Aggiornamenti da gennaio, 2008 Mostra/nascondi commenti | Scorciatoie da tastiera

  • 18:44 il 20 January 2008 Permalink | Rispondi  

    Washington Wizards: duri a morire 

    Venerdì 16 novembre 2007: Gilbert Arenas, stella riconosciuta dei Washington Wizards, l’uomo franchigia designato, gioca la sua ultima partita con la maglia della squadra della capitale, partita vinta contro i non irresistibili Timberwolves piuttosto nettamente. Dopo questa vittoria però, Agent 0 dice basta: il ginocchio, lo stesso che lo aveva costretto a chiudere in anticipo la stagione scorsa, gli fa ancora molto male, troppo per fornire un rendimento accettabile, e dunque si decide, d’accordo con lo staff e l’organizzazione, di tornare nuovamente sotto i ferri per tentare di risolvere il problema una volta per tutte. La reazione in città e negli ambienti NBA è pressochè unanime: stagione finita non solo per Gilberto, ma anche per il resto della squadra, condannata ad un campionato mediocre dalla degenza della sua superstar.
    I Wizards però non ci stanno a gettare alle ortiche un intero anno, ed ecco quindi che, contro tutti i pronostici, cominciano a viaggiare con un ruolino di marcia più che accettabile: dal fatidico 16 novembre ad oggi, 19 gennaio, la squadra ha messo in cascina 18 vittorie a fronte di 12 sconfitte, ben migliore del 3W-5L ottenuto con Arenas in campo; e questo nonostante la squadra abbia dovuto sopportare anche la mancanza per 7 partite del sostituto proprio di Agent O, quell’Antonio Daniels che sta rimpiazzando come meglio non potrebbe il ben più illustre compagno.

    Giusto cominciare da lui dunque, uno dei motivi, sicuramente il più occulto, per i quali il team sta tendendo nonostante tutto un buon passo. Sciocco sarebbe valutare la sua stagione dalle cifre, che certamente non gli rendono giustizia, e parlano di quasi 9 punti e 5,5 assist per allacciata di scarpe; più interessante notare come l’esperienza dell’ex San Antonio e Seattle gli abbia permesso di calarsi nel nuovo ruolo di play titolare senza problemi di adattamento, facendo girare con ordine la squadra senza prendersi più responsabilità del dovuto e dimostrando di esser rimasto il difensore più che discreto ammirato in Texas e nello stato di Washington.

    Se si parla dei Maghi, però, è impossibile non dare una spilletta al merito alla strepitosa stagione disputata sin qui da quella che si sta dimostrando una delle migliori small forward attualmente in giro negli States: stiamo ovviamente parlando di Caron Butler, pacco regalo spedito nell’estate 2005 dal generoso Mitch Kupchak, ed il cui rendimento è stato sinora di una costanza spaventosa; vista l’assenza del capitano gli si chiedeva di prendersi più tiri e oneri in fase offensiva, e l’ex Connecticut non si è certo lasciato pregare, tenendo medie di 22 punti, 7 rimbalzi e 5,5 assist di media, tra l’altro con percentuali eccellenti sia dal campo che dalla lunetta (addirittura il 90%!). Dunque finalmente Butler si sta dimostrando il giocatore che Miami sperava fosse quando lo scelse nel draft del 2002, ala dai mezzi atletici notevoli ed in possesso di una varietà di soluzioni offensive davvero niente male.

    Gemello del canestro di Butler, per usare un gergo prettamente calcistico, è ovviamente il giocatore di maggior esperienza dei Wizards, Antawn Jamison, lui invece abituato da anni a prendersi tante responsabilità, non essendo certamente questa la prima volta che veste i panni di una delle primissime opzioni offensive del proprio team. E l’ex Warrior ha risposto ancora una volta presente: schierato nell’altro spot di ala, Jamison dimostra di integrarsi molto bene con Butler, sapendo giocare sia in post basso, ma abile anche nell’uscire sul perimetro per lasciare spazio alle penetrazioni del compagno e, all’occorrenza, punire con il suo mortifero tiro da 3 (mandato a bersaglio in un buon 35% delle occasioni). Un tipo di gioco questo che gli permette di realizzare oltre 21 punti per match, ai quali unisce ben 10,7 rimbalzi, che rappresentano finora il suo massimo in carriera.

    A completare il quintetto dei capitolini ci sono due giocatori di grande sostanza, poco appariscenti ma in grado di portare sempre qualcosa alla causa. Nel ruolo di centro sta finalmente trovando costanza di rendimento il tanto atteso Brendan Haywood, dal quale da tanti anni ci si aspettava una stagione positiva; niente di clamoroso, per carità, ma quello che qualcuno aveva avuto la non brillantissima idea di etichettare come “il nuovo Mutombo” sta facendo perlomeno quello che coach Eddie Jordan gli chiedeva da tempo: fornire difesa, intimidazione (1,7 stoppate a gara) e rimbalzi (non male: 7,8); e se poi lui di suo aggiunge alla causa anche 10,4 punti con un eccellente 54% nelle conclusioni, nella capitale possono essere più che soddisfatti. Ruolo simile a quello di Haywood, anche se sul perimetro, lo ricopre DeShawn Stevenson: miglior difensore sugli esterni della squadra, incaricato ogni sera di prendersi cura della prinicipale minaccia offensiva avversaria, trattasi di un attaccante non certo sopraffino, ma di un uomo molto importante per gli equilibri della squadra.

