Aggiornamenti da settembre, 2007 Mostra/nascondi commenti | Scorciatoie da tastiera

  • 15:32 il 20 September 2007 Permalink | Rispondi
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    Quale futuro per i Nuggets versione 07/08? 

    Quando si vuol parlare di una squadra in questa parte dell’anno, con il campionato fermo ed i free-agent più prestigiosi già collocati, è impossibile non fare riferimento a quali sono state le mosse di mercato effettuate ed in base ad esse ipotizzare i risultati per il 2007/08. La franchigia presa in analisi è quella dei Nuggets.

    L’off-season del team situato nella Città ad un miglio di altezza dal mare risulta abbastanza “statica”: a livello dirigenziale alla fine dell’anno (dopo la secca eliminazione 4-1 subita per mano degli Spurs – poi futuri campioni NBA) è stato mandato via il General Manager Kiki Vandeweghe a cui non sono bastate le firme di Iverson, Nene, Smith (tutti e tre sono arrivati sotto la sua direzione) e la scelta di Carmelo Anthony al draft 2004 per essere salvato dal “potenziale” errore Kenyon Martin. A livello di trade invece l’unico ingaggio significativo risulta l’arrivo di Steven Hunter acquistato dai 76ers in cambio di Reggie Evans. Entrambe le mosse, come già in parte anticipato,sono legate in qualche modo a K-Mart, andiamo a scoprirne i dettagli. Vanderweghe nell’estate 2004 firmò l’ex-numero sei dei Nets, proveniente da due finali (2002 e 2003), ad una cifra già all’epoca considerata esorbitante perchè molto superiore al reale valore del free-agent: più di 90 milioni di dollari spalmati in sette anni. Martin disputo’ un 2004/05 leggermente inferiore alla precedente annata (chiuse con 15.5 punti, 1.1 stoppate, 2.4 assists e 7.3 rimbalzi) per poi crollare nel 2005/06 dove una ripetuta serie d’infortuni al ginocchio lo costrinsero ad appena 56 presenze e nella post-season, probabilmente anche per via della frustrazione causatogli dai continui dolori, andò in escandescenza con George Karl (i due litigarono nell’intervallo di gara 3 della serie Nuggets-Clips) e quest’ultimo decise di collocare l’ex-New Jersey fuori squadra per il resto dei playoffs.

    Non bastò un’estate di completo riposo per riportare in sesto la prima scelta al draft del 2001 poichè, dopo appena due partite dello scorso campionato, fu sottoposto ad un intervento di artroscopia trasformatosi, a causa delle pessime condizioni di salute in cui verteva il ginocchio, in microfrattura e ciò costrinse K-Mart a vivere tutto il 2006/07 a bordo campo. Dal 2006 in poi si è più volte ipotizzata una sua cessione, tuttavia l’elevato ingaggio e le precarie condizioni fisiche lo rendono virtualmente incedibile e proprio questa situazione (che costerà ai Nuggets ancora 60 milioni di dollari) ha fatto “saltare” la testa di Kiki. Bisogna dire, però, che questo è lo scenario peggiore in quanto tutti i tifosi dei Bianco-Celesti sperano che Kenyon Martin, dopo l’intervento e la riabilitazione, possa tornare al 100% in modo da permettere al team di disporre di un reparto lunghi fra i più efficaci di tutta la lega. Lo scorso anno potendo contare “solo” su Camby (miglior difensore del 2006/07), Nene e Evans nessuno di essi riuscì a limitare in modo efficace Tim Duncan e non a caso, nonostante il trio Anthony-Iverson-Smith, gli Speroni asfaltarono 4-1 le Pepite. Nemmeno un Kenyon Martin al 100%, come quello della versione 2002/03, sarebbe riuscito da solo a porre un freno al Caraibico, ma in coppia con Camby e con Nenè pronto ad entrare dalla panchina la situazione per il numero 21 dei Nero-Argento si sarebbe complicata e non di poco.

