Aggiornamenti da giugno, 2007 Mostra/nascondi commenti | Scorciatoie da tastiera

  • 14:12 il 5 June 2007 Permalink | Rispondi
    Tag: Magic Johnson   

    La prima volta dei fenomeni nelle finali NBA: appunti per LeBron 

    Diciamo le cose come stanno. LeBron James ha fatto un grandissimo favore a David Stern, alla Lega professionistica, e agli appassionati di basket americano in generale. Sembrava ci si avviasse verso una classica finale San Antonio-Detroit (non la più entusiasmante possibile, converrete), e l’interesse verso i play-off era così basso che è bastato l’ennesimo capriccio di Kobe Bryant per oscurare sui media americani le finali di Conference. Poi è successo che LeBron ha fatto quel che tutti sappiamo in gara-5 contro Detroit, decidendo che era giunto il momento prendersi davvero quella corona che un po’ tutti pensano gli appartenga. La sua prima partecipazione alle finali NBA con ogni probabilità si concluderà con una sconfitta, dato il divario tecnico e di esperienza tra i Cavs e gli Spurs, e forse LeBron riuscirà al massimo a ritagliarsi una partita da eroe (un po’ come l’Iverson delle finali 2001 contro gli invincibili Lakers). Quel che è certo è che il debutto di un “eletto” nel palcoscenico delle NBA Finals non passa inosservato, e costituisce storicamente un fattore di interesse pari se non superiore all’intrinseca sfida per l’anello.

    Per alcuni fenomeni, la prima finale è stata indimenticabile quanto il ballo delle debuttanti lo è per le graziose fanciulle dell’alta società corteggiate dai virgulti dell’Accademia Navale. E’ il caso di Magic Johnson nel 1980. Ancora deluso per aver visto il titolo di rookie of the year assegnato al suo grande rivale Larry Bird, l’allora ventenne Earvin si prese la più bella delle rivincite. Trascinando i suoi Los Angeles Lakers a sconfiggere quei Philadelphia 76ers qualificatisi proprio a spese dei Celtics, “Magic” si prese la soddisfazione di inanellare in quella circostanza la prestazione più fulgida della sua carriera: nella decisiva gara-6 sostituì l’infortunato Jabbar, e giocando da centro realizzò 42 punti, fornendo l’archetipo della sua inimitabile completezza proprio nel momento più difficile e di maggior pressione.

    Per altri, il primo rendez-vous con l’anello può essere un incubo: chiedete in merito a Shaquille O’Neal. Nel 1995, l’allora centro degli Orlando Magic era approdato alle finali dopo aver eliminato tra gli altri nientemeno che i Chicago Bulls del rientrante Michael Jordan. I favori del pronostico erano tutti per Hardaway e soci, i quali incrociarono nel parquet i campioni in carica degli Houston Rockets: esperti ma apparentemente in decadenza, e il cui centro Hakeem Olajuwon si pensava sarebbe stato sovrastato atleticamente dallo straripante Shaq. Finì invece 4-0 per i texani, e “The Dream” inflisse un’autentica lezione di tecnica al futuro centro dei Lakers, il quale avrebbe dovuto aspettare 5 anni per tornare in finale (e stavolta vincere).

    Per altri, la prima volta nelle NBA Finals ha rappresentato la consacrazione definitiva. Larry Bird ci arrivò nel 1981, e consentì ai suoi Celtics di conquistare il loro terz’ultimo anello. In seguito Bird confessò che aver visto Johnson vincere i titoli NCAA e NBA prima di lui fu un cocente smacco: il numero 33 si rifece con gli interessi, regalando in gara-1 contro gli Houston Rockets una giocata che Red Auerbach definì “la più grande di sempre”: un tiro mancato, la corsa verso il rimbalzo, l’aggancio in volo con la mano destra e il canestro con quella sinistra.

