Aggiornamenti da gennaio, 2008 Mostra/nascondi commenti | Scorciatoie da tastiera

  • 12:49 il 11 January 2008 Permalink | Rispondi
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    Dallas: gli scenari della grande rivincita 

    Serpeggia da un paio di anni, fra le calde sabbie texane, una particolare e insidiosa malattia, nota come “sindrome Mavericks“. Tale patologia si è manifestata nelle ultime due stagioni con un’ insana e autolesionista tendenza da parte di un fortissimo branco di bestioni (probabilmente il più temibile delle infinite distese americane) a buttare giù dal canyon i frutti ormai acquisiti di una caccia pluriennale, con amnesie e debolezze assortite nei momenti della verità. Di tale patologia ha sovente portato i segni il capobranco, un mammiferone biondo arrivato dalla lontana Europa. E tutti si chiedono se sarà questo l’anno giusto per il meritato banchetto.

    Dopo le cocenti legnate degli ultimi due anni, la franchigia del vulcanico Mark Cuban ha dunque pensato bene di leccarsi le ferite, e di cominciare la stagione del riscatto a fari spenti, sposando lo stile noioso ma tremendamente efficace a Maggio degli odiati dirimpettai dei San Antonio Spurs. Un anno fa la regular season era stata una passerella trionfale, spettacolare ma alquanto dispendiosa, e la truppa di Avery Johnson ne ha pagato le conseguenze incagliandosi maldestramente contro le secche della Baia di San Francisco. Ecco quindi spiegato il passo felpato e indolente dei Mavs in questi primi due mesi e mezzo di regular season, conditi in particolare da un bilancio poco felice lontano dalle mura amiche (7 vittorie e 8 sconfitte), e da alcune cadute abbastanza inopinate, come quelle subite ad Atlanta o Toronto. Complice il grande equilibrio presente nella Western Conference, i texani stanno però tornando prepotentemente al vertice, avendo appena griffato una striscia vincente di 5 W. La spettacolare prova di forza fornita due giorni fa contro i Detroit Pistons (i quali il giorno dopo avrebbero sbancato San Antonio), in cui alle grandinate offensive dei bei tempi si è affiancato un focus difensivo smagliante, ha dunque rassicurato i numerosi sostenitori dei texani, i quali adesso nel loro breve road trip nella costa Ovest sono chiamati a fornire continuità anche in trasferta.

    Nello scacchiere di coach Avery Johnson, nel ruolo di point guard si alternano costantemente due pedine: Jason Terry e Devin Harris. Quest’ultimo sta disputando una stagione fin qui ragguardevole, costringendo il suo rivale a spostarsi nel ruolo di shooting guard o a partire dalla panchina (circostanza accaduta per 1/ 3 dei match fin qui disputati). Superbo tiratore da tre punti (43 % quest’anno), Jason rimane un pilastro indiscusso, con statistiche che non si discostano di molto da quelle della trionfale, passata regular season. Il leggero calo nei numeri (da 16.4 a 15.0 punti, da 5.2 a 3.5 assist a partita) si spiega soltanto, ovviamente, con il minutaggio inferiore (da 35 a 32 minuti). Quanto a Harris, Avery Johnson sta dando notevole fiducia a questo playmaker tipicamente “old school”, avendolo messo ormai più di 30 volte in quintetto base, e venendo ripagato con 14 punti e 6 assist circa di media a partita. Nell’ambito delle guardie, si ritaglia sempre uno spazio notevole Jerry Stackhouse. Benché non sia più il tellurico giocatore da 30 punti a partita capace di deliziare Detroit nella ormai lontana annata 2000-2001 , “Stack” rimane una carta preziosa nelle mani di AJ, grazie a 10.3 punti, 2.7 assist e 2.6 rimbalzi. Pollice verso invece per i rincalzi, non degni di una pretendente al titolo. Non tanto per Jose Barrea e Devean George, quanto per Eddie Jones. L’ex Laker è stato l’unico rinforzo di lusso in estate, ma il suo contributo è stato fin qui decisamente scadente:le sue percentuali al tiro (33,3% da due, 25,9% da tre) illustrano bene il declino di un asso ormai ridotto a essere l’ombra di se stesso.

    Le migliori note per Dallas vengono ovviamente nel settore Forward, grazie a Dirk Nowitzki e Josh Howard. Di “Wunder Dirk” si è detto ormai tutto: è evidente che non è al suo miglior livello, che è probabilmente il primo a voler inserire le marce alte dal mese di maggio, e le sue statistiche soffrono nel paragone con quelle da MVP (da 41% a 30 % da tre, da 50% a 47% da due, media punti scesa da 25 a 22): senza contare che ormai le difese avversarie hanno imparato a menadito le movenze dell’algido teutonico, il quale sovente si è intestardito nel cercare tiri complicati, se non impossibili. Rimane tuttavia l’arma principale dei Mavs, come dimostrato l’altra sera nella disintegrazione dei Pistons (23 punti e 9 rimbalzi), anche perché spalleggiato in frontline da un sempre più spumeggiante Josh Howard. Il ragazzo di Wake Forest sta confermando in scioltezza che lo status di All-Star acquisito un anno fa grazie alla rinuncia di Carlos Boozer è del tutto meritato, mettendo a referto in media 20.8 punti, 2.2 assist e 7.4 rimbalzi. Vero e proprio incubo per i San Antonio Spurs (ai quali ha sempre combinato danni ingenti negli ultimi due anni con il suo magistrale tiro in sospensione), sopraffino e poliedrico difensore (tanto da essere preso in considerazione da Colangelo quale specialista per Pechino 2008), Howard sta silenziosamente affiancando nella leadership della squadra un Wunder Dirk che potrebbe beneficiare dal condividere certe responsabilità. Del resto, anche Howard ha qualcosa da farsi perdonare riguardo alle NBA Finals 2006. L’Howard visto a dicembre contro gli Utah Jazz (career high di 47 punti), capace di strabiliare per la varietà dei colpi eseguiti e la debordante potenza di fuoco, può davvero essere l’arma in più nella caccia all’anello.