    Però queste ipotesi, tornando al discorso Vanderweghe, non sono bastate ad accontentare la dirigenza e dopo tre anni di risultati sempre uguali (eliminazione al primo turno) è stato esonerato dall’incarico. La firma di Hunter rispecchia ancora una volta le aspettative di Denver: cifre alla mano Evans è migliore di Hunter, tuttavia quest’ultimo dispone di un ingaggio più basso (cosa da non sottovalutare quando si ha un monte salari fra i più impallati di tutta la lega) e poi si spera che il rendimento “perso” con la partenza di Evans sia surclassato dal ritorno in perfetta forma di Kenyon Martin. Se cosi’ fosse diventa difficile immaginare cosa possa fare un team composto da un Iverson maturo (non più solo realizzatore ma anche, come visto nelle ultime due stagioni, passatore), un Anthony cresciuto (confermatosi fra i migliori di Team USA), un Camby all’apice della carriera, un Nene più esperto e per l’appunto un Martin tornato in forma e soprattutto desideroso di mostrare all’opinione pubblica di non essere una peso morto e di meritare il proprio ingaggio. George Karl potrebbe avere tutti gli ingredienti necessari per acciuffare cio’ che nel 1996, quando era alla guida dei Sonics, riuscì solo a sfiorare (finale NBA persa 4-2 contro i Bulls di Jordan); oltre a Martin dovranno fare la loro parte anche Nene (magari accontentandosi di partire dalla panchina), JR Smith (in scadenza di contratto per la fine dell’anno) e la panchina (dove bisognerà trovare un giusto equilibrio).

     
    • dwyane4 01:27 il 14 dicembre 2008 Permalink | Rispondi

      Carmelo Anthony è stato draftato nel 2003 non nel 2004

  • 15:09 il 13 September 2007 Permalink | Rispondi
    Tag: , Sam Bowie   

    Stagione finita: l’ombra di Sam Bowie su Greg Oden 

    Uno dei draft più famosi nella storia della Lega fu quello del 1984. La prima scelta assoluta fu Hakeem Olajuwon (accasatosi a Houston), mentre i Portland Trail Blazers, titolari del secondo pallino, optarono per tale Sam Bowie piuttosto che una discreta guardia di North Carolina University, tale Michael Jordan. Bowie vantava ottime credenziali, e Portland si era già assicurata una shooting guard l’anno prima con Clyde Drexler: ecco perché Portland non scelse MJ. Tutti sanno come è poi andata finire. Jordan è diventato His Aireness, mentre Bowie si perse in una spirale di infortuni e mediocrità. Ma nell’Oregon ci si mangia ancora le mani ripensando a quel draft, e i fantasmi di allora tornano ad aleggiare nel North West.

    Infatti, per la serie la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo, i Portland Trail Blazers dovranno rinunciare quasi certamente per tutta la stagione 2007-2008 ai servigi della loro prima scelta. Greg Oden è stato infatti operato a Vancouver per una microfrattura al ginocchio destro e durante l’operazione è stata scoperta una grave (benché non particolarmente estesa) lesione cartilaginea. I tempi di recupero del prodigioso centro vanno dai 6 ai 12 mesi: come dire, il suo anno da rookie è già passato agli archivi. Brutta tegola per Portland, non c’è che dire.

    Ci sembra peraltro troppo facile parlare col senno di poi, e affermare che i Blazers avrebbero dovuto prendere Durant, come già si pontifica. Oden è stato scelto perché 10 degli ultimi 14 titoli NBA sono stati vinti da squadre aventi centri dominanti: Hakeem Olajuwon, Shaquille O’ Neal e Tim Duncan. E tre dei restanti titoli sono stati appannaggio di un giocatore probabimente irripetibile, appunto Jordan. Programmare il futuro prendendo un perno potenzialmente altrettanto dominante quale l’ex centro di Ohio State è stata sicuramente una saggia decisione, resa sfortunata dalla contingenza. Fanno peraltro bene i dirimpettai di Seattle a godersi quel Kevin Durant che per molti si meritava la prima scelta, e a New York ringraziare per l’arrivo di un Randolph che a questo punto sarà certamente rimpianto nell’Oregon. Tempi duri invece per David Stern: dovrà inventare qualcosa per sostituire al canovaccio Oden vs Durant il ruolo di scacciapensieri nell’opinione pubblica dopo i vari scandali arbitrali di questa estate. L’hanno scampata bella anche i Boston Celtics, strafavoriti per l’assegnazione della prima scelta a Giugno (con la quale avrebbero certamente scelto Oden, “nuovo Bill Russel”): Garnett non sarebbe mai arrivato.