    Passando alla panchina, non è che ci sia molto da dire: non abbiamo infatti di fronte un pino di lunghezze chilometriche (e i minutaggi dei titolari stanno lì a dimostrarlo), però qualcosa c’è. Innanzitutto ci sono i giovani leoni Blatche e Young, sophomore e rookie rispettivamente, due giocatori dal potenziale davvero enorme seppur ancora molto acerbi, che rappresentano certamente il futuro del team ma cui sarebbe prematuro chiedere di contribuire con continuità e sostanza. Per quelle ci si rivolge soprattutto al lituano Darius Songaila, lungo dotato di mano eccellente (e non sorprende affatto, data la provenienza), che però sta un po’ tradendo le attese, ritagliandosi solamente un ruolo marginale come specialista, utilizzato esclusivamente per punire i raddoppi su Butler e dare qualche minuto di riposo a Jamison. Il cambio delle due posizioni di guardia è invece l’altro tiratore Roger Mason, che dopo un breve ma positivo trascorso in Europa sta tentando di rifarsi una carriera dall’altra parte dell’oceano; tuttavia ha anche lui l’aria di essere una soluzione-tampone o poco più, incaricato solamente di non far danni nei minuti in cui è in campo, ma senza ovviamente dare alla partita quel cambio di ritmo che non è nelle sue corde. Più che marginali invece i compiti del giovane spilungone europeo Oleksiy Pecherov e del girovago play Mike Wilks.

    Ben poco dunque, eppure proprio in panchina è da ricercare il segreto di pulcinella, il vero motivo del buon rendimento della squadra degli ultimi anni: Abe Pollin ha infatti la fortuna di avere a libropaga uno dei migliori coach della Lega, quell’Eddie Jordan del quale si parlava un gran bene quando ancora capo-allenatore non era. Più che con Byron Scott infatti, erano in molti a congratularsi con lui per lo stile di gioco spumeggiante e vincente dei primi Nets di Jason Kidd, che nelle calde primavere del 2002 e del 2003 raggiunsero ben due finali NBA consecutive, purtroppo entrambe perse. La botta dell’infortunio di Arenas era stata davvero notevole, e nel caso la stagione fosse andata a rotoli nessuno gliene avrebbe fatta una colpa, ma lui non ha voluto sentirne parlare, si è rimboccato le maniche ed ha creato questo piccolo capolavoro, con il materiale non certo di prima qualità e, soprattutto, quantità, che hanno saputo mettegli a disposizione quelli dei piani alti. Difficilmente questi Wizards quest’anno otterranno risultati memorabili, raggiungeranno con ogni probabilità i play-off, ma chiedergli di fare qualcosa di più sarebbe veramente troppo. Eppure vedere una squadra impegnarsi così a fondo, senza lesinare fatica e sudore, riuscendo persino nell’impresa di battere per ben due partite filate i Boston Celtics dominatori di quest’avvio di stagione, è davvero un autentico spettacolo.

     
  • 13:52 il 20 January 2008 Permalink | Rispondi
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    Hawks: analisi di metà stagione 

    Probabilmente quella in corso è una delle prime stagione in cui gli Hawks dopo circa 40 partite disputate non sono ancora colati a picco e quindi stanno sognando di agguantare un posto nei playoffs. Posto che manca dalla fine degli anni 90 quando ad indossare la maglia con il Falco erano giocatori di tutto rispetto come Dikembe Mutombo, Christian Leattern, Mookie Blaylock e Stacy “Plastic-Man” Augman. Per quella squadra la post-season era “garantita” come, purtroppo per i suoi fans, lo era l’eliminazione che arrivava puntuale incrociando le più forti Chicago, New York o Miami. Oggi ad Atlanta i tifosi farebbero la firma anche solo per una serie di playoffs come quella vissuta dai Magic nel 2007 perchè le partite dopo la metà di Aprile in Georgia sono un traguardo che anno dopo anno (e siamo quasi arrivati a 10) viene puntualmente fallito.

    Se c’è una virtù nel management di Atlanta quella è la “costanza”: dopo aver visto fallire gli esperimenti con i veterani (Antoine Walker e Glen Robinson) la strada intrapresa è stata quella della ricostruzione con i giovani e con le scelte al draft. Ecco quindi arrivare ogni estate giovani giocatori che ora, avendo disputato ormai diverse stagioni, si stanno amalgamando intorno all’unico “acquisto” di un certo spessore fatto sul mercato dei free-agent ovvero l’ex-Suns Joe Johnson. Il rendimento di J.J. nessuno lo hai mai messo in dubbio ma ora che le sue performance non hanno più l’aspetto di una “Cattedrale nel deserto” (belle ma inutili) ovviamente riscutono più successo. Joe con 21.7 punti (41.4% dal campo e 35.5% da oltre l’arco) risulta il miglior realizzatore della squadra e allo stesso tempo è anche il miglior assists-man del team con 5.3 servizi a serata. I suoi numeri, come anticipato, non sono una novità perchè se ad oggi nessuno lo ha mai criticato per il rapporto rendimento/contratto (incassa circa 13 milioni di dollari a stagione) è proprio per via dell’impegno dimostrato partita dopo partita anche nei tempi oscuri della franchigia con sede nella Città dove venne fondata la Coca Cola.

    Dunque le novità, quelle che mantengono vive i sogni degli Hawks, sono da cercarsi altrove come nei giovani, rispettivamente terzo e quarto anno, Josh Smith e Marvin Williams. Il primo fino a pochi mesi fa era (quasi) esclusivamente famoso per la gara delle schiacciate 2005 quando a Denver saltò K-Mart seduto su una sedia per vincere il trofeo della manifestazione. Questo indica come i mezzi atletici non gli siano mai mancati ed infatti fino all’altranno il suo gioco era molto alla “Stromile Swift” ovvero atletismo/salto in fase offensiva e poco altro. Nel campionato in corso, però, le cose sono cambiate ed oggi Smith oltre all’atletismo mostra impegno ed intelligenza in fase offensiva dove segna ben 18.3 punti frutto del 44.2% dal campo ed il 71.6% dal campo. I suoi muscoli li usa anche per lottare a rimbalzo (7.9 rimbalzi), rubare i palloni (quasi 2 a serata) e soprattutto per cancellare i tiri avversari come dimostrano le 3.29 stoppate a serata che significano miglior record nella NBA (Swift, restando in tema paragone, non ha mai avuto doti simile per la difesa).

