L’ennesimo fallimento in post- season degli Houston Rockets (terza eliminazione al primo turno in tre partecipazioni alla post-season negli ultimi quattro anni) ha prodotto il primo effetto. Il coach Jeff Van Gundy è stato rimosso dall’incarico. Ufficialmente la dirigenza texana aveva proposto all’ex tecnico dei New York Knicks un ruolo dirigenziale, alla Pat Riley tanto per intenderci, offerta che un coach relativamente giovane e ancora affamato di vittorie certamente non poteva accettare.
Per la cabina di pilotaggio della franchigia in orbita NASA il nome più gettonato sembra essere quello di Rik Adelman, veterano della Pacific Division, architetto dei grandi Portland Trail Blazersdi Clyde Drexler e degli sfortunati Sacramento Kings di Webber e Stojakovic. Se così sarà, Adelman avrà da lavorare sodo, in una squadra in cui un solo grande giocatore (McGrady, comunque coraggioso quando mesi fa disse che un altro fallimento al primo turno sarebbe stato esclusivamente da addebitare a lui) non basta certo a contrastare le corazzate della Western Conference. Vedremo se Adelman saprà insegnare a difendere a Ming, e se Alston e Luther Head matureranno sotto la sua ala protettrice. L’impressione è che più che il pilota, i Rockets debbano cambiare parecchio nel motore.
Buona la prima per San Antonio, che nonostante i soli due giorni di riposo rispetto ai cinque di Utah, porta a casa gara 1 senza fatica. Dopo aver “superato”– con l’aiuto di un nuovo membro dello staff texano, un certo David Stern – l’ostacolo più difficile nel turno precedente, i Suns di Mike D’antoni, gli Spurs vincono, in totale controllo sulla partita (108-100) e dimostrano di essere notevolmente superiori ai Jazz. Determinazione e una serie di tiri sbagliati per Duncan e compagni, stanno alla base dell’ottimo inizio di Utah (7-0), ma è solamente un fuoco di paglia. Basta l’ingresso di Manu Ginobili (5 punti in pochi minuti) e un parziale di 10-0 Spurs e il sorpasso è servito. Nel primo quarto si assiste anche al gioco più spettacolare della partita, contropiede di Tony Parker, assist sotto le gambe dell’avversario e per l’argentino ex Virtus Bologna è un gioco da ragazzi fare canestro. Puro show, roba da strapparsi i capelli se solo il play francese li avesse! Nel secondo quarto è black-out totale per Utah. Non si assiste mai all’ottimo gioco a due visto contro Golden State, tra Deron Williams e Carlos Boozer, con quest’ultimo sottotono (almeno nei primi due quarti) tanto da impiegare 20’ prima di mettere un canestro dal campo. Inoltre la pertica russa Kirilenko, più che fare la differenza sotto canestro, sembra andare a spasso come le signore il sabato sera in centro. Bastano dunque una serie di ottimi passaggi e di rimbalzi ai texani, per incrementare il vantaggio. Si va al riposo sul risultato di 54-36: +18 e massimo vantaggio Spurs. Duncan e Ginobili incontenibili (rispettivamente 18 e 14 punti all’intervallo), in due sono capaci di fare quasi più punti di tutta la squadra bianco-blu.