    Per il povero Oden si prospetta un anno di tormenti. Si spera che la sua giovane età allontani gli spettri di un tipo di infortunio che ha inficiato parecchie carriere (quella di Chris Webber su tutti). Amare Stoudemire è uscito piuttosto bene da un simile intoppo, perdendo forse in esplosività, ma riuscendo a tornare decisivo, e comunque sui suoi livelli. La speranza è che per Oden accada almeno altrettanto.

     
  • 15:03 il 8 September 2007 Permalink | Rispondi
    Tag: Mike Krzyzewski   

    Prove tecniche di Dream Team: il fattore K 

    La lunga marcia della nazionale di basket americana verso Pechino ha appena concluso una delle tappe più significative: il torneo pre-olimpico di Las Vegas. Una manifestazione forse discutibile (tante partite inutili per poi giocarsi tutto nella semifinale), ma che ha permesso agli Stati Uniti non tanto di staccare il biglietto per la Cina, quanto di recuperare parte della propria credibilità al mattino, guardandosi allo specchio.

    La nazionale NBA non si issa sul tetto del mondo da Sydney 2000. Da allora, solo rovesci. Alcuni dolorosi, come lo stop inflittogli dalla divina Argentina di Ginobili ad Atene 2004. Altri umilianti, come la lezione di basket subita dalle strepitose formichine greche agli ultimi mondiali. Mike Krzyzewski è ripartito dell’ infausta serata di Saitama per ridisegnare l’architettura della squadra che a Pechino non potrà fallire l’appuntamento coi cinque cerchi, per non minare ulteriormente il mito della Lega. Ha aggiunto due autentici leader, in grado di fornire quel quid (anche a livello caratteriale) che dovrebbe di nuovo far pendere l’ago della bilancia verso gli States: Kobe Bryant e Jason Kidd.

    L’asso di Los Angeles costituisce assieme ai suoi più giovani rivali LeBron James e Carmelo Anthony la punta di diamante indiscussa in quanto a talento e carisma. Dei “tre tenori”, Kobe sarà di gran lunga il più atteso e colui che avrà le responsabilità maggiori nei momenti decisivi per l’oro. Condannato a quanto pare ad un altro anno di prigione dorata in California, la vetrina olimpica sarà un’occasione irripetibile per Kobe, il quale dovrà tuttavia cercare di evitare sterili rivalità da primadonna con LeBron. Il playmaker dei New Jersey Nets ha invece confermato di essere l’indispensabile guida per gestire al meglio, con fosforo e fantasia, tanta potenza di fuoco. Ben spalleggiato da Billups, Kidd farà certamente compiere un salto di qualità agli Usa, sopratutto rispetto agli ultimi mondiali: allora i playmaker erano Paul e Heinrich, decisamente meno esperti e complessivamente meno preparati. Krzyzewski ha dunque imparato la lezione, correggendo un’altra pecca apparsa un anno fa nel Sol Levante: la mancanza di tiratori incisivi, risolta con il contributo di Redd e Miller, e con l’esplosivo Anthony, probabilmente il migliore in assoluto a Las Vegas (gli schemi veloci del vice – coach D’antoni del resto ne valorizzano l’esplosività al tiro più di quanto non faccia George Karl a Denver, per dirla tutta). Se tra 12 mesi ci sarà pure Wade, sarà davvero problematico fermare gli straripanti attacchi americani.