    Infine, nel roster texano non sfigurano altri tasselli. L’erculeo Dampier vive una stagione discreta, puntellata dallo scalpo di Dwight Howard nella vittoria contro Orlando, quando il prodigio della Florida è stato ben contenuto nelle fasi calde dell’incontro, mentre Diop ha dimostrato di essere una discreta alternativa. Segnali positivi anche dalla giovane ala grande Brandon Bass, che con 8 punti e 5 rimbalzi a partita sta fornendo il suo contributo in area pitturata. Per puntellare il tutto, a coach Avery Johnson servirebbe forse una point guard in grado di surrogare Harris in certi frangenti, permettendo a Terry di operare stabilmente come guardia pura. Se poi Nowitzki ritornerà ai suoi consueti standard, sapremo se la “sindrome Mavericks” potrà essere superata. Diversamente, Mark Cuban farà bene a rivolgersi al Dottor Freud.

     
  • 10:50 il 10 January 2008 Permalink | Rispondi
    Tag: Gary Payton   

    Belinelli risponde presente 

    In una pessima serata dei suoi compagni di squadra, travolti dai sempre più sorprendenti Portland Trail Blazers (109-91), Marco Belinelli si è fatto trovare pronto. L’ex fortitudino entra a gara ormai ampaimente compromessa per i suoi Warriors, ma coglie la rara occasione concessa da Don Nelson per realizzare il suo career high. Nove punti per il Beli nella trasferta in Oregon, tutti nel quarto tempo di puro garbage time, ma comunque significativi: 3/ 3 da due e 1/3 da oltre l’arco, a conferma che il ragazzo non ha affatto gettato la spugna, pur all’interno di una situazione non proprio rosea, e con persino il fantasma di Gary Payton che aleggia sulla Bay Area. Vedremo se Nelson capirà che l’azzurro può dare una mano a far rifiatare un Baron Davis ieri nullo e spompato dai 51 minuti giocati contro San Antonio: sperando che Belinelli sappia farsi trovare ancora pronto.

     
  • 10:51 il 6 January 2008 Permalink | Rispondi
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    Oh, Big Baby: Boston espugna Detroit 

    Un rookie sgraziato e scelto col numero 35 al draft ha risolto una delle sfide di regular season di maggior lignaggio (per palmares delle franchigie, per il loro rendimento stratosferico per rapporto W-L e per le relative strisce vincenti) da parecchio tempo a questa parte nella Lega. A Boston sembra girare tutto per il verso giusto in queste lune e così è stato a sorpresa Glen “Big Baby” Davis l’arma letale che ha consentito ai Celtics di vendicare la sconfitta subita a Boston dai Pistoni: 92-85 il recap finale per Garnett e compagni, ed ennesimo esame superato in questo inizio regular reason che assomiglia a una parata trionfale per la legione del Massachussets.

    L’ex stella di LSU University ha impresso una svolta devastante nel quarto periodo, avendo messo a segno 16 dei suoi 20 punti (suo nuovo career high) in tale frazione. Fino a quel momento la partita era stata splendida ed equilibrata come da pronostico, con un’intensità e un’asfissia difensiva che la faceva assomigliare alla probabile finale di Conference che dovrebbe vedere protagonisti una volta di più i due boss Danny Ainge e Joe Dumars. Erano stati i Pistons a premere per primi sull’acceleratore nel primo quarto, approfittando di un Garnett richiamato in panchina al terzo fallo. Con un parziale di 17-0 i protegé di Flip Saunders mettevano alle corde Allen e Pierce mantenendo la proverbiale efficacia offensiva di Hamilton e Sheed (e trovando nella riserva Maxiell, autore di 13 punti, una piacevole alternativa) e puntellando il tutto con dei raddoppi tremendamente efficaci (in particolare sul play che non fosse Rondo, come già fatto a Boston: mossa capace di mandare in tilt l’attacco dei Celtics), dando un saggio di ciò che ai play-off verosimilmente potrebbe succedere per tutta la durata dell’incontro. Il ritorno di KG era perciò provvidenziale per risalire dal -12 del primo quarto, sopratutto per fornire il faro della manovra dal post basso in chiave offensiva: fondamentale nell’irradiare il gioco, vista anche la poca circolazione di palla effettuata da Rondo o Tony Allen (e che a volte sembra un po’ penalizzare Ray Allen, ma questo è un altro discorso).

    I Celtics tornavano così in carreggiata, fino al -2 dell’half time, mentre nel terzo periodo le due fazioni si alternano al comando fino al 66-63 per Motown a inizio quarto periodo. Dove appunto entra in scena “Big Baby”, sfruttando un copione tanto semplice quanto devastante. Le attenzioni difensive dei Pistons sono tutte per i “Big Three“, con Paul Pierce (autore tra l’altro di una splendida palla rubata a Hamilton conclusa con schiacciata in contropiede) geniale nel liberare Davis sotto canestro con assist precisi e taglienti come lame, finalizzati al meglio dall’erculeo rookie. Un Davis feroce e a suo agio nella temibile gabbia dei lunghi di Detroit, in un’occasione beccando pure il fallo addizionale di un esterrefatto Rasheed Wallace per un gioco da tre che ha ricacciato indietro i Pistons dopo l’ultima fiammata di Rip Hamilton. Kevin Garnett ha avuto parole spiritose ma significative per Davis: “Glen è stato fantastico. E’ davvero bello vederlo crescere così bene come giocatore. Fin dal primo giorno di allenamento, ci siamo confrontati con grinta e non ho esitato a essere anche severo quando serviva. Si sta facendo un culo così per migliorare e questi sono i risultati. Doc Rivers gli sta concedendo una fiducia meritata, e lui si sta integrando coi veterani sempre meglio.” La panchina dei Celtics sta dunque dando risposte fondamentali, dopo che già Tony Allen (10 punti per lui a referto al Palace) era stato decisivo il giorno prima nella svogliata vittoria casalinga contro i Memphis Grizzlies. E se ai “Big Three di complemento” (Posey, T Allen e House) si aggiunge pure “Big Baby”, e se arriverà un play di esperienza alla Payton a puntellare il roster bostoniano, la faccenda comincerà a farsi maledettamente intrigante per i sostenitori del Celtics Pride anche in chiave play-off.

    Per quanto concerne Detroit, la sconfitta è stata un brutto colpo, dato che i Pistons erano unanimemente considerati più in forma dei loro avversari. Una squadra che per cinque anni di fila è andata in Finale di Conference sa però bene quali sono le partite davvero importanti. Chauncey Billups (che nelle fasi finali della partita ha tarpato le ali al possibile recupero dei suoi fallendo tre tiri liberi e una tripla da ottima posizione) ha infatti ironizzato sulla felicità a fine partita dei ragazzi di capitan Pierce: “Sembrava avessero vinto il SuperBowl “. Lo stesso Flip Saunders ha preferito dare spazio al rookie Rodney Stuckey per fargli fare esperienza piuttosto che schierare quel Lindsay Hunter che era stato pivotale nella vittoria dei Pistons a Boston di Dicembre. Insomma, Boston si è aggiudicata una battaglia ragguardevole sopratutto dal punto di vista psicologico: ma la saga Detroit- Celtics promette di scrivere ancora molte pagine appassionanti da qui a fine Maggio.

