Aggiornamenti da maggio, 2008 Mostra/nascondi commenti | Scorciatoie da tastiera

  • 10:12 il 9 May 2008 Permalink | Rispondi
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    La parola alla Difesa: Boston va sul 2-0 

    Dopo la grande occasione buttata via in gara-1, Cleveland non riesce stavolta a impensierire più di tanto Boston. I Celtics passano agevolmente sul 2- 0 nella serie grazie all’ennesima, sfavillante prestazione difensiva: 89-71. Soltanto i Chicago Bulls di Jordan e Rodman erano riusciti a tenere gli avversari nelle sfide casalinghe sotto gli 85 punti per sei partite casalinghe di fila nei playoffs, come sta riuscendo ai ragazzi di Doc Rivers.

    Ovviamente messo sotto accusa Lebron James, per l’ennesima serataccia del Prescelto. Stavolta 21 punti, ma con 6/24 al tiro e diverse palle perse regolarmente concretizzate in contropiede dai Celts. Polemiche esagevate, come direbbe la buonanima di Umberto Agnelli campionata da Elio e le Storie Tese. Andate a rivedervi l’ultima sfida tra i Celtics e i Lakers e scoprirete che le percentuali al tiro di Kobe Bryant sono state identiche (6/25). La difesa dei Celtics, se Garnett nel dirigerla sfiora il top come ieri sera, non fa prigionieri e se il numero 23 è costretto o quasi a predicare nel deserto ecco spiegate le forzature e i mattoni, tanti da poterci costruire un palazzo ieri sera.

    I Cavs sono nonostante tutto partiti col vento in poppa. I consueti raddoppi su Lebron danno spazio a Ilgauskas per colpire grazie alla mirabile propensione di Ziggy nell’aprirsi per il frontale in fadeaway e nel giostrare in post basso coi suoi passi felpati. Timidi segnali di risveglio per Paul Pierce (che subisce un’entrata assassina che gli frantuma un’unghia senza che gli arbitri battano ciglio) mentre Ray Allen continua a nascondersi. I campioni in carica dell’ Est vanno anche sul + 10 e chiudono il primo quarto in testa 24-17. La musica cambia però nel secondo periodo, con James Posey e Sam Cassell a guidare la riscossa offensiva di Boston, che festeggia il sorpasso sui Cavs proprio grazie all’ex Miami Heat che ruba un pallone al Prescelto e schiaccia. L’ex Houston Rockets, col solito aspetto da profugo nell’ Area 51, dirige il tutto che è un piacere, affonda personalmente nelle larghe maglie della difesa Cavs e ricorda che l’intesa col vecchio compare di Minnesota Garnett è da favola. KG da par suo domina sotto i tabelloni e innesta il fido scudiero Powe con un assist dietro la schiena dal sapore larrybirdiano. Non c’è del resto Ben Wallace a contrastare KG: Big Ben esce subito dai giochi per un malore, ma forse è meglio così per Mike Brown. I Celtics vanno al riposo a +8 (44-36) con 26 punti della panchina contro 18 del quintetto.

    La musica non solo non cambia nel terzo periodo, ma finalmente Ray Allen scalda la mano e mette 11 punti che, assieme alle prodezze del ritrovato Paul Pierce (il quale si concede anche il lusso di stampare in faccia al Prescelto una stoppata da antologia), mettono i chiodi sulla bara di gara-2.

    Per Rivers, c’è la consapevolezza di aver ritrovato il giusto ritmo per la sua fuoriserie verde. Ma la cartina di tornasole saranno le due prossime partite alla Quicken Loans Arena: come ammoniva Larry Brown, i tuoi playoffs non sono ancora iniziati fino a quando non vinci in trasferta. Se Boston vuole davvero andare fino in fondo, non può farsi risucchiare anche stavolta dalle sabbie mobili in trasferta. A Cleveland devono invece accendere un cero, auspicando che Lebron James ripeta la serie di un anno fa coi Pistons (cominciata persino peggio rispetta a questa e poi finita come tutti sanno), pur sapendo che se il solo Ilgauskas spalleggia il zoppicante Prescelto di queste lune sarà durissima.