    Marvin Williams invece sta vivendo il suo primo anno senza critiche da parte della stampa. Scelto al draft 2005 con il numero due assoluto (dietro solo a Bogut) e giocare ala non fu sicuramente un buon biglietto da visita (non che fosse colpa sua dato che le scelte le fanno i dirigenti): allora, come oggi, Atlanta era alla disperata ricerca di un playmaker e lasciare andare Deron Willimas e Chris Paul (scelti al numero quattro e cinque) per puntare su un’ennesima ala non piacque molto all’opinione pubblica. La scelta, però, si spiega con il fatto che tantissimi scout davano Williams come un potenziale “next mj” e i Falchi non se la sentirono di fare come i Blazers quando presero Bowie, lasciandosi scappare Micheal Jordan. Ora fare paragoni fra Bowie-Mj ed il draft 2005 non è intenzione di questo articolo ma Marvin Williams dopo due stagioni di apprendistato sta mostrando il suo valore con 16.1 punti (47.7% dal campo), 5.8 rimbalzi, 2 assists e 1.17 recuperi ad incontro. Oggi l’ex-North Carolina, come Smith e Johnson, è uno dei tre titolari inamovibili del quintetto base.

    Quintetto che si conclude con il rookie Al Horford ed il veterano Anthony Johnson. Horford oggi è particolarmente famoso per aver messo KO T.J. Ford ma il rookie di Florida sta macinando una prima annata di tutto rispetto sfiorando quasi la doppia doppia di media (8.9 punti e 9.7 rimbalzi) andando ad aiutare la squadre nel settori rimbalzi ovvero dove è più carente per l’assenza di un vero centro di peso. Per quanto concerne Anthony Johnson “deve” giocare da playmaker dato che gli esperimenti Speedy Claxton (fuori squadra per infortunio) e Tyronn Lue (spesso infortunato) non sono funzionanti. Il contributo più solido della panchina è quello di Josh Childress che facendo riposare a turno il duo Smith-Williams disputa 29.8 minuti a serata nei quali produce 11.7 punti e 5.1 rimbalzi.

    La stagione è ancora lunga ma se gli Hawks riusciranno a mantenersi intorno al 50% sfruttando la mediocrità della Eastern Conference un posto nei playoffs potrebbe arrivare senza troppi problemi dato che la franchigia di Atlanta è meglio di tante altre che attualmente si trovano nei bassifondi delle classifiche (per fare un nome gli Heat o i Knicks). Per il futuro, però, l’assetto così com’è della squadra non può andare bene perchè si registrano diverse grosse lacune come nella completa assenza di un vero centro (Pachulia e Wright, con tutto il rispetto, non bastano per puntare a qualcosa di più che un settimo/ottavo posto di playoffs) e anche il reparto playmaker con il solo Anthony Johnson dato per “certo” ogni sera è ancora troppo scarno. Pure il contributo della panchina (eccetto Childress) sarebbe da rivedere perchè troppo scarso. Tuttavia nessuno nega che se gli Hawks riuscissero ad arrivare ai playoffs 2008 sarebbe uno fra i migliori risultati nella storia della franchigia degli ultimi 8 anni ed i numeri per tagliare tale traguardo in un campionato come questo sembrano esserci tutti.

     
  • 19:46 il 17 January 2008 Permalink | Rispondi
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    Miami Heat: il grande freddo 

    Continua imperterrita e senza soste la crisi dei Miami Heat. Non sono passati nemmeno venti mesi dai tempi in cui Pat Riley si esibiva in danze da mandrillo assieme a Dwayne Wade e Shaquille O’Neal nel festeggiare il più sorprendente degli anelli, conquistato un po’ truffaldinamente e un po’ grazie al suicidio degli avversari. Eppure sembra passato un secolo.

    Miami occupa attualmente l’ultimo posto nella derelitta Eastern Conference, sorpassata persino da quei New York Knicks che almeno danno segnali di vita e di orgoglio. I floridiani vantano un record a dir poco indegno per una squadra di tale lignaggio e condotta da uno dei totem della panchina di ogni epoca. 8 vittorie e 29 sconfitte, di cui le ultime 11 consecutive. E meno male che papà Stern, noto filantropo e uomo dal cuore d’oro, consentirà a Miami di rigiocare gli ultimi 50 secondi della sfida persa con gli Hawks a causa del pasticcio sui falli di O’Neal. Altrimenti saremmo a quota 30. Ieri notte è andata in scena l’ultima puntata di questa farsa che sta consumandosi sotto l’eterno sole della Florida. All’ American Airline center i Chicago Bulls hanno inflitto una punizione severissima a un esterrefatto Pat Riley, imponendosi per 126- 96. Tutto questo nonostante fosse tornato in squadra dopo otto partite di assenza il claudicante O’ Neal, il quale ha comunque timbrato il cartellino con 24 punti e 10 rimbalzi. Ma persino gli asfittici Bulls di questi tempi riescono a tirare una salutare boccata d’ossigeno incrociando le lame con gli ex campioni NBA, tanto che – udite, udite – un carneade come lo svizzero Thabo Sefolosha si è concesso il lusso di fare la partita della vita (17 punti e 6 rimbalzi). La faccia di Pat Riley a fine gara era emblematica, e le sua dichiarazioni sono state infuocate. ” E’ il fallimento più completo che ci possa essere. La squadra non difende, è tutto racchiuso in questo dato assurdo. Quando concedi 126 punti agli avversari in casa, dopo aver perso dieci partite di fila è chiaro che non funziona nulla, e non so davvero trovare una spiegazione.”

