Washington Wizards: duri a morire
Venerdì 16 novembre 2007: Gilbert Arenas, stella riconosciuta dei Washington Wizards, l’uomo franchigia designato, gioca la sua ultima partita con la maglia della squadra della capitale, partita vinta contro i non irresistibili Timberwolves piuttosto nettamente. Dopo questa vittoria però, Agent 0 dice basta: il ginocchio, lo stesso che lo aveva costretto a chiudere in anticipo la stagione scorsa, gli fa ancora molto male, troppo per fornire un rendimento accettabile, e dunque si decide, d’accordo con lo staff e l’organizzazione, di tornare nuovamente sotto i ferri per tentare di risolvere il problema una volta per tutte. La reazione in città e negli ambienti NBA è pressochè unanime: stagione finita non solo per Gilberto, ma anche per il resto della squadra, condannata ad un campionato mediocre dalla degenza della sua superstar.
I Wizards però non ci stanno a gettare alle ortiche un intero anno, ed ecco quindi che, contro tutti i pronostici, cominciano a viaggiare con un ruolino di marcia più che accettabile: dal fatidico 16 novembre ad oggi, 19 gennaio, la squadra ha messo in cascina 18 vittorie a fronte di 12 sconfitte, ben migliore del 3W-5L ottenuto con Arenas in campo; e questo nonostante la squadra abbia dovuto sopportare anche la mancanza per 7 partite del sostituto proprio di Agent O, quell’Antonio Daniels che sta rimpiazzando come meglio non potrebbe il ben più illustre compagno.
Giusto cominciare da lui dunque, uno dei motivi, sicuramente il più occulto, per i quali il team sta tendendo nonostante tutto un buon passo. Sciocco sarebbe valutare la sua stagione dalle cifre, che certamente non gli rendono giustizia, e parlano di quasi 9 punti e 5,5 assist per allacciata di scarpe; più interessante notare come l’esperienza dell’ex San Antonio e Seattle gli abbia permesso di calarsi nel nuovo ruolo di play titolare senza problemi di adattamento, facendo girare con ordine la squadra senza prendersi più responsabilità del dovuto e dimostrando di esser rimasto il difensore più che discreto ammirato in Texas e nello stato di Washington.
Se si parla dei Maghi, però, è impossibile non dare una spilletta al merito alla strepitosa stagione disputata sin qui da quella che si sta dimostrando una delle migliori small forward attualmente in giro negli States: stiamo ovviamente parlando di Caron Butler, pacco regalo spedito nell’estate 2005 dal generoso Mitch Kupchak, ed il cui rendimento è stato sinora di una costanza spaventosa; vista l’assenza del capitano gli si chiedeva di prendersi più tiri e oneri in fase offensiva, e l’ex Connecticut non si è certo lasciato pregare, tenendo medie di 22 punti, 7 rimbalzi e 5,5 assist di media, tra l’altro con percentuali eccellenti sia dal campo che dalla lunetta (addirittura il 90%!). Dunque finalmente Butler si sta dimostrando il giocatore che Miami sperava fosse quando lo scelse nel draft del 2002, ala dai mezzi atletici notevoli ed in possesso di una varietà di soluzioni offensive davvero niente male.
Gemello del canestro di Butler, per usare un gergo prettamente calcistico, è ovviamente il giocatore di maggior esperienza dei Wizards, Antawn Jamison, lui invece abituato da anni a prendersi tante responsabilità, non essendo certamente questa la prima volta che veste i panni di una delle primissime opzioni offensive del proprio team. E l’ex Warrior ha risposto ancora una volta presente: schierato nell’altro spot di ala, Jamison dimostra di integrarsi molto bene con Butler, sapendo giocare sia in post basso, ma abile anche nell’uscire sul perimetro per lasciare spazio alle penetrazioni del compagno e, all’occorrenza, punire con il suo mortifero tiro da 3 (mandato a bersaglio in un buon 35% delle occasioni). Un tipo di gioco questo che gli permette di realizzare oltre 21 punti per match, ai quali unisce ben 10,7 rimbalzi, che rappresentano finora il suo massimo in carriera.