     
  • 10:11 il 5 May 2008 Permalink | Rispondi
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    Bryant splende, i Lakers vanno sull’1-0 

    Kobe Bryant ritrova gli Utah Jazz nei playoffs, e non sono ricordi piacevoli. Nel 1997, Kobe pagò dazio ai suoi diciotto anni, con alcuni tiri disastrosi nei momenti decisivi di gara- 4 e Jerry Sloan portò allora la serie a casa in 5 partite. Ancora peggio andò ai lacustri un anno dopo: nessun airball dell’allora numero 8, ma Stockton e Malone imposero un umiliante sweep ai giallo-viola. Ma allora i canti “M-V-P” erano per Karl Malone, oggi l’MVP è il figlio rinnegato di Philadelphia e la differenza si è vista.

    I 38 punti di Bryant – buona parte dei quali provenienti dalla lunetta, è stata una gara fallosa e poco spettacolare – sono bastati ai Lakers per aggiudicarsi gara -1 (109-98) di una serie che promette però di essere ben più equilibrata rispetto a quella con le sciagure delle Rocky Mountains. Kobe ha dato spettacolo anche con gli assist, due dei quali geniali per Pau. Un classico alley-hoop e un dai-e-vai concluso con schiacchiata dall’iberico che ha affettato la retroguardia dei Jazz. Okur e Kirilenko hanno come previsto dominato ai rimbalzi (+18) e in generale nel pitturato, in particolare grazie a un Gasol timido e ad un Odom meno preciso rispetto al recente passato nelle conclusioni. Jackson ha quindi dovuto affidarsi soprattutto a soluzioni perimetrali per scrollarsi di dosso l’eterno rivale Sloan, e la sorpresa è venuta da Sasha Vujacic, che nel secondo quarto ha dimostrato di meritare l’appellativo “The Machine” spezzando l’ equilibrio fino ad allora regnante con alcune triple d’autore e con uno splendido gioco da 2+1, marchiando l’allungo che mandato i Lakers in vantaggio al riposo (54-41). Esemplare anche la difesa dell’ex col dente avvelenato Derek Fisher su Deron Williams: limitato anche da problemi all’osso sacro, il funambolico regista è stato impreciso soprattutto nelle conclusioni, privando i suoi di una bocca di fuoco decisiva. A maggior ragione dato che Boozer (15 punti) non era nella sua migliore serata, uscendo oltretutto per falli (buona parte dei quali, spesi sull’immarcabile numero 24).

    Los Angeles ha pero, come sovente le è accaduto in questa stagione, abbassato il ritmo nel terzo periodo, permettendo al solido collettivo di Sloan (sei giocatori in doppia cifra) di farsi pericolosamente sotto con un parziale di 17- 5, ma ci ha pensato Kobe in prima persona (21/23 a cronometro fermo, record di franchigia in post-season) a mettere in ghiacciaia gara-1. Le chiavi del prosieguo della serie saranno nelle mani di Deron Williams per i Jazz, mentre i lunghi dei Lakers dovranno garantire più dinamismo nel pitturato.

     
  • 10:09 il 5 May 2008 Permalink | Rispondi  

    Garnett salva la faccia, ora c’è Lebron 

    Un tempo, al vero Boston Garden, quando partita e serie erano ormai al capolinea, Red Auerbach si rilassava accendendo un sigaro e fumandoselo con gusto: più sublime di qualsiasi trash talking. Ieri sera, Kevin Garnett ha ricevuto un delizioso assist da dietro la schiena di Paul Pierce, ha schiacciato imperioso e ha aizzato la folla mimando il gesto di un tagliagole e urlando alla folla festante:”It’s over“. La paura e la tensione erano dunque reali, per una gara-7 in cui i Celtics hanno massacrato Atlanta 99-65: la speranza per i sostenitori del Celtics Pride, è che l’avventurarsi sull’orlo del precipizio funga da salutare lezione per il prosieguo dei playoffs.

