Dallas: gli scenari della grande rivincita
Serpeggia da un paio di anni, fra le calde sabbie texane, una particolare e insidiosa malattia, nota come “sindrome Mavericks“. Tale patologia si è manifestata nelle ultime due stagioni con un’ insana e autolesionista tendenza da parte di un fortissimo branco di bestioni (probabilmente il più temibile delle infinite distese americane) a buttare giù dal canyon i frutti ormai acquisiti di una caccia pluriennale, con amnesie e debolezze assortite nei momenti della verità. Di tale patologia ha sovente portato i segni il capobranco, un mammiferone biondo arrivato dalla lontana Europa. E tutti si chiedono se sarà questo l’anno giusto per il meritato banchetto.
Dopo le cocenti legnate degli ultimi due anni, la franchigia del vulcanico Mark Cuban ha dunque pensato bene di leccarsi le ferite, e di cominciare la stagione del riscatto a fari spenti, sposando lo stile noioso ma tremendamente efficace a Maggio degli odiati dirimpettai dei San Antonio Spurs. Un anno fa la regular season era stata una passerella trionfale, spettacolare ma alquanto dispendiosa, e la truppa di Avery Johnson ne ha pagato le conseguenze incagliandosi maldestramente contro le secche della Baia di San Francisco. Ecco quindi spiegato il passo felpato e indolente dei Mavs in questi primi due mesi e mezzo di regular season, conditi in particolare da un bilancio poco felice lontano dalle mura amiche (7 vittorie e 8 sconfitte), e da alcune cadute abbastanza inopinate, come quelle subite ad Atlanta o Toronto. Complice il grande equilibrio presente nella Western Conference, i texani stanno però tornando prepotentemente al vertice, avendo appena griffato una striscia vincente di 5 W. La spettacolare prova di forza fornita due giorni fa contro i Detroit Pistons (i quali il giorno dopo avrebbero sbancato San Antonio), in cui alle grandinate offensive dei bei tempi si è affiancato un focus difensivo smagliante, ha dunque rassicurato i numerosi sostenitori dei texani, i quali adesso nel loro breve road trip nella costa Ovest sono chiamati a fornire continuità anche in trasferta.
Nello scacchiere di coach Avery Johnson, nel ruolo di point guard si alternano costantemente due pedine: Jason Terry e Devin Harris. Quest’ultimo sta disputando una stagione fin qui ragguardevole, costringendo il suo rivale a spostarsi nel ruolo di shooting guard o a partire dalla panchina (circostanza accaduta per 1/ 3 dei match fin qui disputati). Superbo tiratore da tre punti (43 % quest’anno), Jason rimane un pilastro indiscusso, con statistiche che non si discostano di molto da quelle della trionfale, passata regular season. Il leggero calo nei numeri (da 16.4 a 15.0 punti, da 5.2 a 3.5 assist a partita) si spiega soltanto, ovviamente, con il minutaggio inferiore (da 35 a 32 minuti). Quanto a Harris, Avery Johnson sta dando notevole fiducia a questo playmaker tipicamente “old school”, avendolo messo ormai più di 30 volte in quintetto base, e venendo ripagato con 14 punti e 6 assist circa di media a partita. Nell’ambito delle guardie, si ritaglia sempre uno spazio notevole Jerry Stackhouse. Benché non sia più il tellurico giocatore da 30 punti a partita capace di deliziare Detroit nella ormai lontana annata 2000-2001 , “Stack” rimane una carta preziosa nelle mani di AJ, grazie a 10.3 punti, 2.7 assist e 2.6 rimbalzi. Pollice verso invece per i rincalzi, non degni di una pretendente al titolo. Non tanto per Jose Barrea e Devean George, quanto per Eddie Jones. L’ex Laker è stato l’unico rinforzo di lusso in estate, ma il suo contributo è stato fin qui decisamente scadente:le sue percentuali al tiro (33,3% da due, 25,9% da tre) illustrano bene il declino di un asso ormai ridotto a essere l’ombra di se stesso.
Le migliori note per Dallas vengono ovviamente nel settore Forward, grazie a Dirk Nowitzki e Josh Howard. Di “Wunder Dirk” si è detto ormai tutto: è evidente che non è al suo miglior livello, che è probabilmente il primo a voler inserire le marce alte dal mese di maggio, e le sue statistiche soffrono nel paragone con quelle da MVP (da 41% a 30 % da tre, da 50% a 47% da due, media punti scesa da 25 a 22): senza contare che ormai le difese avversarie hanno imparato a menadito le movenze dell’algido teutonico, il quale sovente si è intestardito nel cercare tiri complicati, se non impossibili. Rimane tuttavia l’arma principale dei Mavs, come dimostrato l’altra sera nella disintegrazione dei Pistons (23 punti e 9 rimbalzi), anche perché spalleggiato in frontline da un sempre più spumeggiante Josh Howard. Il ragazzo di Wake Forest sta confermando in scioltezza che lo status di All-Star acquisito un anno fa grazie alla rinuncia di Carlos Boozer è del tutto meritato, mettendo a referto in media 20.8 punti, 2.2 assist e 7.4 rimbalzi. Vero e proprio incubo per i San Antonio Spurs (ai quali ha sempre combinato danni ingenti negli ultimi due anni con il suo magistrale tiro in sospensione), sopraffino e poliedrico difensore (tanto da essere preso in considerazione da Colangelo quale specialista per Pechino 2008), Howard sta silenziosamente affiancando nella leadership della squadra un Wunder Dirk che potrebbe beneficiare dal condividere certe responsabilità. Del resto, anche Howard ha qualcosa da farsi perdonare riguardo alle NBA Finals 2006. L’Howard visto a dicembre contro gli Utah Jazz (career high di 47 punti), capace di strabiliare per la varietà dei colpi eseguiti e la debordante potenza di fuoco, può davvero essere l’arma in più nella caccia all’anello.
Infine, nel roster texano non sfigurano altri tasselli. L’erculeo Dampier vive una stagione discreta, puntellata dallo scalpo di Dwight Howard nella vittoria contro Orlando, quando il prodigio della Florida è stato ben contenuto nelle fasi calde dell’incontro, mentre Diop ha dimostrato di essere una discreta alternativa. Segnali positivi anche dalla giovane ala grande Brandon Bass, che con 8 punti e 5 rimbalzi a partita sta fornendo il suo contributo in area pitturata. Per puntellare il tutto, a coach Avery Johnson servirebbe forse una point guard in grado di surrogare Harris in certi frangenti, permettendo a Terry di operare stabilmente come guardia pura. Se poi Nowitzki ritornerà ai suoi consueti standard, sapremo se la “sindrome Mavericks” potrà essere superata. Diversamente, Mark Cuban farà bene a rivolgersi al Dottor Freud.