A completare il quintetto dei capitolini ci sono due giocatori di grande sostanza, poco appariscenti ma in grado di portare sempre qualcosa alla causa. Nel ruolo di centro sta finalmente trovando costanza di rendimento il tanto atteso Brendan Haywood, dal quale da tanti anni ci si aspettava una stagione positiva; niente di clamoroso, per carità, ma quello che qualcuno aveva avuto la non brillantissima idea di etichettare come “il nuovo Mutombo” sta facendo perlomeno quello che coach Eddie Jordan gli chiedeva da tempo: fornire difesa, intimidazione (1,7 stoppate a gara) e rimbalzi (non male: 7,8); e se poi lui di suo aggiunge alla causa anche 10,4 punti con un eccellente 54% nelle conclusioni, nella capitale possono essere più che soddisfatti. Ruolo simile a quello di Haywood, anche se sul perimetro, lo ricopre DeShawn Stevenson: miglior difensore sugli esterni della squadra, incaricato ogni sera di prendersi cura della prinicipale minaccia offensiva avversaria, trattasi di un attaccante non certo sopraffino, ma di un uomo molto importante per gli equilibri della squadra.
Passando alla panchina, non è che ci sia molto da dire: non abbiamo infatti di fronte un pino di lunghezze chilometriche (e i minutaggi dei titolari stanno lì a dimostrarlo), però qualcosa c’è. Innanzitutto ci sono i giovani leoni Blatche e Young, sophomore e rookie rispettivamente, due giocatori dal potenziale davvero enorme seppur ancora molto acerbi, che rappresentano certamente il futuro del team ma cui sarebbe prematuro chiedere di contribuire con continuità e sostanza. Per quelle ci si rivolge soprattutto al lituano Darius Songaila, lungo dotato di mano eccellente (e non sorprende affatto, data la provenienza), che però sta un po’ tradendo le attese, ritagliandosi solamente un ruolo marginale come specialista, utilizzato esclusivamente per punire i raddoppi su Butler e dare qualche minuto di riposo a Jamison. Il cambio delle due posizioni di guardia è invece l’altro tiratore Roger Mason, che dopo un breve ma positivo trascorso in Europa sta tentando di rifarsi una carriera dall’altra parte dell’oceano; tuttavia ha anche lui l’aria di essere una soluzione-tampone o poco più, incaricato solamente di non far danni nei minuti in cui è in campo, ma senza ovviamente dare alla partita quel cambio di ritmo che non è nelle sue corde. Più che marginali invece i compiti del giovane spilungone europeo Oleksiy Pecherov e del girovago play Mike Wilks.
Ben poco dunque, eppure proprio in panchina è da ricercare il segreto di pulcinella, il vero motivo del buon rendimento della squadra degli ultimi anni: Abe Pollin ha infatti la fortuna di avere a libropaga uno dei migliori coach della Lega, quell’Eddie Jordan del quale si parlava un gran bene quando ancora capo-allenatore non era. Più che con Byron Scott infatti, erano in molti a congratularsi con lui per lo stile di gioco spumeggiante e vincente dei primi Nets di Jason Kidd, che nelle calde primavere del 2002 e del 2003 raggiunsero ben due finali NBA consecutive, purtroppo entrambe perse. La botta dell’infortunio di Arenas era stata davvero notevole, e nel caso la stagione fosse andata a rotoli nessuno gliene avrebbe fatta una colpa, ma lui non ha voluto sentirne parlare, si è rimboccato le maniche ed ha creato questo piccolo capolavoro, con il materiale non certo di prima qualità e, soprattutto, quantità, che hanno saputo mettegli a disposizione quelli dei piani alti. Difficilmente questi Wizards quest’anno otterranno risultati memorabili, raggiungeranno con ogni probabilità i play-off, ma chiedergli di fare qualcosa di più sarebbe veramente troppo. Eppure vedere una squadra impegnarsi così a fondo, senza lesinare fatica e sudore, riuscendo persino nell’impresa di battere per ben due partite filate i Boston Celtics dominatori di quest’avvio di stagione, è davvero un autentico spettacolo.