     
  • 10:07 il 6 January 2008 Permalink | Rispondi
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    Atlanta Hawks: playoff nel mirino? 

    Oramai c’eravamo abituati, nei consueti pronostici pre-stagionali, a scrivere degli Hawks sempre le stesse cose: squadra giovane, con poca esperienza, costruita con evidenti difetti strutturali (troppe ali, nessun play o centro di qualità), con poco entusiasmo attorno e destinata per l’ennesima volta a giocare, più che per un posto nei play-off, nella speranza che le poche vittorie si sarebbero tramutate in un’altissima scelta al draft, con conseguente scelta della promessa di turno. Ed anche quest’anno le parole utilizzate erano le medesime: Atlanta vincerà al massimo 30 partite, non centrerà il traguardo della post-season e sarà la squadra materasso dell’est; con l’ulteriore aggravante che nel draft 2008 non si avrà a disposizione la propria scelta, ceduta ai Suns nell’affare Joe Johnson.

    Erano dunque queste le premesse con cui ai primi di ottobre si era iniziato il training camp, in un clima di sfiducia generale. Probabilmente chi avesse scommesso un dollaro che dopo 30 partite il bilancio sarebbe stato ancora in perfetta parità (15W-15L) sarebbe stato preso per un folle, eppure è proprio così che stanno andando le cose. I motivi che hanno portato alla riscossa degli Hawks hanno dei nomi e cognomi ben precisi, vediamo quali sono: Joe Johnson: non è semplice, quando vieni accolto a mo’ di salvatore della patria in una franchigia disastrata che ti chiede di diventare il leader di una squadra giovane, salire di rendimento e mettere in pratica le cose per cui vieni pagato profumatamente; ebbene, JJ ci sta riuscendo, giustificando il cospicuo investimento fatto su di lui. Non sono solo le cifre (ottime peraltro: in 41 minuti quasi 22 punti, con 3.8 rimbalzi e 5.3 assist, anche se con percentuali rivedibili) a dargli ragione, ma è prima di tutto l’atteggiamento ad essere quello giusto: tantissimi minuti in campo, molti dei quali da vera point guard (e JJ è attorno ai 2 metri), e soprattutto la palla che gli viene sempre affidata nei momenti clou del match, quando spesso il buon Joe non tradisce affatto. E considerando che è ancora piuttosto giovane (classe ’81), appare lecito continuare a puntare su di lui.

    Josh Smith: con il fisico che si ritrova ci mancherebbe altro, verrebbe quasi da dire, ed in effetti persino in una lega di veri e propri super-uomini trovare degli atleti come lui è molto difficile; a ben vedere è proprio sull’atletismo che si basa gran parte del gioco del buon Josh, fatto di balzi clamorosi, stoppate irreali e penetrazioni eseguite con un primo passo difficile da contenere per chiunque. Per il resto c’è ancora un po’ pochino, soprattutto il tiro da fuori è ancora troppo discontinuo (appena il 26% da 3), ma la sua dimensione di attaccante del ferro è fondamentale per gli equilibri del team; ciò infatti lo porta a complementarsi bene con Johnson che, almeno sulla carta, fa del tiro la sua dote migliore. Inoltre è sicuramente lui il miglior difensore perimetrale della squadra, incaricato di prendersi cura della più temibile guardia o ala piccola avversaria. Marvin Williams: tanti nella Georgia storcono ancora il naso pensando che l’ala da North Carolina fu preferito nel draft 2005 a giocatori del calibro di Deron Williams e Chris Paul (ma guarda un po’, due delle migliori point guard al mondo…), eppure quest’anno Marvin sta facendo ricredere almeno alcuni degi scettici, mostrando progressi non sottovalutabili: i 16,6 punti e 5,6 rimbalzi con quasi il 50% dal campo sono ovviamente tutti career high per l’ancor giovanissimo (nato nel 1986) falco. E’ lui l’altro jet perennemente in fase di decollo nei contropiedi degli Hawks, in compagnia di Josh Smith, e non c’è che dire, queste due ali interscambiabili (stessa altezza e tipologia di giocatori alquanto simile) non sembrano affatto pestarsi i piedi, anzi. Con loro ad Atlanta nel settore ali possono star tranquilli per un bel po’ di anni a venire. I problemi sono infatti in altri ruoli…

    Eh sì, perché non è che nella Georgia siano diventati dei geni da un giorno all’altro, e il team presenta ancora degli evidentissimi limiti strutturali: Anthony Johnson in posizione di play, per quanto stia rendendo in maniera soddisfacente (6,7 punti e 4,7 assist, ma soprattutto tanta esperienza), ha tutta l’aria di essere una soluzione tampone e poco più, complici motivi anagrafici (và per i 34 anni), e il rookie Acie Law ha bisogno ancora di molto tempo prima di diventare un giocatore perlomeno affidabile. Chi non ha avuto certamente bisogno di tempo per adattarsi è stato Al Horford, fresco vincitore di due titoli NCAA consecutivi a Florida con Noah e compagni, che ha sin da subito mostrato una maturità per certi versi sorprendente: utilizzato nel ruolo di centro sta viaggiando nei pressi della doppia doppia, tenendo medie di 8,9 punti e 9,3 rimbalzi; unica macchia nella sua giovanissima carriera (che lo ha visto tra l’altro insignito del titolo di rookie del mese di novembre della Eastern Conference), il fallaccio con cui ha steso il povero TJ Ford di Toronto, per il quale si parla addirittura di stagione finita.Tuttavia difficilmente potrà essere lui il centro di peso che tanto aspettano nella città che fu di Dominique, visto che il fisico è più quello di un’ala (208 cm, ma in America sappiamo tutti quanto siano larghi con le misure, e 110 kg). Altri problemi è impossibile poi non notarli dando uno sguardo alla panchina, dalla quale il solo Josh Childress, ennesima ala piccola, fornisce un rendimento soddisfacente, che tradotto in cifre significa 12 punti e 5 rimbalzi di media; per il resto il pino è composto da un insieme di giocatori oramai alla frutta (Lorenzen Wright), promesse non mantenute (Shelden Williams) o con perenni problemi fisici (Speedy Claxton), oltre al già citato ma molto discontinuo Acie Law. E, a proposito di panchina, il coach Mike Woodson, è da sempre considerato un allenatore a termine, sempre in odore di licenziamento. Per concludere, sarebbe ingeneroso non riconoscere come i passi in avanti ci siano stati, e corposi anche: finalmente la squadra sembra avere una sua identità, una parvenza di gioco organizzato e non improvvisato sul momento, ed anche una certa solidità mentale, ma cullarsi sugli allori potrebbe essere particolarmente pericoloso per una squadra giovane e da sempre molto umorale, che non ha ancora un sistema solido su cui poggiarsi nei momenti di magra, o quantomeno una città che la sostenga nei momenti di difficoltà. Per questo, parlare di play-off sembra ancora prematuro; io fossi nella dirigenza mi augurerei di vedere la Philips Arena un po’ meno vuota da qui al termine della regular season: dopo anni in cui più che il tifo si sentivano nell’impianto le urla di incoraggiamento provenienti dalla panchina, e talvolta nemmeno quelle, riconquistare una città sarebbe già un risultato cui brindare allegramente.