    Proprio Pierce e Garnett hanno reagito alle critiche di gara- 6 trascinando con una superba prestazione i compagni, anche se la cartina di tornasole per loro sarà un altro quarto periodo con punteggio in bilico. Il Capitano è risultato immarcabile con le sue incursioni offensive che gli hanno fruttato 22 punti, mentre KG si è ripreso il posto di dominatore in post, marchiando la sua partita con un durissimo blocco su Pachulia nel terzo periodo per chiudere i conti col georgiano. La difesa è stata la chiave del dominio celtico in regular season e Rivers a essa si è affidato anche ieri, grazie in particolare a un Kendrick Perkins che ha diretto magnificamente le operazioni, ed è una rivincita anche per lui, ridicolizzato dalla mobilità dei lunghi di Atlanta nella Philips Arena. Stavolta la figuraccia è toccata agli uomini di Woodson, arrivati fino a gara-7 con astuzia, coraggio e una bella dose di fortuna, costretti alla completa anemia ogni qualvolta si aggiravano nei dintorni del pitturato verde. Soprattutto Horford e Smith erano irriconoscibili, sovente messi in scacco dalle feline movenze di Powe, mentre Joe Johnson, novello “strangolatore di Boston”, metteva qualche canestro giusto per onor di firma.

    L’emblema della frustrazione degli Hawks è arrivato nel terzo periodo, quando un fallo omicida di Marvin Williams sbatteva a terra un Rondo lanciato in contropiede. Evidentemente dopo la celebre mossa da Wrestling con cui Horford ha attentato alla carriera di Tj Ford i giovani Hawks hanno ancora voglia di giocare con le caviglie altrui. Espulsione meritata, due tiri liberi messi da Rajon e subito dopo l’unica tripla di Ray Allen fissava il punteggio sul + 28. E meno male che dopo il 79-43 di inizio quarto periodo, Rivers ha mandato in campo le riserve altrimenti il parziale sarebbe stato ancora più umiliante per Atlanta: benché gli Hawks escano da questa serie con la consapevolezza di poter competere per il top della Eastern Conference nel prossimo futuro.

    Adesso al Garden arrivano i campioni in carica della Eastern: chi meglio di Lebron James per testare questi Celtics Dr.Jekyll in casa e Mr.Hyde in trasferta?

     
  • 12:46 il 4 May 2008 Permalink | Rispondi
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    Detroit doma Howard, 1-0 

    Che le roboanti cifre fatte registrare da Dwight Howard nella serie contro Toronto fossero drogate dalla cronica debolezza sotto canestro dei Raptors, è risaputo. Che però il miglior centro della Lega fosse limitato a 12 punti e 8 rimbalzi contro i Pistons non è certamente un buon viatico per gli Orlando Magic, che hanno capitolato in maniera netta in gara 1 a Auburn Hills (91-72). Detroit dopo l’indolenza del debutto con Philadelphia, entra subito in partita per far capire che i suoi playoffs sono appena iniziati.

    Eccellente in particolare l’impatto di Jason Maxiell, centro titolare a fianco del rodatissimo quadrilatero dei Pistons (quasi 90 partite in post season per BIllupos, Rip, Sheed e Prince). La gara finisce quando dopo un coast-to-coast di turkoglu che da’ il primo vantaggio ai Magic sul 44-43, un parziale di 19-3 innescato da Billups chiude ogni residua speranza di Orlando. Si va a gara-2, con Howard tra l’altro malconcio per una botta al pollice. Questi sono i Pistons.

     
  • 10:07 il 4 May 2008 Permalink | Rispondi
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    West e Paul pungono gli Spurs, 1-0 

    Gara fotocopia del primo turno per New Orleans, nel debutto del gala contro i San Antonio Spurs in semifinale di Western Conference. Come in gara- 1 coi Mavericks, i calabroni della Lousiana sono partiti a fari spenti (nonostante un parziale di 8-0 dopo la palla a due), facendosi sopraffare dai campioni in carica in un secondo quarto in cui il loro svantaggio è andato anche sopra la doppia cifra. Ma il cambio di marcia è avvenuto repentino nel terzo periodo, e Popovych ne è rimasto annichilito proprio come successo al suo ex pupillo Avery Johnson. Prima tacca della serie dunque in tasca al coach of the year Byron Scott: 101-82.