    Per il più grande di tutti, Michael Jordan, la finalissima era stata un miraggio per diversi anni. Vi ci arrivò la prima volta nel 1991, una volta conclusi i cicli dei Celtics e dei Pistons, che tanta polvere gli avevano fatto mangiare. Un’altra dinastia declinante, quella dei Lakers, si frapponeva tra Air e l’agognato anello. In gara-1 la pressione giocò un brutto scherzo ai Bulls: una tripla di Sam Perkins mandò avanti Magic e compagni, Jordan mancò il tiro decisivo a fil di sirena, e i Lakers si portarono avanti 1-0. Fu però sufficiente a MJ una sola giocata per cambiare l’inerzia della serie in gara-2: il celebre canestro con cambio di mano in aria. Da lì in poi non ci sarebbe stata storia per i Lakers, e Jordan conquistò a 28 anni il primo dei suoi sei titoli. E in ogni finale avrebbe regalato magie ai suoi tifosi e dolori agli avversari, dalla grandinata di bombe contro Portland nel 1992 ai 38 punti da febbricitante contro Utah nel 1997.

    Ci sono poi fenomeni che possono trovare nella prima finale l’occasione per liberarsi dall’ingombrante giogo di qualche compagno. Fu il caso di Kobe Bryant nella sfida con gli Indiana Pacers del 2000. Il suo amico-rivale Shaquille O’Neal stava facendo mirabilie nella serie (sarebbe stato nominato MVP), ma in gara-4 il centro losangelino dovette uscire a causa dei falli. Kobe, che proprio come il LeBron odierno era alla quarta stagione nella Lega, prese in mano la squadra nell’over-time. L’allora numero 8 mise a referto sei degli ultimi otto punti fatti dai gialloviola, consentendo ai californiani di espugnare Indianapolis 120-118, e di portarsi sul 3-1 in una serie che si sarebbe poi trionfalmente conclusa a Los Angeles col primo, e più sofferto, anello del three-peat.

    Il gran ballo dei debuttanti si appresta dunque a vivere un nuovo, si spera eccitante, capitolo.

     
  • 10:39 il 3 June 2007 Permalink | Rispondi
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    Missione compiuta: ora Lebron ha Duncan nel mirino 

    La Eastern Conference ha espresso il suo verdetto: CLEVELAND CAVALIERS IN FINALE! Dopo 36 anni di storia, i Cavs approdano per la prima volta alla finale NBA, vincendo le ultime quattro partite e rimontando lo 0-2 di inizio serie (terza squadra a riuscirvi dopo i Baltimora nel ’70 e i Bulls Jordaneschi nel ’93). Pronostico ribaltato e i favoritissimi Pistons sono costretti ad alzare bandiera bianca prima del tempo. Artefice della vittoria questa volta non è il dominatore di gara5 LeBron James, ma il “piccolo” rookie Daniel “Boobie” Gibson. Per lui 31 punti di cui 19 nell’ultimo decisivo quarto con 4 triple consecutive che hanno messo in ginocchio i Pistons.

    Primo quarto ad appannaggio della squadra di casa che chiude a +6 grazie a due triple di Larry Hughes e a un Aleksandar Pavlovic finalmente positivo dopo i disastri di gara5. Tutti alla Quicken Loans Arena non vedono l’ora di vedere i Cavalieri in campo per la seconda parte di gara, tutti tranne il tabellone che va inspiegabilmente in tilt. I giocatori si innervosiscono ma il cronometro dei 24 secondi non ne vuole proprio sapere di funzionare. Situazione paradossale per una partita NBA del 2007. Dopo venti minuti di attesa si riprende, ma la figuraccia continua perché il cronometro continua a remare contro ed è lo speaker che deve scandire i secondi a voce ad ogni azione. Pessimo spot per la NBA. Chi paga le spese di questa interminabile interruzione sono proprio le due squadre. Il match si porta avanti nei primi minuti in un clima surreale. Molti errori, passaggi errati, conclusioni affrettate. Ma l’apice di questo Horror Movie viene raggiunto con LeBron, miglior schiacciatore della Lega, che sbaglia la più semplice delle schiacciate! La sfida si porta stancamente al riposo su un’ovvia parità (48-48). Cleveland sembra aver subito maggiormente questo inconveniente. Gooden sbaglia tutto e sua maestà James ha fatto ben poco di regale fino ad ora, un clamoroso 0/2 dal campo e 9 punti tutti arrivati da tiri liberi. Il sempre presente Ilgauskas è l’unico a tener in vita la franchigia dell’Ohio. Al rientro, dopo aver consumato il tè caldo si assiste al miracolo più atteso, il cronometro dei 24’’ è resuscitato! Ma il trend dei Cavs è sempre lo stesso. Detroit prova ad andarsene a +4 e con la palla in mano, ma non sfrutta l’occasione. “Gol sbagliato, gol segnato”, e dopo 28 minuti finalmente LeBron James mette un canestro dal campo penetrando a spallate nella difesa dei Pistons che fino a quel punto non gli aveva concesso nemmeno di guardare il canestro da lontano. Ma i Cleveland continuano ad attaccare in modo confusionario e la costruzione di un tiro da tre per Anderson Varejao è il punto più basso che si possa toccare. Nonostante tutto, al riposo vanno in vantaggio di un punto (67-66).