    A voler cercare il pelo nell’uovo, forse sotto canestro mancano i migliori lunghi possibili, ma gli americano sembrano destinati ad andare lontano. Il test col Brasile, l’unico team di livello al completo, è andato alla perfezione, mentre l’ Argentina (con Scola unico big, ormai pronto per l’avventura con Houston) ha fatto intelligentemente da tapezzeria, riuscendo peraltro a qualificarsi. Sarà il profilo aquilino di Ginobili il principale intoppo sulla strada dell’oro, poi la Spagna, e infine il grado di adattabilità al mondo FIBA. Ma, in fondo, a coach Krzyzewski e a Kobe si chiede di tornare a far sognare le sterminate masse di consumatori asiatici: di Dream Team ce n’è stato solo uno, ma nelle Olimpiadi che celebreranno Yao Ming, lo spazio per le iperboli non manca di certo.

     
  • 16:50 il 17 July 2007 Permalink | Rispondi
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    Miami: Mourning sì, Williams no 

    Interrompendo una suspense di un paio di mesi, Alonzo Mourning ha colto tutti di sorpresa: il centro di Miami ha annunciato la sua intenzione di continuare a calcare i parquet della Lega fino al maggio 2008. La riserva di lusso di O’Neal ha scelto un’occasione particlarmente importante per sciogliere le riserve sul suo futuro, ossia la partita di beneficenza del Zo’s Summer Groove charity, la sua associazione di volontariato.

    Voglio riscattarmi dopo l’ultima, deludente stagione e aiutare il team a redimersi, e ritrovare la giusta rotta. Quelli che avete visto quest’anno non erano i veri Miami Heat ero davvero imbarazzato, come tutti miei compagni. essere spazzati via da Chicago ci ha lasciato un gusto amaro in bocca, ma siamo determinati a rifarci.”

    Queste sono le dichiarazioni del popolare Zo, il quale ha comunque assicurato che questo sarà comunque l’ultimo anno. Il sette volte All- STar è reuce da una stagione con intenso minutaggio, a causa dei problemi al ginocchio di O’Neal, conclusa con 8.6 punti di media. Mourning si è infine detto fiducioso sul fatto che sarà ancora Riley l’head coach degli Heat nella prossima stagione.

    Non vestirà invece la casacca degli Heat Mo Williams: la guardia free agent ha trovato l’accordo coi suoi Milwaukee Bucks, con un sontuoso contratto che gli garantirà 52 milioni di dollari in 6 anni. Considerato che Payton andrà via, Miami dovrà dunque cercare nuove soluzioni.

     
  • 14:47 il 10 July 2007 Permalink | Rispondi  

    Viva Las Vegas: impressioni sulla Summer League 

    I primi vagiti dell’avventura di Marco Belinelli nel pianeta NBA sono stati davvero impressionanti. Nelle due partite disputate a Las Vegas, rispettivamente contro New Orleans e Philadelphia, l’ex guardia fortitudina ha stupito la quasi totalità degli addetti ai lavori americani, mettendo a referto rispettivamente 37 e 23 punti, e ottenendo le sue prime vittorie coi Warriors.

    La prima partita è stata ovviamente il miglior biglietto da visita per il Beli, visto che in carriera mai aveva realizzato questa cifra (né in campionato, né in Eurolega). Premesso che la Summer league è un pollaio di addestramento assai peculiare (vi sono regole flessibili, ad esempio i 10 falli personali concessi a giocatore, e gli schemi soprattutto difensivi sono spesso lacunosi), è innegabile che l’azzurro abbia colpito in pieno il bersaglio, con una prestazione riassumibile in tre concetti: Rebound, Run and Gun. La fluidità del gioco dei Warriors (guidati in panchina da Keith Smart, mentre il vate Nelson si godeva lo spettacolo in tribuna) ha esaltato le doti di cecchino del Beli, il quale ha messo a segno nove dei primi dieci canestri tanto per cominciare. La velocità di esecuzione dell’azzurro in particolare ha colpito alcuni osservatori, i quali hanno parlato di “lightning-quick release” (uscita alla velocità della luce). Belinelli ha dimostrato anche grande personalità sia quando ha deciso di effettuare una penetrazione nelle per altro larghe maglie della difesa degli Hornets (ottenendo canestro e libero aggiuntivo), sia quando ha optato per l’uscita dal blocco per tentare il suo classico, sfilacciato ma efficace tiro da tre, trovando la retina senza problemi nonostante la maggiore distanza della linea d’area. Eccellente anche la seconda partita: ripetersi è notoriamente più difficile, e Marco ci è riuscito senza problemi. Pur non essendo altrettanto tarantolato, ha subito impresso il suo marchio nella partita: mettendo subito a segno due “bombe” per dieci punti solo nel primo quarto, per poi trascinare i Warriors alla vittoria assieme a Pierre Pierce, mentre il Barone Davis in persona in tribuna osservava attento. Se è vero che una rosa non fa primavera, è innegabile che Belinelli sia partito col piede giusto, soprattutto in termini di personalità.