    Basterebbe un dato per spiegare la disfatta degl Spurs: con 5 punti (1/9) e 3 rimbalzi Tim Duncan ha disputato la peggiore partita di sempre in post-season, lui che nelle piscine playoffs sguazza con la stessa sicurezza che da nuotatore mostrava nelle Isole Vergini. New Orleans ha dominato sia ai rimbalzi (50-34), sia nei punti in pitturato (46-26). Reduce dal lauto banchetto offertogli dai sempre gentili commensali di Phoenix, Timmy ha sofferto terribilmente i raddoppi degli Hornets, la spietata guardia di un Chandler da applausi e persino un Signor Nessuno come Ely ha potuto mostrare lo scalpo del caraibico a fine gara. San Antonio trovava però la forza di allungare nella prima frazione grazie alla serata di straordinaria vena dei suoi cecchini, in particolare di Bruce Bowen (5/8), che punivano dall’arco i raddoppi sul caraibico, mentre Manu Ginobili, pur con una caviglia in disordine, trovava tre bombe consecutive che facevano volare gli Spurs nel secondo periodo. New Orleans sembrava arrancare anche grazie alla partenza timorosa di Chris Paul, oscurato dalle giocate in velocità di Parker e limitato dalla difesa di Bowen. Sempre presenti Stojakovic, mai autore di canestri banali e un David West che iniziava a mietere jumper dalla media distanza semplicemente fantastici,i quali consentivano a New Orleans di limare lo svantaggio fino all’intervallo (45-49).

    CP3 entrava in scena nel terzo periodo, iniziando a sviluppare la manovra dei calabroni come una ragnatela che prosciugava le doti difensive degli avversari, oppure affettando in prima persona la retroguardia texana con le sue caratteristiche penetrazioni. Con Duncan ancora latitante (e Kurt Thomas anche peggio), la buona serata da oltre l’arco non poteva continuare e New Orleans prendeva il largo, complici anche i pesanti punti dalla panchina di Bonzi Wells, autore tra l’altro di un fallaccio su Bowen nel primo tempo, per veicolare il mesaggio che questi Hornets non temono il gioco sporco di cui gli Spurs sono indiscussi primattori. West dava il colpo di grazia ai campioni, e i suoi 30 punti gli valgono il career high nei playoffs. Si va a gara- 2 con la certezza che la serie sarà incerta ed equilibrata fino alla fine, in attesa di capire cosa succederà quando Timoteo tornerà ai suoi livelli consoni.

     
  • 16:04 il 3 May 2008 Permalink | Rispondi
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    La forza di LeBron, l’incubo dei Celtics 

    Il primo turno di questi playoffs 2008 ha segnato la grande rivincita della bistrattata Eastern Conference. Ci siamo tutti fatti incantare dal fascino glamour dei dirimpettai occidentali, con la loro messe di Most Valuable Players del passato, presente o in pectore. Non è detto che lo spettacolo non arrivi con le semifinali di Conference (Utah ha raggiunto il magico quartetto e sfiderà i Lakers), ma il primo turno a Ovest è stato clamorosamente avaro di emozioni. Al massimo hanno regalato iil brivido dell’eterno ritorno tra Phoenix e San Antonio interrotto dalla decisione di D’Antoni di non far fallo sugli Spurs col vantaggio di tre punti, mentre i 40, inutili punti di Tracy McGrady in gara- 6 contro i Jazz ne hanno riconfermato il ruolo di Ettore – sublime perdente – nella mitologia della Lega. Tutt’altra storia a Est, che sta regalando sfide affascinanti e sanguigne, alcune come la saga infinita tra Washington e Cleveland dal sapore di una guerriglia senza legge da playground.