    La crisi Heat ha evidentemente radici profonde, e ben strutturate. Quando Riley decise di togliere Shaquille O’ Neal dalla fornace dorata dello spogliatoio dei Lakers per farne la pietra d’angolo del suo progetto, era evidente che tale piano non sarebbe stato di ampio respiro. I benefici avrebbero dovuto essere immediati e cosi è stato. Una finale di Conference e un titolo conquistato nel mezzo della dinastia di Re Timoteo Duncan sono traguardi storici per una franchigia così giovane, e possono tranquillamente garantire una rendita di posizione che i GM di società ben più blasonate si immaginano nei loro sogni più bagnati. L’altra faccia della medaglia O’Neal purtroppo si è manifestata molto presto. Il perno del “three-peat 2000-2002″ targato Lakers è oggi un giocatore tremendamente usurato da mille battaglie sotto canestro, i suoi acciacchi sono all’ordine del giorno e il suo contratto è talmente oneroso da inficiare parecchie strategie di mercato. La società si è poi chiaramente mossa male nel mercato, non trovando alternative alla diarchia Shaq-Wade, e non riuscendo a ringiovanire un roster da reparto geriatrico di un ospedale (emblematici i casi Mourning e Hardaway) e sopratutto non colmando le due gravissime perdite di Kapono e Posey. Il primo è uno dei migliori tiratori della Lega, e lo sta dimostrando anche a Toronto (pur nella proverbiale dispersione dell’organico dei Raptors) mentre il secondo sta diventando un uomo-chiave nella rotazione dei Celtics. Inoltre, Ricky Davis e Smush Parker non hanno quasi mai dimostrato di poter essere valide spalle per un Dwayne Wade sempre più frustrato, che ha visto persino il suo career high di 48 punti contro Orlando vanificato dall’assoluta anarchia difensiva che sembra regnare (e nella quale lui non è peraltro esente da colpe).

    Quali prospettive, dunque? La stagione ormai è archiviata, e i movimenti di mercato fino alla deadline di febbraio non sembrano poter cambiarne l’inerzia (Riley sta cercando un cecchino per riempire il vuoto lasciato da Kapono): i tifosi di Miami hanno la pancia ancora relativamente piena, ma certo è che abusare della loro pazienza con prestazioni indecenti come quella di ieri sera sarebbe deprimente. Il pessimo piazzamento in classifica potrebbe per altro rivelarsi felice in chiave draft 2008, sperando magari in una botta di fortuna tipo Spurs-Duncan 97, o comunque in un elemento che possa timbrare il ringiovanimento del roster. Per poi però arrivare al nocciolo del problema: la triade Riley- Wade- Shaq. L’ex coach dei Lakers con ogni probabilità tornerà dietro la scrivania, per pianificare la rinascita nei ristoranti di Miami che tanto attirarono la sua attenzione quando arrivò in Florida (nel suo primo contratto a Miami erano previsti 330 dollari giornalieri solo per il vitto). Wade, anche lui pieno di ferite da battaglia nonostante la giovane età, dovrebbe restare qualora Riley non sia più l’head coach. Voci da Miami riferiscono di un “Flash” infastidito dalla tendenza del Riley maturo a sfruttare fino al midollo le sue stelle per accorciarne la carriera, un po’ come Pat fece con Patrick Ewing ai tempi dell’epopea Knicks: non a caso Wade viene spesso utilizzato anche come point guard per sopperire alle croniche amnesie di Williams, col risultato di arrivare ulteriormente sfiancato nei finali di partita, un tempo sua riserva di caccia esclusiva. Per O’ Neal il responso sarà con ogni probabilità dato da questi mesi. Se Shaq capisse di non poter andare avanti in mezzo ai consueti guai e alle gite a Los Angeles per rimettersi in sesto, potrebbe anche tirarsi da parte. Con gran sollievo del salary cap.

     
  • 10:48 il 15 January 2008 Permalink | Rispondi
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    Bynum fuori almeno due mesi 

    Tegola per i Lakers: l’infortunio di Andrew Bynum si è rivelato purtroppo di una certa gravità. Vittima di una distorsione al ginocchio sinistro, il centro prodigio dovrà stare lontano dai parquet almeno per otto settimane. Per Phil Jackson c’è però la speranza di poterlo recuperare pienamente per i play-off, nei quali per la prima volta da 4 anni i Lakers potranno ambire a risultati significativi. Intanto, ieri notte la franchigia californiana ha sbancato Seattle 121-123 (OT), grazie a un Kobe Bryant formato MVP (autore di 48 punti e del canestro decisivo) e ha raggiunto Phoenix in testa alla Western Conference.

     
  • 15:49 il 14 January 2008 Permalink | Rispondi  

    Bynum: ginocchio KO, Lakers in ansia 

    C’è una macchia nella sesta vittoria consecutiva dei lanciatissimi Los Angeles Lakers, ottenuta ieri notte allo Staples Center contro i derelitti Memphis Grizzlies (100-99). Il centro prodigio dei giallo-viola Andrew Bynum si è infatti infortunato al ginocchio sinistro nel terzo quarto dell’incontro, ricadendo male dopo una lotta a rimbalzo. I primi accertamenti diagnostici effettuati avrebbero escluso un serio guaio, anche se il responso definitivo dovrà essere dato dalla risonanza magnetica. Quel che è certo è che Bynum non viaggerà coi compagni verso Seattle per il prossimo incontro dei losangelini. Va ricordato che l’esplosione di Bynum è stata tra le chiavi dell’eccellente stagione della truppa di Phil Jackson, ormai a un passo dalla vetta della Western Conference. Nel mese di dicembre il ventenne centro ha realizzato una media di 17 punti e 11 rimbalzi a partita, con un picco di 28+12 nella vittoria di Natale contro Phoenix.

     
  • 13:39 il 12 January 2008 Permalink | Rispondi
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    Phoenix: ovvero l’eterna incompiuta? 

