare la squadra alla vittoria senza molti indugi, uno alla Bryant per intenderci. Johnson, pur il suo grande talento, non è sicuramente una stella assoluta e mai e poi mai riuscirebbe a portare da solo una squadra al titolo. Smith è un ottima spalla, ma è troppo altalenante (soprattutto a livello offensivo) per poter essere decisivo. L’idea è quella che Atlanta sia una squadra complementare cioè con tanti giocatori di complemento che messi insieme formano un buon collettivo, ma nulla più. Per questo si pensava ad una piccola rivoluzione.
Il primo ad essere in bilico è come sempre il coach. In tutti questi anni Mike Woodson non ha saputo forgiare i suoi come avrebbe dovuto e molte volte è stato definito un allenatore senza i cosiddetti. E’ riuscito ad amalgamare il gruppo, ma non a dare quell’impronta vincente che magari riuscirebbe a dare qualche altro coach. Per ciò, ora come ora, ci si guarda intorno, anche se voci su possibili sostituti non sono ancora saltate da orecchio a orecchio. Poi c’è da affrontare la possibile partenza di Joe Johnson che rischia di diventare realtà. Si è parlato tanto di un suo ritorno a Boston, si parla di Chicago, dei Clippers e di tante altre squadre, ma un rumors concreto al momento non c’è e JJ potrebbe anche rimanere lì dov’è. Ma allora cosa bisogna fare per puntare finalmente al titolo? Ad Atlanta vige la paura di finire come nell’era Wilkins. Tanti sogni, ma poca serietà nel farli diventare realtà e quindi buttare al vento un’altra possibilità di vedere il primo banner alzarsi al soffitto della Philips Arena da quando la squadra è nella città della Georgia. Purtroppo però il periodo felice per questa franchigia è destinato sempre a tramontare all’ombra dell’insormontabile dominio di Celtics e Lakers, come successe vent’anni or sono.
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Commenti all'articolo (1)
Servirà un lungo puro per poter far giocare Horford da ala grande (il suo ruolo). E poi va ceduto in qualche modo Mike Bibby (ha 2 anni di contratto) per far porto ad un play + "performante".