Aggiornamenti da maggio, 2007 Mostra/nascondi commenti | Scorciatoie da tastiera

  • Penny 13:58 il 15 May 2007 Permalink | Rispondi  

    T-Mac 13 punti in 35 secondi 

    “Do you believe in miracles?” Questo sembrava chiedere il numero 1 degli Houston Rockets all’head coach degli Spurs, Gregg Popovich, dopo il più incredibile finale di 4/4 a cui il Toyota Center abbia mai potuto assistere. Quando si dice “prendere per mano la squadra e portarla alla vittoria”, questo ha fatto il 9 dicembre 2004 la guardia di Houston con un finale di gara da 100% al tiro, ha ribaltato il risultato che fino a 35 secondi dall’ultima sirena sembrava già segnato. Invece a partita conclusa il tabellone segnava 80 per i più quotati ospiti e, udite udite, 81 per i locali, e per quest’ultimi si poteva scrivere anche solo un nome, Tracy McGrady.

    La prova entusiasmante di T-Mac risalta maggiormente se si considera il valore degli avversari, gli Spurs 2004/2005, non potevano certamente essere definiti una squadra materasso, e tanto meno abituati a rimonte del genere, essendo la franchigia che pochi mesi prima aveva portato a casa l’anello in finale contro i New Jersey Nets. Ma veniamo ai fatti: il giallo del Miracle of the Toyota Center entra nel vivo a 52’’ dalla fine, quando gli Spurs sono sopra di 10, ovvero almeno quattro possessi di vantaggio, grazie al solito contributo dell’mvp dei precedenti playoff, Tim Duncan (26 punti e 18 rimbalzi). Mai avrebbero pensato di perdere questa partita, ma non avevano ancora preso in cosiderazione il fattore McGrady, che sul 68-76 San Antonio , a 35’’ dalla sirena, apre lo show mettendo a segno la bomba del 71-76. Dopo due ovvi tiri liberi concessi agli ospiti per bloccare il cronometro, Tracy ci riprova contro sua maestà Duncan a 24’’ dalla sirena e non solo gli infila la tripla sotto il naso, ma si prende anche il fallo del potenziale gioco da 4 punti – che ovviamente non sbaglia – riducendo lo svantaggio a -3. Nell’azione successiva gli Spurs raggiungono quota 80 e a questo punto la stella dei Rockets si prende tutte le responsabilità del caso: sovrasta Tony Parker nella rimessa, sfida one vs one Bowen, il miglior difensore della lega, e grazie alla sua capacità innata di elevarsi in aria insacca un’altra bomba da 3, rischiando di subire anche l’ennesimo fallo. Mancano 11’’ e, con San Antonio 3 punti sopra e palla in mano, sembra che i titoli di coda stiano già scorrendo e che la gente cominci a lasciare il cinematografo, finché David Brown, cercando di entrare nella zona pitturata per chiudere definitivamente i giochi, deraglia come un treno in curva a piena velocità, e la palla viene recuperata da T-Mac. Quindi dietro-front, tutti seduti, l’hot dog con cipolle del post-partita è rimandato. Parte il coast-to-coast: T-Mac supera la metà campo ed è già pronto per provarne un’altra. A 1.7’’ dall’ultima sirena, incredibilmente la mette dentro, quarta tripla di fila e sorpasso Rockets. La miglior prestazione Nba degli ultimi 35’’.

    “Do you believe in miracles?”. No qualcosa di più è quest’ultimo arresto e tiro contro 4 difensori, ma McGrady quella notte, in piena trance agonistica, avrebbe fatto canestro con la palla da basket anche nel barattolo degli spinaci di Braccio di Ferro. Chiude con 33 punti e con la consapevolezza che il giallo è stato svelato: la vittima veste nero-argento, il luogo del delitto è il Toyota Center, Houston, Texas, l’ora del decesso risale agli ultimi 35’’ del 4/4, i testimoni sono centinaia. Tutti gli indizi ricadono su di lui: l’assassino è ovviamente… T-Mac!