    Forte con i deboli, e debole con i forti? Forse è ancora troppo presto per affermarlo, forse sarebbe meglio aspettare almeno la fine di questa stagione, ma nel caso dei Phoenix Suns questo detto sembra rispecchiare molto bene la realtà delle cose. In effetti, a ben vedere, negli ultimi tre campionati il leit motiv è sempre stato il medesimo in Arizona: buone, anzi ottime regular seasons, alle quali facevano puntualmente seguito play-off al di sotto delle aspettative (eccezion fatta per la stagione 2005-2006, quando la sfortuna, sotto forma di infortuni, rese parecchio difficile la vita ai Soli), con la tanto agognata finale NBA mai raggiunta, per via sempre di batoste prese dalle Texane, San Antonio, due volte, e Dallas.
    Diverse sono state in particolare le accuse mosse al coach Mike D’Antoni, sempre comunque stimatissimo in Arizona: un quintetto troppo piccolo, che subisce di continuo a rimbalzo quasi contro chiunque; equilibri difensivi troppo sottili, e di conseguenza squadra che, nelle serate in cui il tiro non va, non riesce a compensare nella propria metà campo; rotazioni troppo corte, che portano la squadra sempre col fiato un po’ corto nei momenti realmente decisivi della stagione. Eppure il coach ex Treviso non ha voluto sentirne di modificare, anche di una sola virgola, la propria filosofia di gioco, e perciò ecco che Phoenix si è ripresentata ai cancelli di partenza della stagione 2007/2008 con un roster pressochè intoccato, e che anzi si è visto privato del lungo di maggior sostanza del team, quel Kurt Thomas in grado di rendersi mlolto utile sotto canestro tirando giù rimbalzi, piazzando blocchi ben eseguiti e difendendo sul lungo avversario più pericoloso. Una cessione effettuata per meri motivi salariali certo, ma che ha tolto di mezzo un uomo molto importante per una squadra dagli equilibri difensivi molto precari, come detto sopra.

    Per sostituirlo ecco un giocatore simile per caratteristiche fisico-atletiche, ma certamente ben lungi dall’essere un lungo del livello dell’ex Knick: Brian Skinner è da sempre un cosiddetto journey-man, uno di quelli abituati a cambiare squadra quasi ogni anno, preso dalle varie franchigie più che altro per rattoppare buchi creatisi all’ultimo momento a causa d’infortuni o per fare l’ottavo o decimo uomo; insomma, non certo l’uomo che t’aspetti possa cambiare la tua stagione: trattasi infatti di un lungo rozzissimo tecnicamente, con zero tiro e zero movimenti offensivi (al contrario del buon Kurt, che comunque anche in fase offensiva è un giocatore più che rispettabile), discreto rimbalzista e agonista, buono per far rifiatare il titolare quei dieci-minuti-dieci, ma al quale è impossibile chiedere di più. Insieme a lui, ecco il vero innesto di Phoenix quest’anno: un (forse ex) fuoriclasse che risponde al nome di Grant Hill, uno dei giocatori più sfortunati di sempre, martoriato da infortuni alle caviglie che gli hanno precluso una carriera da autentica superstar quale sarebbe certo diventata (e quale è stata per, ahimè, troppo poco tempo) dato il suo abbacinante talento. Occorre dire che non abbiamo certo davanti il Grant Hill dei tempi d’oro di Detroit, vuoi per l’età (35 anni suonati), vuoi per i già citati e maledetti infortuni, ma comunque l’ex Motown sta disputando una stagione a dir poco strepitosa, favorito certo dallo stile di gioco corri e tira di Phoenix che “gonfia” le statistiche un po’ di tutti; sarebbe però sicuramente anche ingeneroso sminuire il valore di numeri che parlano di 16 punti a partita, conditi con 4,5 rimbalzi, 3,5 assist e percentuali ottime (50% totale dal campo e 87% dalla lunetta). Un acquisto certamente azzeccato dunque, che dà un po’ di respiro alle rotazioni degli esterni di coach D’Antoni, ma che di sicuro non risolve la mancanza principale della franchigia, ovvero chili e muscoli sotto canestro.

    Intendiamoci comunque, Phoenix sta disputando una regular season più che buona sinora, con il record che parla al momento di scrivere di un bilancio in attivo, 25W-11L, ed i singoli che stanno certamente rispondendo tutti più che discretamente, almeno sul piano delle cifre: Nash è sempre uno dei migliori 2-3 play della Lega, viaggia alla ragguardevole media di 16 punti e 12 assist (primo assistman della National Basketball Association) ed è la naturale fonte di gioco del team; Stoudemire è l’unica vera opzione in post della squadra, risponde con 22 punti (primo in squadra nella categoria) e 9 rimbalzi di media e gioca con Nash uno dei pick and roll più efficaci e spettacolari della Lega; miglior rimbalzista di squadra è invece Shawn Marion, con oltre 10 di media cui aggiunge 16 punti, quasi 2 recuperi e quasi 2 stoppate, che ne fanno uno dei giocatori più completi sula costa Ovest.

    Come non citare poi i vari Leandrinho Barbosa, sesto uomo della squadra che porta in dote oltre 17 punti; Raja Bell, che alla difesa arcigna aggiunge un pungente tiro da 3 che gli permette d’issarsi anch’egli oltre la doppia cifra realizzativa; infine Grant Hill, di cui abbiamo già parlato. Desta invece preoccupazione il rendimento del francese Boris Diaw che, dopo aver portato a casa nel 2006 il premio di giocatore più migliorato (con conseguente contrattone firmato in estate) non ha saputo più ripetersi a certi livelli e si rende utile con appena 7 punti a partita, cui aggiunge 4 rimbalzi e 3,5 assist.
    Cifre che parlano dunque di un attacco spumeggiante, con tanti tiri e punti per tutti (ben 5 uomini segnano almeno 16 punti), e una produzione totale che dice 110 per allacciata di scarpe; sempre per rimanere nelle cifre non si può però non notare come Phoenix conceda agli avversari ben 105 punti a partita, frutto sì dei tanti possessi giocati dalla squadra, ma figli anche del fatto che Nash nella propria metà campo è un fantasma, che Marion in ala grande concede almeno 10 cm e tanti chili ai pariruolo, che Stat in difesa, al di là di qualche stoppata e poco altro, ancora non riesce ad essere un fattore, in quanto anche lui in fondo costretto a fronteggiare spesso e volentieri avversari più grossi e fisici di lui.