All’inizio del terzo quarto Utah cerca invano di rientrare in partita. Ma Coach Popovich tiene alta la concentrazione della sua squadra con una serie di time-out e con un Tony Parker (21 punti e 6 assist) a dir poco devastante quando sfida la difesa a zona di Utah negli ultimi due minuti di ogni quarto, facendo la differenza ogni volta che aumenta l’intensità di gioco. Nell’ultimo quarto però Utah non alza ancora bandiera bianca. Una serie di azioni spettacolari del talento sfornato da Illinois, Deron Williams (34 punti, 9 assist e 7 rimbalzi), e di un ritrovato Carlos Boozer (20 punti e 12 rimbalzi) riportano lo svantaggio sotto i 10 punti (non succedeva dal primo quarto). Ma se Utah non vince all’AT&A Center da 16 partite (ultima vittoria nel 1999 firmata dalla premiata ditta: Karl Malone-John Stockton) ci sarà un perché. Questa volta tocca a Finley, il cecchino infallibile dai liberi, chiudere i giochi (8 su 8 stanotte e 30 su 33 nei playoff). Alla sirena il risultato è 108-100 per gli Spurs. MVP di gara 1: Manu Ginobili, 23 punti e soprattutto 10 assist a referto, record personale nei playoff, come dice il grande Dan Peterson col suo inconfondibile accento, fe-no-me-na-le! La truppa di Jerry Solan, trascinata nel finale da Deron Williams, ha provato a spaventare i padroni di casa, arrivando anche al –7, ma la squadra texana ha sempre controllato e tenuto a distanza gli avversari mettendo al sicuro il risultato. Gli Spurs, così, mostrano tutta la loro superiorità e portano a casa senza troppi problemi il primo match. Inoltre ai playoff, chi vince gara 1, all’81% vince la serie. Martedì si gioca ancora in Texas, poi la serie si sposta in casa dei Mormoni, dove i Jazz finora hanno dimostrato di essere tutt’altra cosa rispetto alla compagine vista stanotte. Basterà per impensierire San Antonio e ribaltare le sorti della Western Conference?
Netta affermazione dei San Antonio Spurs in gara-1 della finale di Western Conference con gli Utah Jazz. I ragazzi di Gregg Popovich offrono la consueta, solida prestazione e riducono al minimo le velleità dei Jazz, ben aldilà del 108-100 che ha sancito la gara. In una sfida focalizzata sul gran lavoro delle difese, il chirurgico lavoro del trio delle meraviglie Duncan, Parker e Ginobili ha progressivamente annichilito la truppa di Jerry Sloan. L’uomo delle Isole Vergini ha stravinto il duello con Carlos Boozer (27 punti, 10 rimbalzi, 6 assist per Tim) mentre l’ex virtussino è stato devastante nel portare il termine il break decisivo prima dell’intervallo (23 punti e 10 assist).
Per Utah non è bastata l’ottima prestazione di Williams (34 punti, 7 rimbalzi, 9 assist): per invertire un trend che vede la franchigia di Salt Lake City sempre sconfitta nelle ultime 17 esibioni in Texas, ci vorrano di nuovo Boozer e Okur al top. Sempre che basti.
David Stern sarà soddisfatto. I San Antonio Spurs si confermano la squadra più forte e approdano in finale. I suoi “big three” hanno fatto la differenza in gara- 6 dando agli Spurs il punto decisivo. Una squadra che può vantare le performance di Duncan (24 punti e 9 stoppate), Ginobili (33 punti, 11 rimbalzi e 6 assist) e Parker ( 30 punti e 6 rimbalzi) non aveva certamente bisogno della longa manus di Stern nel risolvere arbitrariamente la decisiva gara-5. Phoenix ha lottato col cuore ieri notte, anche se è subito partita ad handicap a causa di un devastante impatto di Manu sulla partita (14-2, il primo parziale pesante). Nash ha messo l’anima come sempre (18 punti e 14 assist) suonando la carica in particolare nell’ultimo quarto, mentre Stoudemire ha sfogato tutta la sua frustrazione mettendo a referto 38 punti e 12 rimbalzi. La sensazione è che senza l’assurda squalifica di Amare, ci si sarebbe avviati verso una gara-7 da applausi. Evidentemente, a qualcuno va bene così. In una partita brutta e nervosa i Cleveland Cavs timbrano il loro biglietto per la finale di Conference. LeBron ha come sempre trascinato i suoi, ma i New Jersey Nets, a parte un monumentale Kidd (diventato il secondo giocatore nella storia dei play-off ad annotare una tripla doppia di media nella fase play-off con 14.6 punti, 10. 9 rimbalzi e 10.9 assist in 12 partite), hanno decisamente deluso. I Pistons saranno certamente un ostacolo ben più probante per James, oltre che l’ocasione per la rivincita della serie di un anno fa.