    L’unica gara-7 del primo turno sarà non a caso quella su cui nessuno avrebbe scommesso un centesimo: Boston contro Atlanta. Per i Boston Celtics, ciò ha quasi il sapore della beffa, dopo 3 vittorie casalinghe con scarto medio di 22 punti e tre sconfitte sul filo di lana nel catino infernale di Atlanta. I giovani Hawks e il loro astuto condottiero Mike Woodson hanno sfruttato perfettamente il loro maggiore atletismo e dinamismo, mettendo oltretutto fin da gara-3 la serie sui binari della provocazione del nervosimo. Kevin Garnett e Paul Pierce ci sono cascati come polli, privando la loro squadra di quel go-to-guy che in questi casi ci vuole sempre, e Joe Johnson non ha infatti tradito i falchi, mettendo l’unica tripla della serata al momento giusto. Il segreto dei Celtics in regular season è stato la par condicio imposta da Rivers alle tre stelle (in particolare a Ray Allen), ma se nel momento decisivo di gara- 6, il tiro da tre del possibile supplementare viene affidato alla mano ineducata di Rajon Rondo ( complice uscita per falli del Capitano),significa che ci sono parecchie crepe nel manuale Cencelli di coach Rivers.

    Domenica in Massachusets andrà in scena l’ultimo atto di questa sconcertante pantomima in salsa celtica, con Atlanta che non avrà nulla da perdere, mentre Boston dovrà ritrovare in fretta il proprio febbrile ritmo e l’arcigna difesa che hanno caratterizzato la sua stagione e le gare casalinghe con gli Hawks. Non tanto per scongiurare un fallimento di proporzioni bibliche, quanto per recuperare la propria autostima in prospettiva di una semifinale di conference che non dovrebbe sfuggire alla franchigia di Ainge.

    Chi invece un go-to-guy ce l’ha e se lo tiene ben stretto, è Cleveland. Dopo le botte e le polemiche, Lebron James ha fatto capire di averne abbastanza e la sua tripla doppia in gara- 6 ha definitivamente spento le velleità dei sedicenti maghi di Washington, letteralmente prosciugati dal carisma del Prescelto. Ennesimo esame superato da Lebron, ricordando che di serie tirate fisicamente allo spasmo il suo idolo Jordan ne ha passate parecchie (segnatamente con Pistons e Knicks). I 26 punti firmati da Szczerbiak lo avranno probabilmente fatto sentire anche meno solo, e per superare lo scoglio delle semifinali di Conference, chiunque sia l’avversario, i Cavs avranno bisogno di trovare continuità nelle opzioni offensive alternative al loro fenomeno.

     
  • 16:01 il 2 May 2008 Permalink | Rispondi  

    Hornets-Spurs: preview 

    Il nuovo che avanza contro la franchigia più vincente del post Jordan; la squadra del due volte mvp contro quella guidata da un tizio che ha all’aria di uno che quel premio se lo porterà a casa in tempi brevi; due tra le squadre più in forma della Lega, capaci di eliminare in sole 5 partite Dallas e Phoenix, candidate principi per la vittoria finale; la squadra che parte coi favori del pronostico che deve però affrontare la serie senza il vantaggio del fattore campo. Con queste premesse, la sfida fra New Orleans e San Antonio promette fuoco e fiamme.