    Insomma, i Suns in questi anni non sembrano aver imparato molto, e il roster è rimasto molto simile, se non negli uomini, nelle caratteristiche di chi lo compone, a quello di tre anni addietro. Un noto detto in NBA recita che l’attacco fa vendere i biglietti, ma la difesa fa vincere i titoli; vedremo se in Arizona con una squadra piccola, prettamente offensiva e con rotazioni scarse sapranno smentirlo. Sarebbe certamente un piccolo miracolo.

     
  • 12:49 il 11 January 2008 Permalink | Rispondi
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    Dallas: gli scenari della grande rivincita 

    Serpeggia da un paio di anni, fra le calde sabbie texane, una particolare e insidiosa malattia, nota come “sindrome Mavericks“. Tale patologia si è manifestata nelle ultime due stagioni con un’ insana e autolesionista tendenza da parte di un fortissimo branco di bestioni (probabilmente il più temibile delle infinite distese americane) a buttare giù dal canyon i frutti ormai acquisiti di una caccia pluriennale, con amnesie e debolezze assortite nei momenti della verità. Di tale patologia ha sovente portato i segni il capobranco, un mammiferone biondo arrivato dalla lontana Europa. E tutti si chiedono se sarà questo l’anno giusto per il meritato banchetto.

    Dopo le cocenti legnate degli ultimi due anni, la franchigia del vulcanico Mark Cuban ha dunque pensato bene di leccarsi le ferite, e di cominciare la stagione del riscatto a fari spenti, sposando lo stile noioso ma tremendamente efficace a Maggio degli odiati dirimpettai dei San Antonio Spurs. Un anno fa la regular season era stata una passerella trionfale, spettacolare ma alquanto dispendiosa, e la truppa di Avery Johnson ne ha pagato le conseguenze incagliandosi maldestramente contro le secche della Baia di San Francisco. Ecco quindi spiegato il passo felpato e indolente dei Mavs in questi primi due mesi e mezzo di regular season, conditi in particolare da un bilancio poco felice lontano dalle mura amiche (7 vittorie e 8 sconfitte), e da alcune cadute abbastanza inopinate, come quelle subite ad Atlanta o Toronto. Complice il grande equilibrio presente nella Western Conference, i texani stanno però tornando prepotentemente al vertice, avendo appena griffato una striscia vincente di 5 W. La spettacolare prova di forza fornita due giorni fa contro i Detroit Pistons (i quali il giorno dopo avrebbero sbancato San Antonio), in cui alle grandinate offensive dei bei tempi si è affiancato un focus difensivo smagliante, ha dunque rassicurato i numerosi sostenitori dei texani, i quali adesso nel loro breve road trip nella costa Ovest sono chiamati a fornire continuità anche in trasferta.

    Nello scacchiere di coach Avery Johnson, nel ruolo di point guard si alternano costantemente due pedine: Jason Terry e Devin Harris. Quest’ultimo sta disputando una stagione fin qui ragguardevole, costringendo il suo rivale a spostarsi nel ruolo di shooting guard o a partire dalla panchina (circostanza accaduta per 1/ 3 dei match fin qui disputati). Superbo tiratore da tre punti (43 % quest’anno), Jason rimane un pilastro indiscusso, con statistiche che non si discostano di molto da quelle della trionfale, passata regular season. Il leggero calo nei numeri (da 16.4 a 15.0 punti, da 5.2 a 3.5 assist a partita) si spiega soltanto, ovviamente, con il minutaggio inferiore (da 35 a 32 minuti). Quanto a Harris, Avery Johnson sta dando notevole fiducia a questo playmaker tipicamente “old school”, avendolo messo ormai più di 30 volte in quintetto base, e venendo ripagato con 14 punti e 6 assist circa di media a partita. Nell’ambito delle guardie, si ritaglia sempre uno spazio notevole Jerry Stackhouse. Benché non sia più il tellurico giocatore da 30 punti a partita capace di deliziare Detroit nella ormai lontana annata 2000-2001 , “Stack” rimane una carta preziosa nelle mani di AJ, grazie a 10.3 punti, 2.7 assist e 2.6 rimbalzi. Pollice verso invece per i rincalzi, non degni di una pretendente al titolo. Non tanto per Jose Barrea e Devean George, quanto per Eddie Jones. L’ex Laker è stato l’unico rinforzo di lusso in estate, ma il suo contributo è stato fin qui decisamente scadente:le sue percentuali al tiro (33,3% da due, 25,9% da tre) illustrano bene il declino di un asso ormai ridotto a essere l’ombra di se stesso.

    Le migliori note per Dallas vengono ovviamente nel settore Forward, grazie a Dirk Nowitzki e Josh Howard. Di “Wunder Dirk” si è detto ormai tutto: è evidente che non è al suo miglior livello, che è probabilmente il primo a voler inserire le marce alte dal mese di maggio, e le sue statistiche soffrono nel paragone con quelle da MVP (da 41% a 30 % da tre, da 50% a 47% da due, media punti scesa da 25 a 22): senza contare che ormai le difese avversarie hanno imparato a menadito le movenze dell’algido teutonico, il quale sovente si è intestardito nel cercare tiri complicati, se non impossibili. Rimane tuttavia l’arma principale dei Mavs, come dimostrato l’altra sera nella disintegrazione dei Pistons (23 punti e 9 rimbalzi), anche perché spalleggiato in frontline da un sempre più spumeggiante Josh Howard. Il ragazzo di Wake Forest sta confermando in scioltezza che lo status di All-Star acquisito un anno fa grazie alla rinuncia di Carlos Boozer è del tutto meritato, mettendo a referto in media 20.8 punti, 2.2 assist e 7.4 rimbalzi. Vero e proprio incubo per i San Antonio Spurs (ai quali ha sempre combinato danni ingenti negli ultimi due anni con il suo magistrale tiro in sospensione), sopraffino e poliedrico difensore (tanto da essere preso in considerazione da Colangelo quale specialista per Pechino 2008), Howard sta silenziosamente affiancando nella leadership della squadra un Wunder Dirk che potrebbe beneficiare dal condividere certe responsabilità. Del resto, anche Howard ha qualcosa da farsi perdonare riguardo alle NBA Finals 2006. L’Howard visto a dicembre contro gli Utah Jazz (career high di 47 punti), capace di strabiliare per la varietà dei colpi eseguiti e la debordante potenza di fuoco, può davvero essere l’arma in più nella caccia all’anello.