     
  • 11:30 il 5 January 2008 Permalink | Rispondi
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    Pistoni Roventi: Bargnani si inchina, adesso i Celtics 

    E sono Undici. La striscia di vittorie dei caldissimi Detroit Pistons prosegue in doppia cifra, con i ragazzi di Flip Saunders che sbancano Toronto (101- 85), si confermano secondi nella Eastern conference tallonando i Celtics. Proprio stasera i fantasmi anni 80 di una delle rivalità storiche della Lega aleggeranno attorno al Palace, nella sfida tra le due migliori franchigie (classifica alla mano), con i nipotini dei “bad boys” che concederanno a Garnett e compagni la rivincita dell’inusitato colpaccio al Boston Garden di qualche settimana fa.

    Inusitato, perché quest’anno Detroit è partita decisamente a fari spenti. Il suo ciclo sembrava essere giunto al capolinea, il vuoto lasciato dalla partenza di Ben Wallace non colmato e l’inchinarsi di fronte alla stratosferica serie di LeBron James nelle finali di Conference a maggio sembrava il sigillo sul tramonto dell’era Pistons, e alcune sconcertanti sconfitte nei primi vagiti della regular season avevano lasciato perplessi anche molti sostenitori dei Bad Boys. Senza contare la polemica per le dichiarazioni di Rasheed Wallace che ha paragonato la Lega alla federazione di Wrestling, e chi conosce David Stern sa benissimo che il Grande Capo se l’è legata al dito (con le ovvie conseguenze del caso…). Certo, Billups e soci rimanevano sempre una delle squadre più toste nella zoppicante Eastern Conference, ma vuoi mettere con il fascino vintage del PGA Tour, o dei vari James e Howard, nella considerazione de media? L’attuale striscia di vittorie ha quindi avuto il merito di riportare la giusta attenzione su un contender solido e sfaccettato, benché privo di particolare appeal mediatico. I Pistons sono una rogna per tutti, e gli stessi Celtics se ne sono accorti perdendoci al Boston Garden: di misura e grazie a una colossale ingenuità di Tony Allen, ma giocando male, perché sono proprio i Pistons che fanno giocare male gli avversari. E del resto, per buttare fuori i Pistons nei Play Offs bisogna sempre fare qualcosa che sfiori la perfezione. San Antonio in sette partite tiratissime, Miami in stato di grazia lanciata verso il titolo nel 2006 e LeBron James autore di una serie Jordaniana (che lo ha svuotato per la finalissima).

    La vittoria su Toronto di ieri sera ha mostrato le peculiarità di questo felice periodo della franchigia diretta dal leggendario Joe Dumars: Billups, Wallace e Prince come eterne garanzie con tatuato addosso l’orgoglio dei campioni, Hamilton autore di 22 punti di media in questa streak di vittorie e sempre più dotato del killer instinct necessario. Ma sopratutto, un significativo contributo dalla panchina:contro i Raptors ben 26 punti sono arrivati da Stuckey, dal superbo tiratore Hayes e dell’ottimo tiratore Maxiell. Proprio quest’ultimo, nel quarto periodo di gara, ha avuto da coach Sanuders l’incarico di mettere la museruola ad Andrea Bargnani. Nei tre precedenti quarti, il “mago” aveva fatto impazzire la difesa dei Pistons, mettendo a referto ben 25 punti, frutto non solo dei consueti tiri da tre, ma anche di alcune felici intuizioni in area pitturata (anche se di rimbalzi, come sempre, nemmeno l’ombra…). Purtroppo per il Mago la festa è finita sul più bello, e l’aggressiva difesa di Maxiell gli ha impedito di superare il suo career high di 26. Saunders è stato a proposito un po’ supponente, affermando che ci sono voluti 25 punti prima che i suoi capissero che il romano sapeva tirare: è anche vero che Bargnani ha avuto un calo fisico. Per lui la sfida sarà dare continuità a queste prestazioni, sopratutto adesso che pare aver riconquistato la fiducia di coach Mitchell.

    Per Detroit invece il futuro immediato è da brividi. Celtics in casa, e poi trasferte a Dallas e San Antonio. Tre impegni che permetteranno di valutare la reale consistenza del momento d’oro dei ragazzi di Motown, sicuramente affrontati col piglio che da sempre contraddistingue Rasheed Wallace e soci. Attenti a non fare i conti senza l’oste: coi Pistons la si può pagare molto cara.

     
  • 19:56 il 31 December 2007 Permalink | Rispondi
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    Garnett: sofferenza ed estasi a Los Angeles 

    Il Bigliettone verde ha scelto la cornice giusta per dimostrare ai più inguaribili scettici che il suo approdo a Boston è una faccenda maledettamente seria.