    La gara si decide all’inizio dell’ultimo quarto. King LeBron James dimostra tutta la sua maturità forzando il meno possibile e cercando i compagni liberi sui raddoppi difensivi di Detroit (per lui a referto 20 punti, 14 rimbalzi e 8 assist). Chi ne trae i vantaggi maggiori è il rookie Gibson (31 punti con 5/5 da 3 punti) che in pochi minuti con quattro bombe da 3 consecutive fa irreversibilmente pendere l’ago della bilancia verso la squadra di Mike Brown. Detroit inizia a litigare col canestro; Rasheed Wallace perde le staffe, si fa fischiare il sesto fallo, sfoga tutta la sua frustrazione sugli arbitri, si becca il fallo tecnico (il settimo in questi playoffs) e un’inevitabile espulsione. I Cavaliers difendono senza problemi sul vano tentativo di reazione dei Pistons (positivo il solo Hamilton con 29 punti) e chiudono sul 98-82.

    Detroit, RIp Hamilton a parte, delude soprattutto con Chauncey Billups (ben lontano dal giocatore giudicato MVP delle finali del 2004) e con un Tayshaun Prince deficitario al tiro. Il ciclo dei Pistons è finito, difficilmente nella offseason riusciranno a trattenere i free agents Chauncey Billups e Chris Webber, e il tecnico Flip Saunders attende solo l’ufficialità di un licenziamento ormai nell’aria. Cleveland vola in finale dove affronterà i più quotati San Antonio Spurs, ma oramai i pronostici sono tutti saltati, la fame di successo del “Prescelto” e di Daniel Gibson è veramente tanta. Significative le loro dichiarazioni del dopo gara, la matricola dei Cavaliers commenta: “Se questo e’ un sogno per favore non svegliatemi, questo e’ un successo straordinario per la città di Cleveland”. Il raggiante Lebron James dice: “Questo e’ il momento più bello della mia carriera, ma non voglio fermarmi qui. Adesso dobbiamo pensare agli Spurs”. I Cavalieri e tutti i tifosi (ieri notte rigorosamente con la maglietta con la scritta: BEAT DETROIT) sognano l’impresa. Con la leadership di James, i canestri fondamentali di Gibson, l’intensità di Varejao, la fisicità di Gooden e Ilgauskas e la sagacia tattica del tecnico Mike Brown questo traguardo non è poi così lontano. il bello viene proprio adesso! Cleveland-Detroit 98-82. Cleveland vince la Eastern Conference 4-2. Finale NBA: San Antonio-Cleveland!

     
  • 11:31 il 2 June 2007 Permalink | Rispondi
    Tag: , Jim O'Brien, Mark Iavaroni, ,   

    Valzer delle panchine: gli ultimi avvicendamenti 

    Mentre il campo si appresta a scegliere la sfidante di San Antonio nella finalissima NBA, le grandi deluse della regular season continuano i loro rimescolamenti in panchina. Inevitabile il cambio agli Indiana Pacers, gloriosa franchigia che quest’anno ha mancato il traguardo della post-season dopo nove partecipazioni consecutive. Rick Carlisle paga uno score davvero deludente (35-47),ed è stato sostituito dall’ex tecnico di Boston Celtics e Philadelfia 76ers Jim O’Brien. Continua la parabola discendente dell’ex giocatore dei Celtics, iniziata quando Joe Dumars lo licenziò dopo aver plasmato l’inizio del ciclo dei Pistons in questa decade, e culminata con l’arrivo ai Pacers, rovinato dal famoso scandalo Artest-Jackson. Auguriamo al placido Rick un pronto riscatto.