     
    • T-MAC 02:47 il 16 agosto 2008 Permalink | Rispondi

      semplicemente unico nonostante i suoi problemi fisici rimane sempre uno dei migliori giocatori della nba comunque t-mac tira + di kobe da 3

  • 19:00 il 7 October 2006 Permalink | Rispondi  

    1983 – Ralph Sampson 

    Magro lo era. Magra la sua carriera è stata. Eppure Ralph Sampson (7-4) incantò gli States per tutta la durata del suo quadriennio collegiale speso alla University of Virginia, ottenenendo il prestigioso Naismith Award as the National Player of the Year per 3 volte, impresa riuscita prima di lui al solo Bill Walton di UCLA. Nel 1981, da sophomore, riuscì a condurre il suo ateneo fino alle Final Four. Splendente di luce propria, Sampson balzò spesso sull’ambita copertina di Sports Illustrated che di rado ha concesso spazio a meteore; in aggiunta, la maniera di tenere il campo di questo centro di appena un quintale distribuito in 2,24 metri di altezza colpì gli addetti ai lavori che, in prossimità dell’estate del 1983, previdero il radioso destino di Ralph.

    Fu infatti scelto al numero 1 assoluto dai fortunati Houston Rockets che poterono avvalersi di una lotteria a loro così favorevole anche l’anno seguente, quando si affacciò alla NBA un nugolo di rookies dal talento indiscusso: secondo l’allora general manager del team texano, il primo per futuribilità era Akeem Olajuwon (7-0). Nacquero le “Twin Towers” e con loro un nuovo sistema di gioco che costrinse gli avversari a studiare ingegnose difese capaci di arginare le lunghe leve delle due stelle. Aggiunta una H al proprio nome di battesimo, il nigeriano cominciò ad incasellare una serie di risultati costellanti la sua leggenda acuita dalla conquista di 2 titoli (1993-94 e 1994-95) sotto Rudy Tomjanovich, sempre in maglia Rockets. Al contrario, Sampson non modificò la propria identità, piuttosto talvolta si improvvisò point guard spiazzando i cultori del basket: ammirare un lungo, davvero lungo, portare palla con destrezza era travolgente, come i numeri racimolati nella stagione di esordio che valsero al prodotto di Virginia l’ennesimo trofeo (NBA Rookie of the Year). I tifosi si abituarono presto al caldo clima dei playoffs e a Houston nulla pareva poter arrestare quest’ascesa rivoluzionaria. In posizione di power forward, per permettere ad Olajuwon di affinarsi come stoppatore (attualmente questi è il leader NBA di ogni epoca per questa categoria) sotto il tabellone, Ralph potè esprimersi al meglio addirittura portando con un canestro allo scadere il team di Houston alla sua seconda finale, poi persa 4-2 contro i Celtics di K.C. Jones. Dopodiché il declino improvviso.

    Per problemi cronici alle ginocchia, l’atipico gigante dovette cedere il passo e defilarsi: la sua stella si opacizzò e in breve uscì dall’olimpo. Fu ceduto a stagione in corso ai Golden State Warriors dove, nella stagione 1987-88, giocò 33,0 minuti di media per 29 gare, di cui 25 da starter: segnò 15,4 punti a partita e raccolse (catturare per uno della sua stazza sarebbe un termine inopportuno) 10,0 rimbalzi. L’anno successivo i Warriors centrarono i playoffs e vennero sconfitti 4-1 dai Phoenix Suns nelle semifinali della Western Conference. L’apporto di Sampson tuttavia calò drasticamente: ai 6,4 punti aggiunse 5,0 rimbalzi in poco più di un quarto d’ora di utilizzo. Da qui il passaggio ai Sacramento Kings che gli garantirono per un biennio un ruolo marginale. La sua ultima destinazione pro fu Washington, squadra in cui Ralph militò per una sola stagione, la nona. Da quando lasciò Houston, la sua presenza in campo, assieme alla produttività offensiva, subì una riduzione che lo portò, neanche 32enne, a togliersi di dosso la canotta. In seguito provò ad allenare a livelli minori con risultati insoddisfacenti. Scomparso dalla circolazione, è tornato alla ribalta, purtroppo per lui, per questioni giudiziarie. E pensare che chiunque, a cavallo degli anni ‘80, aveva scommesso su Ralph Sampson.

