La prima volta dei fenomeni nelle finali NBA: appunti per LeBron
Diciamo le cose come stanno. LeBron James ha fatto un grandissimo favore a David Stern, alla Lega professionistica, e agli appassionati di basket americano in generale. Sembrava ci si avviasse verso una classica finale San Antonio-Detroit (non la più entusiasmante possibile, converrete), e l’interesse verso i play-off era così basso che è bastato l’ennesimo capriccio di Kobe Bryant per oscurare sui media americani le finali di Conference. Poi è successo che LeBron ha fatto quel che tutti sappiamo in gara-5 contro Detroit, decidendo che era giunto il momento prendersi davvero quella corona che un po’ tutti pensano gli appartenga. La sua prima partecipazione alle finali NBA con ogni probabilità si concluderà con una sconfitta, dato il divario tecnico e di esperienza tra i Cavs e gli Spurs, e forse LeBron riuscirà al massimo a ritagliarsi una partita da eroe (un po’ come l’Iverson delle finali 2001 contro gli invincibili Lakers). Quel che è certo è che il debutto di un “eletto” nel palcoscenico delle NBA Finals non passa inosservato, e costituisce storicamente un fattore di interesse pari se non superiore all’intrinseca sfida per l’anello.
Per alcuni fenomeni, la prima finale è stata indimenticabile quanto il ballo delle debuttanti lo è per le graziose fanciulle dell’alta società corteggiate dai virgulti dell’Accademia Navale. E’ il caso di Magic Johnson nel 1980. Ancora deluso per aver visto il titolo di rookie of the year assegnato al suo grande rivale Larry Bird, l’allora ventenne Earvin si prese la più bella delle rivincite. Trascinando i suoi Los Angeles Lakers a sconfiggere quei Philadelphia 76ers qualificatisi proprio a spese dei Celtics, “Magic” si prese la soddisfazione di inanellare in quella circostanza la prestazione più fulgida della sua carriera: nella decisiva gara-6 sostituì l’infortunato Jabbar, e giocando da centro realizzò 42 punti, fornendo l’archetipo della sua inimitabile completezza proprio nel momento più difficile e di maggior pressione.
Per altri, il primo rendez-vous con l’anello può essere un incubo: chiedete in merito a Shaquille O’Neal. Nel 1995, l’allora centro degli Orlando Magic era approdato alle finali dopo aver eliminato tra gli altri nientemeno che i Chicago Bulls del rientrante Michael Jordan. I favori del pronostico erano tutti per Hardaway e soci, i quali incrociarono nel parquet i campioni in carica degli Houston Rockets: esperti ma apparentemente in decadenza, e il cui centro Hakeem Olajuwon si pensava sarebbe stato sovrastato atleticamente dallo straripante Shaq. Finì invece 4-0 per i texani, e “The Dream” inflisse un’autentica lezione di tecnica al futuro centro dei Lakers, il quale avrebbe dovuto aspettare 5 anni per tornare in finale (e stavolta vincere).
Per altri, la prima volta nelle NBA Finals ha rappresentato la consacrazione definitiva. Larry Bird ci arrivò nel 1981, e consentì ai suoi Celtics di conquistare il loro terz’ultimo anello. In seguito Bird confessò che aver visto Johnson vincere i titoli NCAA e NBA prima di lui fu un cocente smacco: il numero 33 si rifece con gli interessi, regalando in gara-1 contro gli Houston Rockets una giocata che Red Auerbach definì “la più grande di sempre”: un tiro mancato, la corsa verso il rimbalzo, l’aggancio in volo con la mano destra e il canestro con quella sinistra.
Per il più grande di tutti, Michael Jordan, la finalissima era stata un miraggio per diversi anni. Vi ci arrivò la prima volta nel 1991, una volta conclusi i cicli dei Celtics e dei Pistons, che tanta polvere gli avevano fatto mangiare. Un’altra dinastia declinante, quella dei Lakers, si frapponeva tra Air e l’agognato anello. In gara-1 la pressione giocò un brutto scherzo ai Bulls: una tripla di Sam Perkins mandò avanti Magic e compagni, Jordan mancò il tiro decisivo a fil di sirena, e i Lakers si portarono avanti 1-0. Fu però sufficiente a MJ una sola giocata per cambiare l’inerzia della serie in gara-2: il celebre canestro con cambio di mano in aria. Da lì in poi non ci sarebbe stata storia per i Lakers, e Jordan conquistò a 28 anni il primo dei suoi sei titoli. E in ogni finale avrebbe regalato magie ai suoi tifosi e dolori agli avversari, dalla grandinata di bombe contro Portland nel 1992 ai 38 punti da febbricitante contro Utah nel 1997.
Ci sono poi fenomeni che possono trovare nella prima finale l’occasione per liberarsi dall’ingombrante giogo di qualche compagno. Fu il caso di Kobe Bryant nella sfida con gli Indiana Pacers del 2000. Il suo amico-rivale Shaquille O’Neal stava facendo mirabilie nella serie (sarebbe stato nominato MVP), ma in gara-4 il centro losangelino dovette uscire a causa dei falli. Kobe, che proprio come il LeBron odierno era alla quarta stagione nella Lega, prese in mano la squadra nell’over-time. L’allora numero 8 mise a referto sei degli ultimi otto punti fatti dai gialloviola, consentendo ai californiani di espugnare Indianapolis 120-118, e di portarsi sul 3-1 in una serie che si sarebbe poi trionfalmente conclusa a Los Angeles col primo, e più sofferto, anello del three-peat.
Il gran ballo dei debuttanti si appresta dunque a vivere un nuovo, si spera eccitante, capitolo.