    Tra le altre prestazioni, ci interessa ovviamente il percorso di Stefano Mancinelli, il quale sta provando con Portland: nelle prime due partite disputate non è sembrato però che il Mancio possa dimostrare quelle qualità in grado di garantirgli un contratto, considerato soprattutto il forte livellamento presente in Lega nel suo ruolo. Per quanto concerne i golden boys Oden e Durant, i loro primi passi sono stati leggermente zoppicanti. Un salutare e fisiologico sbattere contro gli scogli del prossimo futuro. La pressione spesso gioca un brutto scherzo, come lo stesso Durant ha ammesso. In particolare nella prima partita Oden ha dovuto prendere le misure coi contatti fisici (ben 10 falli per lui) , mentre la star di Seattle ha mostrato un poco onorevole 5/17 al tiro. Poco male: nelle tribune di Las Vegas molti hanno ricordato che diversi anni fa nella sua prima partita di Summer League, il futuro re degli anelli Tim Duncan fu sovrastato da Greg Ostertag. Lo stesso Bargnani nel suo primo match un anno fa si mostrò deficitario a rimbalzo, per poi migliorare in stagione. Greg Oden invece ha già “aggiustato” i conti fermandosi a 9 falli nella seconda partita, e mostrando comunque una migliore brillantezza generale. Ottime infine le referenze mostrate dal rookie dei Lakers Crittenton: nella gara coi Milwaukee Bucks, la scelta numero 19 del draft ha realizzato 18 punti, incluso il canestro che affossato gli avversari per il 66-64 finale. Certo, non è ciò che Kobe Bryant richiede per restare in California, ma chi si accontenta, a volte, gode.

     
  • 16:27 il 29 June 2007 Permalink | Rispondi  

    La corsa all’oro di Belinelli, il decollo di Oden e Durant 

    Uno dei draft qualitativamente più eccelsi di sempre regala un’altra soddisfazione ai colori italiani, un anno dopo il terremoto Bargnani. Marco Belinelli è stato non solo scelto al primo giro (pick n.18), ma è approdato in una squadra di primissimo piano (i Golden State Warriors), e che soprattutto dispone di uno spumeggiante modello di gioco in cui le doti di run & gun della guardia ex-fortitudina potranno incastrarsi alla perfezione. Il boss dei Warriors Chris Mullin (uno che di talento se ne intende…) si è del resto prodigato in lodi sperticate verso il talento azzurro, rivelatosi al mondo ai Mondiali dello scorso anno, quando mise a segno 25 punti alla corazzata americana: “E’ un giovane dotato di un ottimo tiro, ma è anche un giocatore che sa attaccare il canestro. L’ho seguito per anni, pensiamo che sia perfetto per il nostro sistema di gioco”. Tra l’altro, per Belinelli si apriranno certamente spazi significativi, in quanto Mullin si è liberato dell’oneroso contratto di Jason Richardson, spedendolo ai Charlotte Bobcats in cambio dell’ottava scelta Brandon Wright, la cui potenza darà ulteriore linfa alla frontline di Oakland. Don Nelson ha così fatto un affarone, dimostrando di puntare come sempre sui giovani, interpreti perfetti della sua inimitabile pallacanestro offensiva. Per Belinelli si schiudono decisamente orizzonti inusitati: lo aspetta un duro lavoro, e forse questo ne precluderà la partecipazione agli Europei di Spagna: l’unica nota stonata in una giornata memorabile per il basket azzurro. “Il sogno comincia adesso – dice il Beli, cappellino dei Warriors in testa, dopo aver stretto la mano di David Stern sul podio – è stata un’emozione indescrivibile. Ora l’importante sarà integrarmi al meglio con i nuovi compagni e il nuovo ambiente, far parte subito del gruppo”.