    Il trappolone era pronto allo Staples Center per i Celtics. I Lakers in striscia positiva e apparsi per la prima volta un contender dai tempi dell’ acrimonioso addio di O’Neal, con un Bryant stellare ma meno egocentrico del solito; il baby prodigio Bynum in rampa di lancio verso il top della Lega e Odom finalmente sano e continuo; il consueto codazzo di star e paillettes giunto a festeggiare il possibile sorpasso di Phil Jackson ai danni dell’icona verde Auerbach per numero di W, con tanto di celebrazione di Jerry West e divisa vintage indossata dai losangelini. E come convitato di pietra, il consueto stormo di corvi che da inizio stagione aleggiano intorno ai Celtics, speranzosi di cogliere in fallo la franchigia del Massachussets e che continuano ad alzare continuamente l’asticella intorno alle prestazioni di Boston, a cominciare dall’analista principe di TNT, “Sir” Charles Barkley (il quale ha dichiarato che se Boston dovesse battere il 72-10 dei Bulls, andrà in strada in costumino Speedo: prospettiva davvero raccapricciante, data la sua attuale stazza cetacea).

    Ma questi Celtics sono al momento troppo forti, e i protegé di Zen Jackson si sono avviati verso il Sunset Boulevard con una bella legnata nella schiena (110-91). I vari detrattori di Boston, stando a quanto visto in questo trionfale road trip a Ovest (4-0, con pure lo scalpo di Utah) dovranno rosicare almeno fino ai playoff. Ha detto lucidamente Kobe Bryant (limitato dall’asfissiante difesa di Boston a un poco onorevole 6/25 dal campo) a fine gara: “Boston è semplicemente a un livello superiore. Dobbiamo fare parecchia strada per arrivare a competere con loro.” . Se Paul Pierce si inventa un mese da favola e si conferma l’arma letale verde, se Ray Allen si sacrifica in difesa e non manca di mettere a referto punti preziosi nelle fasi calde del match, Se Eddie House, James Posey e Kendrick Perkins si ritagliano spazi decisivi nello scacchiere di Doc Rivers, anche quando gli avversari si chiameranno Detroit, San Antonio o Dallas sognare non sarà proibito. Sopratutto se Boston sarà ancorata come ieri sera attorno al monumentale Kevin Garnett, autore di 22 punti, 12 rimbalzi e 6 assist. Questo recita il boxscore della ex stella di Minnesota, ma le nude cifre non rendono esattamente l’idea di quanto bene abbia giocato KG.

    Eppure la serata nella città degli angeli a un certo punto non si era messa bene per Big Ticket. Coadiuvato dall’eccellente Perkins, Kg aveva messo la museruola al talentino Bynum, facendogli fare un giretto scolastico per mostrargli i fondamentali della lotta sotto canestro. Unico inconveniente: poco prima dell’intervallo, l’erede di Shaq colpiva al volto Garnett con un gomito, e il sanguinante MVP 2004 era costretto a tornare nello spogliatoio a farsi medicare, mentre nell’halftime curiosamente risuonavano le note di “Sunday Bloody Sunday” degli U2 nella luccicante arena californiana. Ma una volta tornato in campo, il bigliettone riprendeva il suo incessante giogo dell’area pitturata, spianando la strada al break di Pierce che ha messo a cuccia le velleità dei Lakers. Intensità è la parola chiave per l’annata di Kevin, nella sua corsa al sospirato anello. Un leader silenzioso ma tremendamente catturante nello spogliatoio, quasi un novello “The Chief” a sentire i suoi estasiati compagni, dal rookie Glen Davis al reduce di tante battaglie Ray Allen.

    Quando è interpellato al riguardo, Garnett quasi si schernisce, sornione: “Sono motivato e vado di giornata in giornata. Che si giochi a Philadelphia, New York, o Los Angeles non fa differenza. E sono in una squadra che da’ tutto ogni notte“. Certo, in fondo questo è proprio ciò che Kevin Garnett ha sempre sognato.

     
  • 15:51 il 31 December 2007 Permalink | Rispondi  

    McGrady salta le prossime sette partite: ginocchio ko 

    Piove sul bagnato per Houston: con una classifica che rimane sempre deficiaria nonostante la netta vittoria su Toronto (ad oggi Yao e soci sarebbero nettamente fuori dai play-off), si aggiunge la tegola di un nuovo stop per la stellina Tracy McGrady. L’ex icona degli Orlando Magic dovrebbe restare fuori dai parquet della Lega fino al 13 gennaio, per un totale di sette partite ai box. Toccato duro al ginocchio destro in occasione della sconfitta dei Rockets contro Detroit lo scorso 23 dicembre, T-Mac ha smentito in una dichiarazione al Houston Chronicle di soffrire di tendinite, puntualizzando però che si tratta di “una profonda contusione al livello dell’osso. Non ho più forza nelle gambe“. Tracy può però consolarsi con le votazioni degli All Star Game, essendo pienamente in corsa per un posto in quintetto base.

     
  • 09:59 il 27 December 2007 Permalink | Rispondi
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    Bulls in caduta libera 

    Lo sport USA, e il basket NBA in particolare, è ben strano. Un osservatore distratto fatica a capirne le logiche, da un anno all’altro si passa dalle stelle alle stalle, e viceversa. Vedere per credere Boston, la barzelletta della Lega nel giro di un’estate si è trasformata nella squadra da battere, o l’inarrestabile involuzione di Chicago, una delle migliori squadre ad Est fino alla scorsa stagione.

    Visto che del PGA parlano abbondantemente un po’ tutti, concentriamoci invece sui Tori. Che succede a Chicago? I più ottimisti fino a qualche settimana fa ipotizzavano si trattasse della solita partenza lenta dei nipotini di MJ, ma ora è chiaro che la situazione è allarmante: 9 vinte 16 perse, terzo peggior record della Eastern Conference, squadra senza identità e senza cuore, dove tutti paiono remare contro. Come sempre in questi casi a pagare è stato l’allenatore, è di questi giorni la notizia del prevedibile licenziamento di coach Skiles. Innegabile che il recordman di assist in una singola partita (30) abbia avuto le sue colpe: quintetti cambiati in continuazione, giocatori dimenticati in panchina per diverse partite e poi improvvisamente rispolverati, solite lacune offensive non più mascherate dall’applicazione in difesa, e una netta sensazione che la squadra non lo seguisse più. Tuttavia non è possibile dimenticare la stagione 2006-2007, nella quale i Bulls hanno esplorato e superato i loro limiti per merito soprattutto dello stesso Skiles, bravo ad assemblare e spremere il meglio dal roster a sua disposizione. Per cui la decisione di allontanare l’ex prodotto di MSU appare come un tentativo di dare una sterzata, individuando un capro espiatorio che paghi per tutti. Così ha commentato Paxson:

    “È stata una decisione difficile, ma a questo punto era necessaria. Scott ci ha aiutati in molti modi durante la sua permanenza, soprattutto facendoci riguadagnare la rispettabilità. Ha lasciato la sua impronta sulla squadra”