     
  • 18:51 il 26 September 2006 Permalink | Rispondi  

    1992 – Quando sognare faceva il Dream Team 

    Disfatta dopo disfatta, la selezione statunitense ha smesso da anni di fregiarsi sia del titolo di campione olimpico, sia di quello mondiale. Il colpo è stato accusato dalla Krzyzewski-band costretta a chinarsi nel nuovo millennio al cospetto di una grecia omerica: a San Antonio sono stati divelti gli stendardi appesi al soffitto della SBC Center riportanti l’altisonante scritta ‘NBA World Championship’ per essere sostituiti con i più modesti ‘NBA Championship’, e così avverrà nelle altre arene. Un passo indietro di fronte al basket mondiale moderno, reo alle Olimpiadi di Barcellona di soccombere sotto i colpi di una corazzata che faceva sognare: il Dream Team. Per quell’occasione Chuck Daly, l’allora bianellato head coach dei duri a morire Detroit Pistons, potè avvalersi di una nuova regola che gli consentiva di convocare giocatori professionisti, invece dei pur talentuosi ma inesperti collegiali. Alle chiamate dello staff a stelle e strisce risposero all’unisono i campioni, bramosi di confrontarsi con una realtà da scoprire. E da conquistare, ricambiando dopo cinque secoli il favore di un certo Colombo. Fu assemblata una formazione che sulla carta avrebbe ricoperto divinamente ogni angolo del parquet. Pur senza allenarsi, la presenza di uomini ovunque rinomati per le gesta da effetti speciali compiute in lungo e in largo negli Stati Uniti incuteva timore nei colossi europei e non, e agli allenatori avversari non rimase che imporre negli spogliatoi quale unico obiettivo: “Dobbiamo cercare di salvare la faccia!” Nessuno li riusciva ad immagine assieme, con la medesima casacca indosso; chiunque si domandava quale fosse il loro reale valore una volta sbarcati in territorio iberico. Loro erano:

    Barkley, Charles – Phoenix Suns… 6-6, forward

    Bird, Larry – Boston Celtics… 6-9, forward

    Drexler, Clyde – Portland Trail Blazers… 6-7, guard

    Ewing, Patrick – New York Knicks… 7-0, center

    Johnson, Earvin “Magic” – Los Angeles Lakers… 6-9, guard

    Jordan, Michael – Chicago Bulls… 6-6, guard

    Laettner, Christian – Duke University (NCAA)… 6-11, forward

    Malone, Karl – Utah Jazz… 6-9, forward

    Mullin, Chris – Golden State Warriors… 6-7, forward

    Pippen, Scottie – Chicago Bulls… 6-7, forward

    Robinson, David – San Antonio Spurs… 7-1, center

    Stockton, John – Utah Jazz… 6-1, guard

    Gente che ha saputo assestarsi per intere carriere su medie stellari, cestisti che hanno ritoccato qualsiasi record, che hanno modificato la pallacanestro rendendo gustosa ai solitamente infuocati tifosi del vecchio continente persino una roboante sconfitta. Già, perché in finale i croati caddero 117 a 85, con uno scarto di 32 punti che nemmeno stupì: nella fase a gironi l’Angola fu sconfitta di 68 punti, la Croazia di 33, la Germania di 43, il Brasile di 44, la Spagna padrona di casa di 41, il Porto Rico di 38 e, in semifinale, la Lituania di 51. Cifre da sogno, impareggiabili. Il Dream Team ammaliò e vinse, così il basket che visse una pagina memorabile, oggi rivoltata da Pau Gasol, a Memphis via Barcellona, e compagni.

     
    • Nicola, Pistoia 19:29 il 13 febbraio 2009 Permalink | Rispondi

      Dream team '92, the only one!

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