    Il resto del draft non ha riservato particolari sorprese. La Liturgia officiata dal sommo sacerdote Stern prevedeva la beatificazione di Greg Oden e Kevin Durant, approdati come da pronostico a Portland e a Seattle, e cosi è stato. In cuor suo Stern avrebbe preferito i due fenomeni finissero in piazze più appetibili come New York e Boston, ma finché il meccanismo del draft rimane questo, si dovrà accontentare. I Portland Trail Blazers hanno puntellato il loro roster con un intensa attività mercantile coi Knicks: Zach Randolph, Dan Dickau e Fred Jones approdano al Madison Square Garden in cambio di Steve Francis e Channing Frye:ottima scelta, quella di snellire il reparto lunghi per una guardia affidabile come Francis. Molto positivo anche il bilancio per i Seattle Supersonics: Ray Allen ha lasciato la patria del grunge per approdare ai Boston Celtics, i quali hanno ceduto ai Sonics la loro quinta scelta, la promettente ala di GeorgeTown Jeff Green. Anche Seatlle punta sulle nuove leve, e sono in molti a pensare che presto la franchigia del Northwest tornerà agli splendori degli anni Novanta. Importante riconoscimento infine per l’ Università della Florida, che ha piazzato tre dei suoi protegé nei primi dieci: Al Horford, terza scelta, raggiunge gli Atlanta Hawks, Corey Brewer alla sette va in Minnesota e il figlio di papà Joakim Noah alla nove raggiunge Chicago, per la felicità dei cugini francesi.

    Tanto tuonò che non piovve. I grandi affari preannunciati (Bryant, Garnett etc.) sono troppo complessi per essere risolti in una notte e ravviveranno i prossimi giorni. I Lakers hanno preso due carneadi come Crittenton e il Gasol sbagliato, e Kobe starà ancora di più schiumando la sua voglia di andarsene, mentre Minnesota con Howard ha fatto un buon colpo e KG sarà ancor più libero di andarsene. Boston si è chiamata fuori dal verminaio Garnett cedendo la propria quinta scelta in cambio del declinante Ray Allen. In teoria, il vecchio Ray potrebbe affiancare Pierce nei momenti decisivi, togliendo un po’ di responsabilità dai giovani virgulti dei Celtics (Jefferson in testa): ma sappiamo bene che è un ripiego. In un mese a Boston si è passati dai sogni di Oden, al gran rifiuto di KG (dopo che era stato praticamente venduto da mcHale a Danny Ainge) e adesso ci si ritrova con l’imbolsito Ray Allen, il quale difficilmente trasformerà una squadra davvero deludente nell’ultima regular season. Negativo anche il bottino per Jordan e i suoi BobCats: L’ingaggio di Richardson prenderà una bella fetta del loro budget in nome di risultati da ottenere subito: chissà se sarà davvero così.

     
  • 14:41 il 15 October 2006 Permalink | Rispondi  

    NBA Europe Live Tour 2006 

    Come ai tempi del McDonald’s Open, quando le europee si immolavano al cospetto degli squadroni NBA sbarcati nel Vecchio Continente per promuovere la loro lega, a Colonia, in terra tedesca, si è appena concluso un torneo che ha viste impegnate, oltre a Cska Mosca e Maccabi Tel Aviv, i Phoenix Suns e i Philadelphia 76ers. Poiché la grande attrazione sarebbe stata rappresentata da uno scontro faccia a faccia tra un club europeo ed uno d’oltre oceano, gli organizzatori dell’“NBA Europe Live Tour” hanno optato per una formula a eliminazione diretta che ha messo di fronte già in semifinale le bande di D’Antoni e Cheeks proponendo, di conseguenza, in finale soltanto la vincente. Al seguito di un mondiale che ha visto la nazionale americana soccombere nuovamente sotto i colpi, stavolta, della Grecia, Steve Nash e Allen Iverson hanno avuto una ghiotta occasione per ristabilire quella gerarchia cestitica in vigore fino ad un lustro addietro. Occasione colta?