San Antonio Spurs – Phoenix Suns : 114-106 (San Antonio vince la serie 4 a 2)
New Jersey Nets – Cleveland Cavaliers 72-88 (Cleveland vince la serie 4 a 2)
Quello sbruffone di Phil Jackson, prima della finale tra i Lakers e i Pistons del 2004, definì Rasheed Wallace “pretty lightweight bad boy“, traducibile con un “innocuo ragazzo cattivo” in tono sprezzante rispetto ai mitici bad boys degli anni 80. Probabilmente Jackson cambiò idea dopo esser stato sconfitto 4-1 in finale dalla truppa allora allenata da Larry Brown, e se Phil avrà visto gara-6 tra i Bulls e i Pistons ieri notte (in fondo è in vacanza già da un pezzo) si sarà ulteriormente rimangiato quella sua infausta definizione. Sheed infatti ha trascinato i Pistons alla loro quinta finale di Conference consecutiva, violando il parquet dei Bulls (85-95) e chiudendo la serie 4-2. L’ultima franchigia in grado raggiungere Cinque finali di Conference consecutive fu proprio Chicago, dal 1989 al 1993, in pena era Jordam-Jackson.
Sheed ha preso per mano i compagni, mettendo a referto una sontusa tripla doppia (16 punti, 10 rimbalzi, 13 assist), dimostrando una volta di più le stimmate del leader. La partita infatti non si era messa bene per i Pistons: Chicago era partita a razzo, trascinata da un insolitamente prolifico P.J.Brown. Ben 20 punti a referto per il centro, estremamente efficace nella zona pitturata e che conduceva la sua franchigia iin testa di 5 punti all’intervallo. Dal terzo quarto in poi però non c’è stata più partita: Wallace ha condotto i suoi a un parziale di 12-1 devastante, Hamilton e Billups in attacco hanno lacerato i Bulls, i quali oltretutto subivano l’aggressività dei Pistons in difesa, concedendo deludenti percentuali al tiro. Gordon (19 punti, 3 assist e 3 rimbalzi) è stato l’ultimo ad arrendersi. Giusto così. I Pistons sono la squadra del presente, e si giocheranno fino in fondo le loro carte per l’anello, i Bulls hanno tutto il tempo fare il salto di qualità.
Gara-5 all’insegna del colpaccio esterno sia a Cleveland che a Phoenix. Il cuore di Jason Kidd (tripla doppia sfiorata con 20 punti, 9 rimbalzi e 6 assist) ha trascinato i Nets a violare l’arena dei Cavs, i quali hanno malamente mancato il primo match-point. Fondamentale l’esperienza della franchigia atlatinca, mentre i Cavs e il loro leader LeBron James hanno mostrato lacune nel gestire la pressione in casa. Il fenomeno dei Cavs ha messo a referto 20 punti, ma si è pure leggermente infortunato nel rimediare a una sua palla persa nei confronti di Kidd. Vedremo in gara-6 se i Nets torneranno ulteriormente col fiato sul collo. A Phoenix invece gli Spurs passano per il rotto della cuffia nonostante un’autostrada spianata dalle note vicissitudini. Una tripla di Bowen ha rotto l’equilibrio sull’ 81-81 e i valorosi Suns, guidati da un Marione versione deluxe (24 punti e 17 rimbalzi), mentre tra gli Spurs, più che il solito Duncan è stato Ginobili coi suoi 26 punti a fare la differenza. Il delitto perfetto sembra così essere stato consumato.
Cleveland Cavaliers – New-Jersey Nets : 72-83 Cleveland conduce la serie 3-2.
Phoenix Suns – San Antonio Spurs : 85-88 San Antonio conduce la serie 3-2.