    Come stanno gli Hornets: nonostante avessero il seed n.2 nel tabellone della Western, pochi si aspettavano che i calabroni fossero in grado di sbarazzarsi dei Mavs, men che meno che lo facessero in modo così autoritario; certo, Dallas ci ha messo del suo, ma la squadra della Louisiana ha francamente impressionato tutti. Dire che sono in condizione strepitosa è dire poco, e per di più finalmente anche la città sembra essersi accorta di loro (era ora!), tanto che la New Orleans Arena di questi tempi è piena come non lo era mai stata prima. Fin troppo semplicistico dare tutto il merito dell’impresa all’eccezionale Chris Paul, che nel primo turno ha elevato ancor di più il livello del suo basket e ulteriormente incrementato le cifre (che sono assolutamente pazzesche: 24.6 punti, 12 assist e solo 1.2 palle perse ad incontro!), mostrando una leadership ed un controllo della situazione assolutamente inconcepibili per un classe ’85. No, c’è di più: c’è un David West che è oramai una delle migliori opzioni offensive della lega vicino a canestro e uomo da 20+10 fisso; c’è un lungo atletico e difensore come Tyson Chandler, capace di tirar giù caterve di rimbalzi e dotato di una mobilità nel pitturato che ha pochi eguali; c’è uno dei migliori tiratori della lega, ovvero sia Peja Stojakovic; c’è infine il nuovo “coach of the year”, Byron Scott, l’uomo che ha saputo con saggezza e pazienza plasmare questo piccolo gioiellino, e che manda ogni volta i suoi ragazzi sul parquet senza nessunissimo timore reverenziale nonostante la scarsa esperienza di post season accumulata sinora. Quello che manca è la panchina, gli uomini di complemento (solo Bonzi Wells e Mo Peterson in tal senso sembrano offrire un minimo di solidità), il cambio di ritmo dal pino. E certamente manca l’abitudine a confrontarsi regolarmente a questi livelli, anche se sul piano emotivo l’entusiasmo e l’energia possono portare a traguardi neanche lontanamente immaginabili.

    Come stanno gli Spurs: eccoli qui, i vecchi volponi che non muoiono mai; ogni anno sono troppo vecchi per ripetersi, sembrano in regular season poco motivati e spenti atleticamente: poi, varcata la metà di aprile, si trasformano. Così, eliminata Phoenix senza troppi complimenti, paiono già pronti ad affrontare il successivo ostacolo, che assume le sembianze tutt’altro che rassicuranti degli Hornets. Non diversamente dai loro avversari dunque, anche i Texani sembrano sprizzare salute da tutti i pori, in primis il “Big Three”: Duncan è tornata la macina di sempre, l’uomo in grado di fare la differenza in ogni aspetto del gioco e su entrambe le metà campo, il perenne candidato al titolo di mvp (e i 25 punti e 14 rimbalzi di media contro i Suns sono cifre che non possono mentire); Parker ha appena giocato una serie pazzesca, non limitandosi a produrre statistiche egregie (29.5 punti e 7 assist a partita) ma anche annichilendo il diretto rivale, un certo Steve Nash, e punendo Phoenix non appena gli lasciava qualche centimetro di spazio per scoccare il suo micidiale jumper dai 6 metri o penetrare come un coltello nel cuore dell’area avversaria; infine Ginobili si è confermato clutch player strepitoso, col tiro della vittoria di gara 1, i liberi della staffa nella conclusiva gara 5 e in generale una sensazione di controllo assoluto delle situazioni più bollenti. Non solo: Popovich ha trovato le risposte che cercava anche dal resto del team: la difesa di Bowen, la solidità di Thomas, la durezza di Oberto ed anche il recuperato Barry, importante nei pochi minuti da cambio di Parker disputati. Se a ciò aggiungiamo che la determinazione, la concentrazione, l’esperienza e l’affiatamento sono quelli di sempre, e che la voglia di “repeat” è fortissima, gli elementi per disputare una grande serie ci sono tutti.

    Pronostico: tanto difficile quanto rischioso, ma a certi livelli l’esperienza conta, eccome, e gli Speroni ne hanno in quantità industriale. Gli Hornets per contro potrebbero incosciamente tirare un po’ i remi in barca, soddisfatti di un campionato che ha portato risultati che sono andati ben oltre le più rosee aspettative. San Antonio favorita, ma occhio alle sorprese. Comunque, proviamo: 4-2 Spurs.