    Ettore Messina, a capo del team russo fresco dominatore di un’amichevole che lo aveva contrapposto ai Los Angeles Clippers, ha incontrato poche difficoltà nel liberarsi dell’altra semifinalista, un Maccabi nemmeno lontano parente di quella squadra che aveva giocato con onore l’ultima finale di Eurolega, persa a favore… del Cska Mosca; sul tetto d’Europa allora, sul tetto d’Europa ancora. Guidati da un volenteroso e talentuoso Smodis (visto da entrambe le sponde di Bologna) e supportati da un preciso Trajan Langdon (visto a Treviso) e dal costante Van den Spiegel (visto a Bologna, maglia Fortitudo, e a Roma), i russi hanno conquistato l’accesso alla finale del torneo superando coach Spahjia & Co. 90 a 81, risultato che tuttavia non rende giustizia alla supremazia osservata in campo.

    Soli al comando i Soli (in vantaggio persino di 22 punti), nell’altro match l’hanno spuntata infine quelli di Philly: ebbene, dopo aver perso pure la faccia contro il Barcellona dei nostri Basile e Marconato, coach Maurice Cheeks si è tolto un pallone dalla scarpa sconfiggendo grazie ad un roster fatto di teste concentrate a riscattarsi celermente i più quotati ragazzi dell’Arizona. Iverson non ha fatto mancare il suo apporto che, sommato a quello di Korver, ha permesso ai Sixers di agguantare negli ultimi scampoli di partita l’inseguita parità. E la tripla del sorpasso è stata opera del rookie Carney che quindi ha condotto i suoi al definitivo 103 a 100. Tralasciando pertanto Nash, Marion, Diaw e, soprattutto, Stoudemire che si è rivisto per circa un quarto d’ora dopo una stagione di assenza dai campi per infortunio, a Colonia ci si è preparati allo scontro decisivo: Cska Mosca vs Philadelphia 76ers.

    Con grande sorpresa è stata una finale contrassegnata da difese attente che non hanno permesso agli attacchi di superare il centello: 85 a 71 è stato il punteggio finale. Accorti sin dalle prime battute, Iverson e compagni hanno concesso un triste 35% al tiro agli avversari che sono stati capaci di resistere soltanto per una manciata di minuti. Partita a senso unico, un team statunitense si è preso la rivincita dopo che, discorso nazionali a parte, dall’estate scorsa, quando proprio il Maccabi strapazzò i Raptors, anche nelle amichevoli tra club era finita l’egemonia della NBA. Con i complimenti dello staff e del numero 3, autore di 28,5 punti di media nel torneo, il lungo haitiano Samuel Dalembert si è messo in mostra con una prestazione eccelsa dove ha condito 15 importanti punti con 18 rimbalzi e 5 stoppate. Dominatore lui; dominatori i Sixers.

    Nella finalina, piuttosto che il risultato alquanto favorevole (119 a 102), i Phoenix Suns si sono rallegrati nel rivedere la loro stella Amare Stoudemire abbastanza attiva. Col 3° posto in saccoccia e un giovane che sta rinascendo, alla volta degli States sono ripartiti tutti quanti con soddisfazione.

     
  • 10:51 il 1 October 2006 Permalink | Rispondi
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    Pistons e Mavs, grane in panchina 

    DETROIT PISTONS – Bolle il pino di Motown dove la scorsa stagione si è seduto Flip Saunders, proveniente da una decennale carriera a Minneapolis. Le 68 vittorie acquisite nel 2005/06 non sembrano tuttavia aver reso indenne il coach che è reo del mancato raggiungimento delle Finals. Chiaro è stato il segnale della dirigenza che il 23 agosto, alla lunga lista di assistenti, ha aggiunto Terry Porter, nonché head coach dei Bucks dall’estate del 2003. Un ulteriore papabile candidato alla poltrona-panchina dei Pistons potrebbe essere l’irriducibile Bad Boy, Bill Laimbeer, che vanta un titolo WNBA nelle vesti di allenatore delle Detroit Shock.