Diciamo le cose come stanno. Quest’anno è stato deciso che San Antonio deve andare in fondo, e che ogni inciampo contro la marcia degli Spurs deve essere rimosso. Un ostacolo grande e grosso è spuntato fuori nella strada degli ex campioni texani: Amare Stoudemire. Dopo aver sofferto all’inizio della serie il carisma di Tim Duncan, Amare è progressivamente salito in cattedra. In gara-3 soltanto alcune ridicole decisioni arbitrali, che hanno scatenato l’ira di coach D’Antoni, ne hanno limitato l’ascesa, mentre in gara-4 una prestazione sfavillante ha dato una vittoria chiave ai Suns, permettendo loro di impattare la serie e di riprendere in mano l’inerzia della sfida. Insomma, bisognava pur fare qualcosa per fermare questo insolente giocatore che rischiava di rovinare la festa agli Spurs. Ecco quindi la ridicola squalifica di un turno per Stoudemire e Diaw, rei di aver oltrepassato di un paio di centimetri la linea tecnica, dopo il fallaccio di Robert Horry su Steve Nash, ultimo esempio di un campionario di finezze che i texani hanno riservato ai Suns in tutta la serie (con Bowen che pare godere di una sorta di immunità diplomatica), e specialmente al play canadese. Clamorosa la disparità di trattamento tra un Horry fermato solo per due giornate, e Diaw e Stoudemire costretti a saltare la partita a questo punto decisiva della serie. Davvero Mike D’Antoni dovrà affidarsi all’acqua santa di trapattoniana memoria per fermare il cocco della Lega Tim Duncan, il quale in gara-5 stanotte potrà di nuovo sfoderare il suo gioco indisturbato. Veramente senza parole. Passando alla vera pallacanestro, due grandi imprese si sono verificate questa notte.
Gli Utah Jazz hanno messo in cassaforte la serie coi Golden State Warriors (100-87), chiudendo il discorso sul 4-1. La truppa di Sloan aveva già impressionato per la magnificenza nell’espugnare il Coliseum di Oakland, approfittando di un improvviso black-out offensivo di Baron Davis e compagni, trascinata da un eccellente Carlos Boozer. Gara- 5 a Salt Lake City ha confermato che la franchigia della Bay Area ha esaurito la benzina. dopo la sontuosa serie con Dallas, e la corsa mozzafiato di fine regular season per agguantare l’ultimo posto nella griglia play-off. Oltre al consueto dominio a rimbalzo, Utah ha messo sul tavolo la carta Kirilienko (21 punti e 15 rimbalzi), mentre il veterano Derek Fisher si è dimostrato ancora una volta più forte dei suoi traumi familiari, annotando 20 punti nei momenti topici, proprio come in gara-2. Già, proprio quella rimonta si è rivelata decisiva. Se i Warrios fossero tornati a Oakland sull’ 1-1 sarebbe probabilmente stata un’altra storia, invece non è bastata alla squadra di Don Nelson una buona performance di Baron Davis anche ieri notte (21 punti e 8 rimbalzi) per rimettere in piedi la serie.
I Warriors lasciano dunque con l’onore delle armi, con una pallacanestro da highlights corredata dallo scalpo dei Dallas Mavericks (a proposito: Nowitzki è stato ufficialmente insignito del titolo di MVP, comunque meritato per quanto fatto vedere in regular season). Gli Utah Jazz aspettano invece l’epilogo della sfida infinita (ormai farsa, direi) tra Phoenix e San Antonio, per gustarsi la prima finale di Conference dal 1998. Non ci sono più le leggende John Stockton e Karl Malone, ma Jerry Sloan ha un gruppo in grado di farsi rispettare.
A Est invece, c’è stato il risveglio dei Chicago Bulls. Tutti ci eravamo chiesti dove fosse finito lo scintillante attacco che aveva fatto rizzare il ciuffo impomatato di Pat Riley: ebbene Gordon, Deng e Heinrich hanno piazzato una zampata autoritaria a Auburn Hills (108-92), portando la serie sul 3-2 per i Detroit Pistons. Il giocattolo di Flip Saunders sembra essersi inceppato, e intorno al tecnico iniziano ad addensarsi le nubi sul suo passato non certo brillantissimo nei play-off. Spetterà a lui dover ritrovare la quadratura di un cerchio che inizia a sembrare alquanto sbilenco. Stanotte, infine, si gioca a Cleveland gara-5 della serie tra i Cavs e i New Jersey Nets. Tutti si aspettano un’altra grande prova di LeBron James, decisivo l’altro ieri nel break di East Rutherford, per ridare alla franchigia dell’ Ohio la prima finale di serie dal 1992, quando Mark Price e soci si arresero ai Chicago Bulls di “sua spocchiosità” Michael Jordan.