    Nuove facce in cabina di pilotaggio anche per Orlando Magic e Memphis Grizzlies. L’ex franchigia di Shaquille O’Neal si affida ai servigi di Bill Donovan, doppio vincitore di titolo NCAA con L’università della Florida, la squadra di Yoakim Noah. Contratto da capogiro per Donovan, che secondo alcune fonti dovrebbe guadagnare intorno ai 30 milioni di dollari spalmati in cinque anni. La squadra del campione del mondo Pau Gasol invece avrà come head coach Mark Iavaroni, che ha fatto il grande salto dopo esser stato per diverso tempo assistente principe di Mike D’ Antoni ai Phoenix Suns. Auguri a tutti!

     
  • 10:35 il 1 June 2007 Permalink | Rispondi
    Tag: ,   

    King of the road: James porta i Cavs sul 3-2 

    Il 20 aprile del 1986 Michael Jordan fece capire a tutti che sarebbe diventato l’incontrastato dominatore della Lega negli anni a venire. In quella data MJ mise a segno la bellezza di 63 punti (record nei playoff, ancora imbattuto) al Boston Garden contro una delle squadre più forti di ogni epoca, quei Celtics il cui asso, Larry Bird, incoronò Jordan con una frase rimasta leggendaria: “Tonight God disguised as Michael Jordan”. Non ci pare di sconfinare nel reato di lesa maestà nell’affermare che la prestazione offerta ieri notte da LeBron James a Detroit possa essere accostata a quella della leggenda di Chicago, pur con tutti i distinguo del caso (questi Pistons non valgono un’unghia di quei Celtics).

    King James” ha letteralmente sbancato da solo il Palace di Auburn Hills, consentendo ai suoi Cavs di violare Detroit dopo due supplementari (109-107), di condurre la serie 3- 2 e di giocarsi il match-point sabato, tra le mura amiche, per raggiungere San Antonio nella finalissima. I freddi numeri del resto dicono tutto: LeBron ha messo a segno ben 48 punti, 29 dei quali sono stati tra gli ultimi 30 assoluti messi a referto dai Cavs, ma è stato pure presente al rimbalzo (9) e nel gioco collettivo di squadra (7 assist), dando persino il “la” a una prestazione efficace di tutti Cavs nei tiri da tre (ben 7 le “bombe” messe a segno da Cleveland). Qualcosa di scintillante, una potenza di fuoco devastante che ha progressivamente annichilito i pur esperti Pistons. Per buona parte della gara era sembrato che Detroit potesse per altro portare in porto la vittoria senza eccessivi sforzi, come nelle prime due gare. Hamilton e un ritrovato Chris Webber hanno tenuto quasi sempre i motor city boys avanti, raggiungendo un + 7 a tre minuti dalla fine che faceva presagire un finale tranquillo. A quel punto sale in cattedra James, letteralmente tarantolato, per poi sigillare con una schiacciata superba il punteggio sul 91-91 che avvia i supplementari.

    Nell’overtime c’è stata l’incoronazione di James, il quale ha continuato a segnare in tutti i modi, mandando all’aria tutte le alchimie difensive studiate da un esterrefatto Flip Saunders. Favoriti anche dall’uscita per falli di “Ziggy” Ilgauskas, i Pistons riescono però a reggere l’urto e rimandare tutto al secondo supplementare. Una lunga e dolorosa agonia per i Pistoni. James prima realizza una tripla spaventosamente complessa, e poi sul 107-107 decide di emulare in tutto e per tutto Jordan: punta l’avversario, avvia la penetrazione, si divincola tra i gangli dei Pistoni per realizzare un incredibile lay-up che porta i punti decisivi alla causa dell’Ohio. Chauncey Billups poco dopo non riesce infatti a impattare e il suo tiro disperato si schianta sul ferro. Proprio come le speranze di Detroit. Cosa succederà Sabato? I Cavs sembrano lanciatissimi, e per battere questi Pistons basterà affidarsi ancora a James (se continerà la sua spirale ascendente intrapresa da gara-3) e al discreto collettivo attorno a lui costruito (ottimi ieri sera anche Gibson e un Valejao che ha limitato un irriconoscibile Wallace). A meno che Detroit non trovi una reazione d’orgoglio, un colpo di coda proprio come l’anno scorso, quando resuscitò dal precipizio per vincere in gara-7, sempre contro i Cavs. La sensazione è che per Saunders, tecnico criticato e da molti considerato incapace di gestire il vulcanico spogliatoio di Detroit, trovare la quadratura di un cerchio ormai sbilenco sia davvero problematico.

     
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