     
  • 10:45 il 2 May 2008 Permalink | Rispondi
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    Detroit avanza, ora c’è Howard 

    Detroit è la seconda semifinalista nella Eastern Conference, dopo aver chiuso la serie con Philadelphia sul 4-2 andando a sbancare il Wachovia Center 100-77. Nonostante qualche intoppo meccanico nei primi giri, il potente motore dei Pistons ha ripreso quella consueta velocità di crociera che gli garantisce un’ affidabilità fatta di asfissiante pressione difensiva e collaudate alchimie in attacco.

    E’ risaputo che i Pistons sono i peggiori nemici di loro stessi, e nelle prime tre gare della serie lo avevano dimostrato, andando sotto 1-2 con disarmante facilità. Ma forse questa partenza “lenta” è stata prevista a tavolino, dato che un anno fa i Pistoni esordirono nei playoffs con sette vittorie consecutive, per poi finire senza benzina in finale di Conference al cospetto di “King of the Road” Lebron James. Dopo aver ripreso il vantaggio del fattore campo in Gara- 4, l’inerzia della serie è passata tutta agli uomini di Flip Saunders, che non si sono poi fatti pregare per chiuderla. Gara- 6 non ha mai avuto storia, i Pistons si sono subito issati sul 30-12, con Richard Hamilton che in tale frangente ha messo a segno 13 punti: l’uomo mascherato non sarà il massimo della spettacolarità, ma nel sistema offensivo dei Pistons i suoi “easy baskets” lo mettono sempre in grado di far malissimo agli avversari. I Sixers cercano di tornare in partita con alcuni pregevoli canestri in transizione – marchio di fabbrica del gioco di Maurice Cheeks – ma i Pistons non lasciano scampo e vanno al riposo sul 51-33 grazie a una serie impressionanti di jumper puntualmente andati a segno. Le ottime percentuali al tiro nel terzo periodo (11/14) consentono a Flip Saunders un quarto periodo di puro garbage time. Troppo timido l’attacco dei giovani Sixers al cospetto della ritrovata difesa dei Pistoni, e ne faceva le spese, come del resto in tutta la serie, un Andre Igoudala sottotono cui Prince ha messo una museruola implacabile, mentre il rookie Thaddeus Young sbagliava un paio di facili air-ball. Anche Andre Miller, geniale architetto delle vittorie in gara 1 e 3, trovava più fatica del solito grazie a un ritrovato Chauncey Billups, rivitalizzato rispetto allo spento point guard di inizio serie.

    Philadelphia chiude con onore una stagione stupenda, che ha rivitalizzato una delle piazze più prestigiose della Lega. Le basi per aprire un ciclo significativo ci sono tutte e Maurice Cheeks già da domani sarà al lavoro in tal senso. Detroit invece è forse all’ultimo anno di un ciclo straordinario ma che le ha regalato un solo titolo e adesso trova Orlando in una semifinale che le regala un certo margine di favore nei pronostici, benché Dwight Howard in regular season abbia dimostrato che lo “sweep” di un anno fa è ormai archiviato. Saunders dovrà poi cercare qualche accorgimento tattico rispetto alla sfida coi Sixers, quando la pressione sulle penetrazioni di Miller lasciava troppo spazio ai tiratori dal perimetro: mossa vincente coi Sixers, notoriamente privi di cecchini, ma certamente da non ripetere al cospetto di Turkoglu o Rashard Lewis.

    Ma Flip dovrà soprattuto sperare che le consuete amnesie dei suoi non riemergano fuori, in quanto i bastoni – uno in particolare assai consistente, in maglia numero 12 – che Van Gundy metterà fra le ruote potrebbero mandare fuori strada il gioiello di Motor Town.

     
  • 11:45 il 1 May 2008 Permalink | Rispondi
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    Washington risorge, Boston Ok 

    Per una volta Lebron James non segna allo scadere, non riuscendo a replicare al canestro con cui Caron Butler manda i wizards avanti e l’88-87 archivio, consentendo agli uomini di Eddie Jordan di tornare in corsa per la serie, ora inchiodata sul 3-2 per i Cavs.