    DALLAS MAVERICKS – Mark Cuban e Avery Johnson, owner e coach rispettivamente, stridono. Il motivo della diatriba è il contratto con cui l’allenatore è legato alla società texana: nonostante i risultati ottenuti dopo la sua prima stagione piena (la finale mai raggiunta dal mentore Don Nelson, ora a Golden State), Johnson continua a percepire un salario inferiore a quanto elargito mediamente ai suoi colleghi meno in vista. L’ex point guard dalla voce stridula richiede una maggiore attenzione da parte del proprio presidente che ad oggi non si è ancora espresso pubblicamente.

     
  • Penny 14:34 il 14 September 2006 Permalink | Rispondi  

    “The Waiter” annuncia il ritiro 

    La Nba perde un grande protagonista del suo recente passato: Toni Kukoc ha infatti deciso di appendere le scarpe al chiodo dopo aver preso atto che nè Milwaukee, la sua ultima squadra, nè Chicago gli avrebbero offerto un nuovo contratto. Sono arrivate offerte da altre franchigie Nba ma l’ala croata non le ha prese in considerazione, motivo: la volontà di giocare vicino a casa (o Milwaukee o Chicago per l’appunto).

    Ribattezzato “Il Cameriere” poco dopo il suo sbarco in USA per l’incredibile capacità di “servire” deliziosi assist ai compagni (cosa non da poco per un’ala da 2.11), Kukoc lascia il professionismo con tre anelli al dito e un premio come miglior sesto uomo dell’anno all’attivo. Titoli e riconoscimenti vinti tutti con la maglia dei Bulls di Micheal Jordan, non da gregario ma da protagonista, specie nelle serie finali contro gli Utah Jazz nel 1997 e nel 1998.

    Giocatore dall’ottimo tiro dal perimetro, Kukoc ha militato per 2 anni anche in Italia, nella Benetton Treviso (vincendo uno scudetto e una Coppa Italia) ed è stato uno dei più grandi talenti mai visti nel nostro campionato. Naturale il salto tra i pro, dove ha saputo esprimere tutto il suo potenziale, lo testimoniano le cifre di tutto rispetto della sua miglior stagione a Chicago: 18,8 punti 7 rimbalzi e 5,3 assist a partita.
    Nel palmares del croato ci sono anche due medaglie d’argento alle olimpiadi di Seoul 1988 e Barcellona 1992 e la medaglia d’oro al mondiale del 1990.

     
  • 22:41 il 3 August 2006 Permalink | Rispondi
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    Ecco i nuovi Celtics 

    I Celtics sono state una delle franchigie più attive sul mercato in questo inizio di stagione, andiamo a vedere come è messa nei vari reparti

    PLAY-GUARDIE: Sebastian Telfair, Tony Allen, Allan Ray, Rajon Rondo, Delonte West, Paul Pierce ALI: Ryan Gomes, Gerald Green, Leon Powe, Al Jefferson, Brian Scalabrine, Wally Szczerbiak CENTRI: Brian Grant, Dwayne Jones, Kendrick Perkins, Theo Ratliff

    Analizzando la rosa si vede come il quintetto potrebbe esser composto da Telfair, Pierce, Szczerbiak, Jefferson e Ratliff almeno in partenza, anche se sia Allen che Delonte avranno spazio quando non si vorranno proporre PIerce e Wally insieme. Manca di un centro di livello e anche come ali dal pino non è che ci sia un gran che; per le guardie il discorso è diverso, bene in quintetto, grande qualità come panchina. Vedremo come si svolgerà il mercato.

     
    • luca 20:40 il 24 giugno 2008 Permalink | Rispondi

      beh…da tifoso dei boston io tenterei di andare su kobe bryant…oppure cercherei un accordo con i dallas x nowitzki

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