    Parole di circostanza, che nascondono la realtà dei fatti: Paxson ha fatto fuori Skiles per salvaguardare la sua poltrona. Le quotazioni del GM dei Bulls restano comunque in netto ribasso. L’operazione Wallace, sbandierata come fondamentale per andare alla caccia del titolo, ha di fatto affossato la squadra: il contratto di Big Ben durerà ancora 3, lunghissimi e pesantissimi anni, in cui l’ex Pistons continuerà presumibilmente a non incidere nè in difesa nè tanto meno in attacco. Le scelte nei vari draft, fiore all’occhiello della dirigenza, si stanno rivelando meno azzeccate del previsto. Partiamo dal giocatore più eccitante della scorsa stagione, Tyrus Thomas. Double-T pareva destinato a mangiare in testa a tutti, ma vuoi per l’utilizzo discontinuo, vuoi per la perdurante latitanza di affidabili movimenti nei pressi del canestro è stato ampiamente scavalcato nella considerazione degli addetti ai lavori da quell’Aldridge per cui fu scambiato non più tardi di un anno fa. Ben Gordon, go-to-guy indiscusso fino a pochi mesi fa, è ormai irriconoscibile. I suoi limiti difensivi e anche offensivi derivanti dalla bassa statura per una guardia (1m e 90), già palesati brutalmente da Detroit nei Play Off 2007, sono stati definitivamente smascherati. Luol Deng, uno dei giocatori più promettenti della Lega, pare essersi fermato nel suo sviluppo, e denuncia carenze di leadership incompatibili per una superstar in divenire. Kirk Hinrich, blindato da tempo con un ricco contrattone a differenza di Deng e Gordon che in estate hanno rifiutato il prolungamento, non vede più il canestro ed è il primo responsabile del disastroso gioco in attacco di Chicago. Nel grigiore generale, oltre al solito commovente argentino di ferro Andres Nocioni, si salva tutto sommato anche Joakim Noah, il quale nel passaggio al piano superiore non ha perso la carica agonistica che ha sempre profuso al College.

    Come bloccare l’emorragia e tornare in carreggiata? Per Chicago a mio parere è tempo di riconsiderare il ruolo del draft. Tra 6 mesi saranno 10 anni dall’ultimo titolo griffato da His Airness, 10 anni in cui da Elton Brand, a Ron Artest, Tyson Chandler, Eddy Curry, giù giù fino a Marcus Fizer, Chris Mihm e Jay Williams, si sono susseguiti giocatori scelti molto in alto che hanno deluso e lasciato l’Illinois. E’ giunto il tempo di provare a pensare al presente, visto che le squadre eternamente futuribili non vanno da nessuna parte. Spazio salariale ce n’è, giocatori appetibili alle altre franchigie pure, bisogna scegliere chi tenere e chi sacrificare e muoversi con decisione sul mercato per provare a invertire la tendenza, correndo anche il rischio di sbagliare. I rumors fini a sè stessi (vedi la telenovela Bryant) non fanno altro che spaccare lo spogliatoio: questo roster è ormai al capolinea, va rifondato pesantemente. Come stella cometa del suo agire Paxson potrebbe usare Golden State, che a seguito della maxi trade con Indiana della scorsa stagione ha improvvisamente svoltato diventando la squadra più spettacolare dell’intera Nba. Purtroppo non tutti hanno la fortuna di avere il Barone in cabina di regia…

     
  • 10:12 il 22 December 2007 Permalink | Rispondi
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    Portland Trail Blazers: decollo in corso 

    Visti i recenti episodi è impossibile non parlare della squadra più calda del momento ovvero i Blazers autori di una striscia che ieri sera ha raggiunto la doppia cifra (10) per numero di vittorie arrivate consecutivamente. L’avvio di campionato per i ragazzi della Città delle Rose non è stato dei migliori, anzi per Portland sembrava l’ennesima annata destinate a finire nel dimenticatoio da subito perchè il record, prima della cavalcata, parlava di 5 vittorie e ben 12 sconfitte. La fortuna dopo aver bussato alla loro porta, regalando l’inaspettata scelta numero uno, se ne era andata a metà estate quando Greg Oden dichiarò di avvertire dolori nel ginocchio che in seguito ad accertamenti gli sono costati tutta la stagione 2007/08. Senza il rookie più ambito del draft, anche se in molti vedono Kevin Durant come il vero fuori classe, i Blazers si apprestavano a vivere un campionato difficile visto che l’uomo franchigia del team Zach Randolph era stato ceduto ai Knicks proprio per lasciare spazio in quintetto ad Oden.

    Le speranze di fare bene affondarono subito e perciò nessuno rimase stupito del disastroso avvio. Tuttavia, da circa un mese a questa parte, le cose sono radicalmente cambiate e la squadra si sta trasformando in una delle sorprese del campionato. Finalmente la dirigenza vede, anche se sarebbe più giusto dire “inizia a vedere” perche’ da qui alla fine del campionato ne passerà ancora di acqua sotto i ponti e nessuno sa’ come si conludera’ il campionato 07/08 dei Blazers, i frutti del lavoro di “bonifica” iniziati circa 3 anni fa. Dopo le cessioni delle teste calde (Wells e Sheed) iniziò la ricostruzione (2004) ma la prima mattonella importante arrivo’ solo nell’estate del 2005 con la firma di Mr. Sonics ovvero coach Nate McMillan. L’ex-giocatore/coach proveniente da Seattle ottenne un contratto garantito pluriennale ma soprattutto carta bianca per quello che riguardava il roster: questo gli permise di lavorare da subito a “modo suo” ovvero non guardando in faccia a nessuno, ma pensando solo al bene della squadra e alla crescita del nucleo principale del team. Non a caso, infatti, il primo anno ci furono diversi “screzi” con Darius Miles, Sebastien Telfair e Ruben Petterson tutti quanti imbronciati per lo scarso minutaggio ricevuto.

    Oggi di tutto il terzetto appena citato resta solo Miles, probabilmente non ceduto perchè impossibile da scambiare in quanto infortunato, ma la cosa piu’ importante e che il team sta mostrando a Portland il miglior basket giocato degli ultimi (almeno) cinque anni. Era dai primi anni del 2000 che al Rose Garden, il palazzetto dei Blazers, non si registrava un’euforia tale nel pubblico che ha dimenticato tutte le (brutte) storie dei Jail Blazers (soprannome preso dal team per via dei continui guai giudiziari legati a tutti i membri del roster).Ieri sera, ad esempio, l’ultimo quarto e’ trascorso con tutto il pubblico alzato in piedi ad incitare la squadra di casa che partita da -7 ha rimontato il deficit per andare a sconfiggere di 3 punti i Nuggets e il suono della sirena finale, con la tripla sbagliata di Kleiza, ha dato vita ad una festa che certe altre formazioni non fanno nemmeno per la vittoria di una partita di playoffs.