    Infine, nel roster texano non sfigurano altri tasselli. L’erculeo Dampier vive una stagione discreta, puntellata dallo scalpo di Dwight Howard nella vittoria contro Orlando, quando il prodigio della Florida è stato ben contenuto nelle fasi calde dell’incontro, mentre Diop ha dimostrato di essere una discreta alternativa. Segnali positivi anche dalla giovane ala grande Brandon Bass, che con 8 punti e 5 rimbalzi a partita sta fornendo il suo contributo in area pitturata. Per puntellare il tutto, a coach Avery Johnson servirebbe forse una point guard in grado di surrogare Harris in certi frangenti, permettendo a Terry di operare stabilmente come guardia pura. Se poi Nowitzki ritornerà ai suoi consueti standard, sapremo se la “sindrome Mavericks” potrà essere superata. Diversamente, Mark Cuban farà bene a rivolgersi al Dottor Freud.

     
  • 10:50 il 10 January 2008 Permalink | Rispondi
    Tag: Gary Payton   

    Belinelli risponde presente 

    In una pessima serata dei suoi compagni di squadra, travolti dai sempre più sorprendenti Portland Trail Blazers (109-91), Marco Belinelli si è fatto trovare pronto. L’ex fortitudino entra a gara ormai ampaimente compromessa per i suoi Warriors, ma coglie la rara occasione concessa da Don Nelson per realizzare il suo career high. Nove punti per il Beli nella trasferta in Oregon, tutti nel quarto tempo di puro garbage time, ma comunque significativi: 3/ 3 da due e 1/3 da oltre l’arco, a conferma che il ragazzo non ha affatto gettato la spugna, pur all’interno di una situazione non proprio rosea, e con persino il fantasma di Gary Payton che aleggia sulla Bay Area. Vedremo se Nelson capirà che l’azzurro può dare una mano a far rifiatare un Baron Davis ieri nullo e spompato dai 51 minuti giocati contro San Antonio: sperando che Belinelli sappia farsi trovare ancora pronto.

     
  • 00:52 il 7 January 2008 Permalink | Rispondi
    Tag:   

    Seattle, parola d’ordine: “rifondazione” 

    Nella NBA non ne fanno quasi mai una tragedia, anzi, ampiamente diffusa è la convinzione che per diventare “grandi” occorra prima passare attraverso annate fatte di record deludenti, sconfitte a ripetizione, giovani da far maturare ed esperimenti da provare e riprovare a iosa, nella speranza di trovare prima o poi l’assetto ideale per tornare a fare la voce grossa ed appendere stendardi alle volte del teatro delle proprie gesta. Tutti, prima o poi, devono passarci, l’importante è che non si debba aspettare troppo, e soprattutto che si proceda seguendo uno dei termini più (ab)usati nel mondo della pallacanestro a stelle e strisce, vale a dire un “progetto”. Ed un progetto ha tutta l’aria di averlo una delle franchigie, i Seattle Sonics, più chiaccherate al momento, per motivi sportivi e non.

    Cominciamo con i primi: L’estate 2006 ha portato con sé una serie d’importanti novità, su un po’ tutti i piani. Per cominciare, è stato preso un nuovo GM, il giovane (non ancora 30enne) e molto promettente Sam Presti, di cui tutti parlano un gran bene; proviene infatti da quella che è unanimemente considerata la franchigia meglio gestita al momento, quei San Antonio Spurs che tanto piacciono per la loro capacità organizzativa e a livello dirigenziale, ove ha ricoperto per diversi anni l’incarico di coordinatore dello scouting; Presti che ha avuto il merito di saper dar vita ad un sistema di lavoro copiato in lungo e largo da un nutrito numero di franchigie. Insomma, sembra che si sia puntato sull’uomo giusto.

    Dopo di lui, a ruota, ecco anche un nuovo coach, pure lui di scuola Spurs, anche se con un’esperienza alle spalle stavolta davvero notevole: si tratta di PJ Carlesimo, che negli ultimi 5 anni abbiamo osservato nelle vesti di primo assistant coach di Gregg Popovich, e noto, ahilui, soprattutto per… essere quasi stato strangolato da un tipetto non proprio docile come Latrell Sprewell ai tempi di Golden State. Sarebbe però ingiusto ricordare solamente per questo raccapricciante avvenimento un allenatore che ha anche allenato in passato dal 1994 al 1997 i vicini di casa di Portland e che ha guidato per ben 12 anni il team basketball di Seton Hall University, dove arrivò addirittura a disputare la finale assoluta NCAA (persa) nell’89 e che nel medesimo anno si fregiò del titolo di coach of the year. Insomma, non si tratta propriamente del primo arrivato, ma di un allenatore che certamente sa il fatto suo.

    Ma il ribaltone non si esaurisce qui, anzi, siamo solo all’inizio, perché nello stato di Washington hanno voluto rivoluzionare l’asset in toto: dunque via l’ultratrentenne (nonché detentore di un contratto molto pesante) Ray Allen, ceduto a Boston in cambio del giovane play Delonte West (il cui ruolo naturale sarebbe, a dire il vero, quello di shooting guard), dell’ala piccola Wally Szczerbiak (con cronici guai fisici, ma che fa del proprio tiro un’arma importante) e soprattutto della prima scelta dei Celtici, personificatasi nella promettentissima ala da Georgetown, Jeff Green. Sempre dal draft, con la seconda scelta assoluta, è stata selezionata la guardia-ala Kevin Durant, autore di una memorabile annata da freshman al college con la maglia di Texas. E, per completare l’opera e lasciar crescere i due giovani virgulti, non è stato rifirmato Rashard Lewis, buon giocatore in grado di portare 20 punti alla causa ma certamente non con le stimmati della stella assoluta, firmato poi con un contratto folle (oltre 100 milioni di dollari complessivi) dagli Orlando Magic.