    I campioni in carica della Eastern Conference hanno perso una grande occasione, considerando anche l’assenza di Arenas nelle fila dei capitolini. Ci ha però pensato Caron Butler a prendersi sulle spalle i suoi, dopo una serie a dir altanenante per l’ex Laker, che ieri sera ha chiuso con 32 punti e 9 rimbalzi. 34 punti per l’eletto, di cui 24 nell’ultimo periodo,: gli è mancato solo il guizzo decisivo. Sarà magari per gara-6 a Washington.

    Facile vittoria per Boston, che demolisce Atlanta 110-85 e torna a condurre 3-2. Senza l’ausilio del loro pubblico, gli Hawks si trasformano in agnellini, venendo subito ridimensionati dai 61 punti dei big three. Adesso si torna ad Atlanta, per i Celtics sarà imperativo spazzare via ogni dubbio.

     
  • 10:43 il 29 April 2008 Permalink | Rispondi
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    Boston si inceppa, estasi Atlanta 

    Il bello dei playoffs è la loro imprevedibilità, quella forza irrazionale distruttrice di facili pronostici e di granitiche certezze. Solo un anno fa i magnifici Dallas Mavericks si erano fatti sbranare dai Warriors dopo una stagione da 67 W, adesso i Boston Celtics sono tenuti in scacco dal cancro della lega, quegli Atlanta Hawks qualificati con negativo record imbarazzante. La Franchigia della Georgia ha infatti battuto di nuovo gli irlandesi (97-92), impattando la serie sul 2-2, dopo che nelle prime due gare a Boston era stata spazzata via.

    Atlanta ha capovolto l’inerzia della serie puntando sulla propria preponderanza atletica, tenendo conto che anche nella pur trionfale regular season i Celtics hanno sofferto squadre molto fisiche come Charlotte o Washington. Al Horford ha confermato di essere un fattore chiave con la sua mobilità sotto canestro, da anni non si vedeva un rookie con l’impatto così feroce su una gara di post-season, e il suo “alterco” con Paul Pierce in gara 3 ha cambiato il meccanismo psicologico sul parquet: non a caso anche ieri Pachulia non ha avuto timori nell’accettare un duro faccia a faccia con un Garnett troppo nervoso e arrogante. Che dire poi di Josh Smith, che anche ieri sera ha terrorizzato i bostoniani con le sue stoppate (ben sette), costringendoli in alcuni frangenti a forzare il tiro in penetrazione per la paura di essere avvinghiati dai tentacoli del Falco (non a caso , le principali note positive offensive per i Celtics sono venute con la produzione da oltre l’arco di Allen, Pierce e Posey).

    Esemplare in tal senso il lay-up fallito da Pierce a 28” dalla fine che avrebbe portato Boston a sole due lunghezze da recuperare. Il capitano dei Celtics aveva un’autostrada davanti ma si è clamorosamente incartato, facendo scorrere i titoli di coda sulla sfida. Ad aggredire la retina con continuità ci hanno pensato, oltre allo stesso Smith, i redivivi Mike Bibby e Joe Johnson. Il primo ha fornito la prova più convincente dal suo arrivo in Georgia, mentre l’ex Phoenix è stato semplicemente immarcabile, in particolare nell’ultimo quarto, dopo che nelle prime tre gare era stato tenuto a percentuali realizzative mediocri. Trentacinque punti e una prestazione da cineteca per lui.

    Boston si trova nella stessa situazione dei Pistons, ma con una pressione mostruosa addosso, fin dalla prossima gara – 5 nel fortino del Garden, dove Atlanta si recherà feroce e determinata a guastare ulteriormente la festa, non avendo nulla da perdere. Rivers dovrà serrare i ranghi e tenere i nervi d’acciaio: è tempo che i suoi ragazzi smettano di guardarsi allo specchio, perdendo tempo in inutili chiacchiere (vero, Garnett?). L’aura di imbattibilità è andata via, si auspica che questa salutare discesa dei fighettini in canotta verde nei ghetti più lerci della Lega si traduca in un rigeneratore bagno di umiltà.

     
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