Per la bizzosa ala Maurice Taylor (6-9, 265) comincia a soffiare l’aria gelida delle tempeste invernali che battono sulle coste dello stato di New York, sponda Knicks. Scelto al numero 14 del draft del 1997 dai Los Angeles Clippers, mosse bene i suoi primi passi mettendo a referto, alla terza stagione, 17,1 punti a partita. Passato agli Houston Rockets, i suoi numeri intrapresero una discesa in picchiata che fecero di lui un giocatore misterioso, nemmeno uno starter. Di costituzione poderosa, Taylor ha spesso fallito l’appuntamento con il rimbalzo, mai oltre i 6,5 di media catturati in ben 35,9 minuti di permanenza sul parquet californiano nel 1999/‘00, cospargendosi della nomea di sfaticato, latitante in difesa e sotto le plance. Con un settore lunghi congestionato per volere di un Isiah Thomas tuttofare, confuso presidente ed allenatore scapestrato, per Mo è tempo di guardarsi altrove. Di offerte non ne fioccano, malgrado ciò sta tentando di ottenere, con una grinta che si fatica a riconoscergli, una buona-uscita che lo potrebbe rendere maggiormente appetibile. O meno oneroso.
A Chicago piovono copiosi bigliettoni verdi: secondo indiscrezioni, l’ala che veleggia, Luol Deng (6-9, 220), sembra aver raggiunto un accordo che gli garantirebbe 79 milioni di $ in 5 anni. Selezionato dai Phoenix Suns nel 2004 al numero 7, fu scambiato per i diritti del rookie Jackson Vroman (numero 31), eventuali future prime scelte e denaro. Deng giunse nella Windy City, per fortuna sua libero dalla pesante nomea di erede di eroi unici, e proprio per questo da rievocare appena uno salta come un grillo. Finito l’apprendistato agli ordini di coach Skiles in una compagine di imberbi bisognosi di alti minutaggi, dopo 2 stagioni Luol vanta 30,7 minuti di impiego durante i quali ha apportato 13,1 punti, destinati a crescere, in aggiunta a 6,0 carambole. Futuribile lo è; ricchissimo lo diverrà.
Torniamo nei paraggi di New York, da Thorn, a East Rutherford dove da un biennio i tifosi vengono deliziati dalle acrobazie di Vince Carter. Lasciata Toronto per ovvi motivi pecuniari (a offerta dei Raptors pareggiata, meno tasse da elargire alle casse statunitensi…), il prodotto di North Carolina è entrato in punta di piedi nella baracca sorretta da Jason Kidd raggiungendo le altezze siderali che lo caratterizzarono al suo ingresso nella lega. Tuttavia, il giochino potrebbe essersi crepato. Perché? Per ovvi motivi pecuniari: per quest’ala che non veleggia ma vola (vedi Frederic Weis a Sidney) e che nel paniere ha già infilato 12.900 punti dopo 8 stagioni, si è profilata l’ipotesi di uscire prematuramente dal suo contratto il prossimo luglio. Charlotte e Orlando sondano il portafogli di Vince il quale pare gradire soprattutto la seconda delle due mete; Rod Thorn, capo assoluto dei New Jersey Nets, sonda il volere della sua star sperando di riuscire ad avere i mezzi di trattenerla per un periodo di tempo soddisfacente. Chi vincerà Vince?
E Fortson? Il pluri-multato centro, attualmente in forza (12,0 minuti di media sono tuttavia pochini) ai Sonics, rischia di farcela… ad andarsene. Ha scagliato palloni, paroloni e schiaffoni. E ha domandato d’essere ceduto. Così sarà ma il dilemma è: quando? Danny, noto per il fondoschiena prominente di cui spesso ha abusato per farsi largo, arma irrinunciabile per uno del suo ruolo che a stento supera i due metri d’altezza (6-8), sta entrando nel suo ultimo anno di contratto: potrà accasarsi altrove con una sign and trade adesso o a febbraio, a ridosso della data di chiusura del mercato, oppure potrà abbandonare McMillan e gli altri svincolandosi a parametro zero a stagione conclusa. Poiché nelle 6 gare disputate nel 2000/‘01 toccò quota 16,3 rimbalzi in 33,8 minuti, conditi da 16,7 punti, qualcuno potrebbe tuttora essere disposto ad investire non lui, bensì su di lui. A Seattle tentennano.
A Seattle non tentennano se i free agents si chiamano Milt Palacio e Kareem Rush. Il primo, proveniente dai Jazz, è un playmaker di livello anonimo (6-4, 210) che ha distribuito appena 2,5 assists in 17,9 minuti di media in una carriera iniziata nel 1999 quando fu snobbato al draft; il secondo, il fratello dell’illustre JaRon che saltando il college saltò pure l’NBA, invece approdò nella lega nelle vesti di un messia sorto nel campus di Missouri. Rush ha però progressivamente fallito le occasioni propostegli dai Lakers, prima, e dai Bobcats, poi, che in lui avevano intravisto un potenziale faro… che si è spento al termine di un paio di deludenti annate. Si mormora che, proponendogli un contratto, saranno infatti i Sonics a rilanciare questa ala piccola (6-6, 215) per il momento piccola.