    Come si può ben vedere dunque, rivoluzione si attendeva e rivoluzione è stata. Ma quali sono stati sinora i risultati? Beh, a breve termine non ci si poteva certo attendere granchè, ed infatti la stagione di Seattle sta pienamente confermando le previsioni: al momento il record dice 9W-24 L, e di play-off neppure si parla. Però le note liete ci sono, e sono rappresentate sicuramente dai freschi innesti sui quali tanto si spera per il futuro: su tutti lui, il rookie delle meraviglie, Kevin Durant, a parere di molti il più scontato “rookie of the year” da molti anni a questa parte; le cifre parlano per lui: 20 punti, 4,5 rimbalzi e 2 assist a partita, certo con percentuali molto rivedibili (appena sopra il 40% da 2 e il 30% da 3), ma più che giustificabili vista l’età davvero verdissima (classe 88!) e il fatto di dover sostenere il peso di un’intera franchigia sulle spalle. Al suo fianco, quel Jeff Green che, si spera, potrà col tempo diventare degna spalla dell’illustre compagno; certo, cifre alla mano siamo ancora molto distanti (9 punti e 5 rimbalzi a partita le sue stitistiche sinora), ma il ragazzo promette gran bene, dimostrandosi già un ottimo difensore ed una sorta di tuttofare di livello. Meritano poi menzione la power forward Chris Wilcox, giocatore anch’egli giovane nonostante la lunga militanza nella lega (nato nell’1982) e di gran sostanza; il lungo Kurt Thomas, acquisito in estate da Phoenix , veterano di tante battaglie soprattutto in maglia Knicks e preso più che altro per far da chioccia alla nidiata in maglia verde; infine il sorprendente, almeno in avvio, Damien Wilkins (nipote dell’immenso Dominique), autore di una partenza bruciante ma che poi, anche per una serie di piccoli ma fastidiosi guai fisici, è andato via via spegnendosi (solo 2 punti complessivamente nelle ultime 3 partite). Per il resto la squadra è composta da una serie di onesti mestieranti, come i giocatori che si dividono il ruolo da titolare nello spot di play, ovvero Earl Watson e Luke Ridnour, o i tanti giovani lunghi mai esplosi, su cui nemmeno la dirigenza sembra oramai puntare molto, e che rispondono ai nomi di Petro, Swift e Sene, tutti perennemente sul piede di partenza. Portano poi un discreto contributo, ma nulla più, i già citati provenienti da Boston West e Sczcerbiak.

    Insomma, per il giovane Presti e il veterano Carlesimo ci sarà tanto da lavorare, e lo si dovrà fare purtroppo in un clima che non è certo dei più sereni, per via dei motivi extrabasket di cui fatta menzione in precedenza. Entrando nel dettaglio, la situazione è piuttosto chiara, anche se ben lungi dall’essere risolta: il neoproprioetario della franchigia, Clayton Bennett, uomo d’affari originario di Oklahoma City, ha intenzione di trasferire proprio nella sua città i Sonics, storicamente affiliati della città di Seattle. Motivo? Semplice: l’inadeguatezza di un impianto come la Key Arena, da tanti anni oramai casa dei Sonics e ritenuta antiquata rispetto alle esigenze di una franchigia del ventunesimo secolo. A dire il vero sarebbe già pronto il progetto per la costruzione di una nuova e più moderna arena nell’area intorno a Renton, più avanzata tecnologicamente e dunque in grado di garantire maggiori introiti a Bennett e soci; il problema è che la giunta cittadina non sembra essere particolarmente in sintonia con l’owner dei Sonics, ed in altre parole non si è così convinti di voler aprire nuovamente il portafogli per la costruzione di un impianto sportivo, dopo che negli ultimi anni la città ha già dovuto sopportare la costruzione di ben quattro aree sportive. E per sostituire la città di Seattle, Bennett ha appunto in mente il nome della tanto amata Oklahoma City, che così ospitale è stata con gli Hornets nel periodo di esilio forzato da New Orleans per i tristemente noti fatti legati all’uragano Katrina. E’ questa una querelle che va avanti oramai da mesi, con da una parte Bennett e dall’altra l’intero pubblico della Key Arena che più di una volta quest’anno abbiamo sentito cantare: “Save our Sonics!”. E in effetti sarebbe veramente un peccato se una città calorosa ed affettuosa come Seattle si vedesse scippare da sotto il naso una squadra di cui letteralmente è innamorata. Ma lo sappiamo benissimo, alla fine a vincere è sempre il Dio Denaro…

     
  • 11:26 il 6 January 2008 Permalink | Rispondi  

    Mike Bibby nel mirino di Cleveland 

    Stando a quanto afferma l’Akron Beacon Journal, è Mike Bibby l’uomo nel mirino del mercato dei Cleveland Cavaliers. Il play dei Kings, attualmente ancora fermo ai box, sarebbe l’unico candidato alla cabina di regia della franchigia sconfitta da San Antonio nelle finali 2007 e oggi annaspante a metà classfica nella Eastern Conference. Tale rumore chiuderebbe ogni possibilità legata a Damon Stoudamire che, secondo alcuni siti specializzati, sarebbe stato seguito dalla franchigia dell’Ohio: complice l’esplosione di Conley, pare che le porte a Memphis si stiano chiudendo per l’ex point guard di Toronto. Il problema però è sempre lo stesso: per cedere il loro funambolico play, i Kings vogliono una contropartita adeguata.

    L’offerta di Cleveland consisterebbe in Gooden, Brown più una scelta 2009. Pare tuttavia che i californiani vogliano nserire nell’affare anche l’oneroso contratto di Thomas, e in tal caso i Cavs sarebbero costretti a inserire nella trade anche Larry Hughes: cosa che potrebbe ostacolare il buon esito dell’affare.

     
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