    Ora viene lecito domandarsi quali sono i protagonisti di questa Portland così carica al punto di superare i Jazz in classifica e accordarsi ai Nuggets con una sconfitta di differenza per portarsi alla vetta della North-West Division. Il motore del team è indubbiamente Brandon Roy anche se si trova solo al suo secondo anno nella Lega. Il rookie of the year classe 2007 si conferma come un “all-around player” ovvero un giocatore in grado di fare tutto: segna (19.1 punti a partita), tira bene dal campo (45.2% dal campo e 34.2 da tre punti), si occupa dei rimbalzi (4.4), pensa ai compagni (5.6 assists) e difende (1 recupero a serata). Come detto Roy si conferma e soprattutto surclassa in modo abissale il secondo anno che lo aveva insidiato per più tempo nella corsa al trofeo di Rookie of The Year. Stiamo parlando di Andrea Bargnani che a Toronto, escluse tre o quattro partite, sembra un pesce fuor d’acqua o l’ombra di quanto visto lo scorso anno. Oggi non c’è nessuno che abbia dei dubbi su Roy e sulla legittimità del suo premio mentre sui Raptors e sulla scelta di Andrea qualche incertezza c’è. Se fosse da solo, però, Brandon non riuscirebbe a fare nulla ed infatti un solido contributo, secondo miglior realizzatore del roster, arriva da una delle scelte più azzeccate della dirigenza: LaMarus Aldridge. Pur di arrivare a lui al draft del 2006 i Blazers cedettero la chiamata numero 4 (Tyrus Thomas e Vikotr Khryapa ) per chiamarlo con la due ed oggi anche su di lui non ci sono più incertezze: 18.5 punti, 7.7 rimbalzi, 1.1 assists e 1.14 stoppate sono il suo pane quotidiano e quando questo rendimento arriva da un giocatore al secondo anno e nella western conference non puo’ che essere un segno positivo. Il terzo gradino del podio è destinato ad un giocatore della panchina: Travis Outlaw. Il fatto che Outlaw , rimasta l’unica cosa “fuori legge” dei Blazers, sia un “panchinaro” non è da sottovalutare perchè dimostra come nella squadra tutti i reparti siano ben equilibrati panchina inclusa. Travis, con Miles, rimane l’unico “veterano del team” ed ha atteso per quattro anni, questo è il quinto nella lega, il suo momento che ora sotto la guida di McMillan arriva con l’incarico sesto uomo. Il suo contributo è solido (12.3 punti, 5.2 rimbalzi, 1.6 assists) ma soprattutto non viene utilizzato solo per fare riposare i panchinari perchè si registra la sua presenza anche nei momenti clou del match. Nella sfida contro i Nuggets, ad esempio, era in campo nell’ultimo quarto e proprio nei primi minuti è stato il protagonista incontrastato autografando 7 punti del parziale 16-2 che ha ribaltato il -7 in +7. Dunque parte dalla panchina ma il suo è tutto tranne che un ruolo marginale. L’ultimo uomo a viaggiare in doppia cifra nel quintetto dei Blazers è Webster. Il talento proveniente dalla Seattle Prep High School entra nel terzo anno ma per la prima volta da quando fa parte della Lega parte come titolare fisso. Nelle sue prime due stagioni infatti fu testato da McMillan che gli faceva fare dentro/fuori il quintetto per testarne le qualità ma anche capire il suo ruolo e valutarne la maturazione. Oggi entrambi (coach e giocatori) vedono ripagati i propri sforzi e Webster sta producendo una stagione da 11.7 punti, 4.3 rimbalzi e 1.3 assists. Completano il roster altri buoni “mestieranti” come James Jones, Jarrett Jack, Steve Blake, Channing Frye e Joel Przybilla. I primi due sfiorano i 10 punti di media a partita e sono entrambi degli specialisti: Jones si occupa del tiro da tre punti (53.1%) e di mettere i liberi nei momenti “on-fire” (93.9%); ruolo analogo, ma con percentuali più basse, per Jack che però, rispetto al collega, ha più senso dell’assists (3.4 punti). Restando in team assists per introdurre Steve Blake secondo miglior assists man della squadra, dietro a Brandon Roy (5.6), con una media di 5. E’ anche curioso notare come il secondo miglior rimbalzista del team sia Przybilla che rimane in campo per appena 21.3 punti a partita ma cattura quasi 7 carambole.

    Stimare dove arriveranno i Blazers in questo campionato è difficile perchè sono una squadra giovane e la stagione prevede ancora 4 mesi di partite. Questi fattori, però, potrebbero essere anche il punto di forza delle giovane leve di Portland che, desiderose di riscattare il passato di una delle franchigie più disastrata degli ultimi anni, e senza nulla da perdere si stanno imponendo come una delle squadre più vincenti e allo stesso tempo divertenti da vedere in azione. Se le cose continueranno così coach Nate McMillan potrà festeggiare il secondo maggiore successo personale dopo la strabiliante stagione 2004/05 dei Sonics quando Seattle, anch’essa data per “morta” ancor prima dell’avvio del campionato, fu in grado di vincere 50 partite in stagione regolare e accedere al secondo turno dei playoffs. Risultati simili sono molto ambiziosi tuttavia, anche nel caso non dovessero concretizzarsi, a Portland la strada per un futuro vincente è stata tracciata nella direzione giusta ed sarà solo questione di tempo perchè tutti i pezzi del puzzle vadano al loro posto.