“Do you believe in miracles?” Questo sembrava chiedere il numero 1 degli Houston Rockets all’head coach degli Spurs, Gregg Popovich, dopo il più incredibile finale di 4/4 a cui il Toyota Center abbia mai potuto assistere. Quando si dice “prendere per mano la squadra e portarla alla vittoria”, questo ha fatto il 9 dicembre 2004 la guardia di Houston con un finale di gara da 100% al tiro, ha ribaltato il risultato che fino a 35 secondi dall’ultima sirena sembrava già segnato. Invece a partita conclusa il tabellone segnava 80 per i più quotati ospiti e, udite udite, 81 per i locali, e per quest’ultimi si poteva scrivere anche solo un nome, Tracy McGrady.
La prova entusiasmante di T-Mac risalta maggiormente se si considera il valore degli avversari, gli Spurs 2004/2005, non potevano certamente essere definiti una squadra materasso, e tanto meno abituati a rimonte del genere, essendo la franchigia che pochi mesi prima aveva portato a casa l’anello in finale contro i New Jersey Nets. Ma veniamo ai fatti: il giallo del Miracle of the Toyota Center entra nel vivo a 52’’ dalla fine, quando gli Spurs sono sopra di 10, ovvero almeno quattro possessi di vantaggio, grazie al solito contributo dell’mvp dei precedenti playoff, Tim Duncan (26 punti e 18 rimbalzi). Mai avrebbero pensato di perdere questa partita, ma non avevano ancora preso in cosiderazione il fattore McGrady, che sul 68-76 San Antonio , a 35’’ dalla sirena, apre lo show mettendo a segno la bomba del 71-76. Dopo due ovvi tiri liberi concessi agli ospiti per bloccare il cronometro, Tracy ci riprova contro sua maestà Duncan a 24’’ dalla sirena e non solo gli infila la tripla sotto il naso, ma si prende anche il fallo del potenziale gioco da 4 punti – che ovviamente non sbaglia – riducendo lo svantaggio a -3. Nell’azione successiva gli Spurs raggiungono quota 80 e a questo punto la stella dei Rockets si prende tutte le responsabilità del caso: sovrasta Tony Parker nella rimessa, sfida one vs one Bowen, il miglior difensore della lega, e grazie alla sua capacità innata di elevarsi in aria insacca un’altra bomba da 3, rischiando di subire anche l’ennesimo fallo. Mancano 11’’ e, con San Antonio 3 punti sopra e palla in mano, sembra che i titoli di coda stiano già scorrendo e che la gente cominci a lasciare il cinematografo, finché David Brown, cercando di entrare nella zona pitturata per chiudere definitivamente i giochi, deraglia come un treno in curva a piena velocità, e la palla viene recuperata da T-Mac. Quindi dietro-front, tutti seduti, l’hot dog con cipolle del post-partita è rimandato. Parte il coast-to-coast: T-Mac supera la metà campo ed è già pronto per provarne un’altra. A 1.7’’ dall’ultima sirena, incredibilmente la mette dentro, quarta tripla di fila e sorpasso Rockets. La miglior prestazione Nba degli ultimi 35’’.
“Do you believe in miracles?”. No qualcosa di più è quest’ultimo arresto e tiro contro 4 difensori, ma McGrady quella notte, in piena trance agonistica, avrebbe fatto canestro con la palla da basket anche nel barattolo degli spinaci di Braccio di Ferro. Chiude con 33 punti e con la consapevolezza che il giallo è stato svelato: la vittima veste nero-argento, il luogo del delitto è il Toyota Center, Houston, Texas, l’ora del decesso risale agli ultimi 35’’ del 4/4, i testimoni sono centinaia. Tutti gli indizi ricadono su di lui: l’assassino è ovviamente… T-Mac!
Importanti sfide ieri notte nelle semifinale di Conference. A Est, i Cleveland Cavs violano il parquet di East Rutherford per 87-85 e conducono la serie 3-1 sui New jersey Nets. LeBron James conferma sempre più i progressi come leader, facendo sentire il suo carisma in particolare a fine partita. L’asso dei Cavs (30 punti, 9 rimbalzi, 7 assist) spiana così la strada per la prima finale della sua franchigia dal 1992, quando la squadra allora guidata dal grande Mark Price capitolò contro i Bulls.