     
  • 10:18 il 5 December 2007 Permalink | Rispondi
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    La sorpresa del campionato 2007/08: New Orleans 

    Si trovano nella Western Conference e per di più nella Division più difficile, la South-Western, tuttavia la loro partenza per quanto riguarda il campionato in corso (2007/08) è stata a dir poco fenomenale. Indovinato di chi si tratta? Un altro indizio: il loro record è pari a 12-6. Ora se avete detto Dallas Mavs la risposta è sbagliata mentre è corretta nel caso il vostro pensiero sia subito andato agli Hornets.
    La franchigia di New Orleans, di ritorno da due anni trascorsi ad Oklahoma City (causa uragano Katrina), si classifica come la sorpresa più strabiliante dell’avvio di stagione dato che il proprio bilancio vittorie/sconfitte, per l’appunto 12-6, è lo stesso dei Dallas Mavs. Tuttavia per certi versi la “sorpresa” era un pò come attesa dai fans dei “Calabroni” che già lo scorso anno si erano dimostrati una delle squadre più agguerrite della Lega: per tutto il campionato senza Stojakovic (acquistato proprio nell’estate 2006 dopo la breve parentesi ad Indiana) e con un Chirs Paul a corrente alternata (non stiamo parlando del rendimento ma delle condizioni di salute) erano comunque stati in grado di concludere con un bilancio ad un passo dal 50% (39-43, 47.6%).
    Un’annata di questo livello non era passata inosservata agli occhi degli addetti ai lavori della NBA ed infatti Coach Byron Scott perse, finalmente, l’etichetta di “perdente” che gli fu appiccicata quando andò via dai Nets. L’ex-giocatore dei Lakers e dei Grizzlies prima versione, dopo aver guidato New Jersey in finale per due volte (2002-2003), nel 2004 venne licenziato dal presidente del Club Rod Thorn e subito circolarono voci poco “felici” sul suo conto: infatti si diceva che tutto il successo del team era frutto delle idee dell’assistente (ora coach dei Wizards) Eddie Jordan mentre Scott da parte sua si impegnava davvero poco.

    Oggi, chiudendo la parentesi Nets, nessuno mette più in dubbio le doti di Byron che da ormai più di tre anni guida gli Hornets ed è rispettato sia dalla squadra che dalla dirigenza. Gli schemi di Scott, però, non avrebbero un tale successo se ad eseguirli non ci fosse uno fra i cinque migliori playmaker in circolazione: Chris Paul. Il talento proveniente da Wake Forest (North Carolina, lo stato dove è nato e cresciuto) sta tenendo delle medie impressionati: non solo sa guidare il team con i suoi assists (10.1 di media) ma scarica ben 19.6 punti a partita e nonostante la sua altezza non sia vertiginosa (183 cm) acchiappa ben 4.3 rimbalzi a partita. In difesa si distingue anche per le palle rubate (quasi 3 a partita). Quindi CP3, come viene soprannominato, oltre all’occhio ed il talento dell’ottimo passatore non ha paura di buttarsi nell’aerea e dispone di un buon tiro che gli permette di essere la prima opzione offensiva. Sarebbe sbagliato, però, considerare l’eccellente avvio di stagione degli Hornets unicamente come merito di Paul visto l’impegno ed il rendimento dei suoi colleghi. Dietro di Paul, in termini di rendimento, troviamo uno dei giocatori che si trova nella NBA da ormai 4 anni e il cui nome viene ricordato ancora a fatica nonostante sfiori la doppia doppia di media: David West. Il giocatore proveniente da Xavier viaggia a 18.4 punti, 9.1 rimbalzi e 1 stoppata. Se siete rimasti stupefatti dal suo rendimento lo sarete ancora di più scoprendo che per lui queste cifre non sono una novità bensì una conferma visto che da ormai due anni chiude i campionati sfiorando i 20 punti ed 10 rimbalzi di media.

    Invece non ha certo bisogno di introduzioni il terzo scorer di New Orleans: parliamo del All-Star Peja Stojakovic. Dopo gli anni d’oro a Sacramento (dal 2002 al 2005) le sue quotazioni avevano subito un brusco picco verso il basso terminato con il trasferimento ad Indianapolis. Con i Pacers rimase mezza stagione e poi gli Hornets, nell’estate 2006, decisero di scommettere su di lui una cifra importante (circa 13.5 milioni di dollari a stagione per 5 anni) Indiana non se la sentì di fare lo stesso quindi lo lasciò andare via. Il primo anno di Peja agli Hornets è praticamente quello in corso visto che la passata stagione, dopo appena 13 partite, finì in sala operatori a con l’intenzione di risolvere una volta per tutte i problemi legati alla schiena. Oggi l’ex-cecchino dei Kings sta ripagando la fiducia accordatagli con 14.4 punti frutto del 41.3% dal campo ed il 45.8% da oltre l’arco. Quelle che le cifre non dicono è la perfetta integrazione del suo gioco negli schemi di Scott: gli avversari non possono permettersi di lasciarlo libero sul perimetro, quindi di raddoppiare Paul, West o Chandler, perchè questo significherebbe una tripla automatica. Anche Tyson Chandler, un pò come Peja, sembra completamente rinato nel sud della Louisiana: lontano da Chicago (e forse alleggerito anche dal pensiero di non dover essere la super star principale del team) sta rendendo come mai visto sinora (11.1 punti, 10.2 rimbalzi, 1.35 stoppate ed 1.2 assists a partita). Se riuscisse a limitare le palle perse (2) e a crescere nei punti renderebbe ancora più pericoloso il settore lunghi degli Hornets.
    Conclude il quintetto base l’ex-bandiera dei Raptors Morris Peterson. Già un paio d’anni fa Mo aveva provato a spostarsi dal freddo Canada alla calda ed assolata New Orleans salvo vedere Toronto pareggiare l’offerta e quando mandare in fumo i suoi sogni. La scorsa estate, da free-agent senza restrizioni, è riuscito finalmente ad ottenere il trasferimento ed oggi sotto le dipendenze di Byron Scott sembra aver trovato la sua dimensione migliore. Mo parte sempre titolare anche se senza nessuna richiesta (nè di minutaggio o di punti) e allo stesso tempo la sua presenza permette un utilizzo migliore di Bobby Jackson. L’ex sesto uomo dell’anno 2003, anche lui proveniente da Sacramento, può partire dalla panchina restando in campo per 20 minuti ad incontro evitando così di affaticarsi troppo e quindi di farsi male (gli infortuni, purtroppo, sono sempre stati un caposaldo della sua carriera).

    Ad Oklahoma City la squadra era acclamatissima dal tifo di casa ma anche a New Orleans, se le cose continueranno così, diventerà sempre più difficile non innamorarsi del team dotato di uno dei loghi più “gettonati” della NBA . L’unica cosa che potrebbe limitare gli Hornets sono gli Hornets stessi cioè se tutti riusciranno a stare alla larga dagli infortuni i playoffs sono indubbiamente alla loro portata.

     
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