Molto intensa anche gara-4 della serie tra Phoenix e San Antonio. I Suns riprendono il vantaggio del fattore campio espugnando la roccaforte degli Spurs (104-98) e pareggiando il conto(2-2). Protagonista assoluto di una partita in larga parte dominata da Parker e compagni è stato Amare Stoudemire. Dopo le polemiche sui falli a lui attribuiti in gara-3 e sulle presunte malizie ai limiti della liceità della difesa degli Spurs, Amare ha timbrato il break decisivo nell’ultimo quarto. Superati certi complessi di inferiorità nei confronti di Duncan, e assistito da un Nash sempre in versione deluxe (15 assist) Amare può davvero far sognare i tifosi dell’Arizona.
Settima vittoria consecutiva per i Pistons in questi play off. La squadra di coach Flip Saunders vince anche a Chicago (81-74) e si porta in vantaggio 3-0 nella serie coi Bulls. Detroit ha dato l’impressione di giocare come il gatto col topo in questa circostanza: i Bulls hanno infatti preso un effimero vantaggio all’inizio, arrivando anche a condurre di 16 punti, andando al riposo sul 44-28, con un ottimo Luol Deng. Una volta tornati in campo, la franchigia della Motor City ha però messo il turbo, con prestazioni eccellenti in attacco di Tayshaun Prince (23 punti e 11 rimbalzi, pubblicamente elogiato da coach Saunders a fine gara) e Chauncey Billups (21 punti a referto per lui). La super difesa dei Pistons completava l’opera, mandando in confusione i tiratori dei Bulls, i quali hanno denunciato gravi limiti di personalità, sui quali coach Scott Skiles dovrà lavorare parecchio. Per i Pistons si spalancano le porte della finale di Conference, ma Wallace e compagni promettono di andare ben più lontano.
Nella fornace ardente del Coliseum di Oakland invece i Golden State Warrios infliggono una autentica lezione di basket agli Utah Jazz (125-105), e si riportano col fiato sul collo di Okur e compagni (1-2) nella serie. La truppa di Don Nelson ha ancora una volta meravigliato col suo gioco offensivo, tracciando fin da subito un solco incolmabile, mettendo a referto ben 70 punti nei primi due quarti: tra l’altro, con ben undici tiri da tre punti realizzati nei primi 34 minuti, i Warriors hanno eguagliato il record dei play-off in tal senso. Non sono in pochi coloro che a questo punto sognano una finale di Conference coi Phoenix Suns, in grado di regalare emozioni e prestazioni offensive vertiginose. Decisivo, come già nella spettacolare serie coi Mavericks, l’incessante sostegno del pubblico californiano, laddove Baron Davis ha confermato di essere in uno stato di grazia. 32 punti e 9 assist dicono tutto, come la museruola messa a Deron Williams. La ciliegina sulla torta alla strepitosa performance del Barone è arrivata con una schiacciata pazzesca in faccia alla pertica russa Kirilenko: a molti è tornata in mente una delle giocate più memorabili degli anni Novanta dell‘indiscusso re delle schiacchiate Shawn Kemp, quando in gara-7 della finale di Western Conference del 1996 coi suoi Seattle Supersonics, the ReignMan si permise il lusso di stampare in faccia a un certo Karl Malone uno schiaccione da brividi. Scenari inusitati si aprono a questo puro nella serie. Utah conserva ancora un margine di vantaggio, ma le sue due vittorie sono state abbastanza sofferte: stanotte invece i Warriors hanno dominato. I Jazz non hanno giocato male, la prova di squadra complessiva è stata discreta. Jerry Sloan deve dunque augurarsi che i Warriors non si ripetano agli elevatissimi livelli di stanotte. In gara- 4, in programma domenica a Oakland, la sensazione è che l’onda lunga della Bay Area allungherà i suoi benefici effetti, per regalarci una serie tirata fino all’ultimo.
semplicemente unico nonostante i suoi problemi fisici rimane sempre uno dei migliori giocatori della nba comunque t-mac tira + di kobe da 3