Aggiornamenti da maggio, 2008 Mostra/nascondi commenti | Scorciatoie da tastiera

  • 10:12 il 9 May 2008 Permalink | Rispondi
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    La parola alla Difesa: Boston va sul 2-0 

    Dopo la grande occasione buttata via in gara-1, Cleveland non riesce stavolta a impensierire più di tanto Boston. I Celtics passano agevolmente sul 2- 0 nella serie grazie all’ennesima, sfavillante prestazione difensiva: 89-71. Soltanto i Chicago Bulls di Jordan e Rodman erano riusciti a tenere gli avversari nelle sfide casalinghe sotto gli 85 punti per sei partite casalinghe di fila nei playoffs, come sta riuscendo ai ragazzi di Doc Rivers.

    Ovviamente messo sotto accusa Lebron James, per l’ennesima serataccia del Prescelto. Stavolta 21 punti, ma con 6/24 al tiro e diverse palle perse regolarmente concretizzate in contropiede dai Celts. Polemiche esagevate, come direbbe la buonanima di Umberto Agnelli campionata da Elio e le Storie Tese. Andate a rivedervi l’ultima sfida tra i Celtics e i Lakers e scoprirete che le percentuali al tiro di Kobe Bryant sono state identiche (6/25). La difesa dei Celtics, se Garnett nel dirigerla sfiora il top come ieri sera, non fa prigionieri e se il numero 23 è costretto o quasi a predicare nel deserto ecco spiegate le forzature e i mattoni, tanti da poterci costruire un palazzo ieri sera.

    I Cavs sono nonostante tutto partiti col vento in poppa. I consueti raddoppi su Lebron danno spazio a Ilgauskas per colpire grazie alla mirabile propensione di Ziggy nell’aprirsi per il frontale in fadeaway e nel giostrare in post basso coi suoi passi felpati. Timidi segnali di risveglio per Paul Pierce (che subisce un’entrata assassina che gli frantuma un’unghia senza che gli arbitri battano ciglio) mentre Ray Allen continua a nascondersi. I campioni in carica dell’ Est vanno anche sul + 10 e chiudono il primo quarto in testa 24-17. La musica cambia però nel secondo periodo, con James Posey e Sam Cassell a guidare la riscossa offensiva di Boston, che festeggia il sorpasso sui Cavs proprio grazie all’ex Miami Heat che ruba un pallone al Prescelto e schiaccia. L’ex Houston Rockets, col solito aspetto da profugo nell’ Area 51, dirige il tutto che è un piacere, affonda personalmente nelle larghe maglie della difesa Cavs e ricorda che l’intesa col vecchio compare di Minnesota Garnett è da favola. KG da par suo domina sotto i tabelloni e innesta il fido scudiero Powe con un assist dietro la schiena dal sapore larrybirdiano. Non c’è del resto Ben Wallace a contrastare KG: Big Ben esce subito dai giochi per un malore, ma forse è meglio così per Mike Brown. I Celtics vanno al riposo a +8 (44-36) con 26 punti della panchina contro 18 del quintetto.

    La musica non solo non cambia nel terzo periodo, ma finalmente Ray Allen scalda la mano e mette 11 punti che, assieme alle prodezze del ritrovato Paul Pierce (il quale si concede anche il lusso di stampare in faccia al Prescelto una stoppata da antologia), mettono i chiodi sulla bara di gara-2.

    Per Rivers, c’è la consapevolezza di aver ritrovato il giusto ritmo per la sua fuoriserie verde. Ma la cartina di tornasole saranno le due prossime partite alla Quicken Loans Arena: come ammoniva Larry Brown, i tuoi playoffs non sono ancora iniziati fino a quando non vinci in trasferta. Se Boston vuole davvero andare fino in fondo, non può farsi risucchiare anche stavolta dalle sabbie mobili in trasferta. A Cleveland devono invece accendere un cero, auspicando che Lebron James ripeta la serie di un anno fa coi Pistons (cominciata persino peggio rispetta a questa e poi finita come tutti sanno), pur sapendo che se il solo Ilgauskas spalleggia il zoppicante Prescelto di queste lune sarà durissima.

     
  • 11:23 il 7 May 2008 Permalink | Rispondi  

    Meglio tardi che mai: Kobe è l’MVP 

    Per quello che può contare un premio che ha visto Steve Nash vincitore (e per ben due volte) e mai Jerry West, Elgin Baylor o Isiah Thomas, l’MVP quest’anno è ufficialmente appannaggio di Kobe Bryant. Un’attesa lunga e snervante, ben dodici anni dal suo ingresso nel pianeta NBA: soltanto Karl Malone ha dovuto aspettare così tanto. Non che ci fosse bisogno di tale consacrazione, in fondo, per sapere che l’asso dei Lakers è il più forte cestista al mondo, ma la smorfia con cui Kobe ha risposto in conferenza stampa a chi gli ha chiesto se avesse ormai messo una pietra sopra sul trofeo intitolato a Maurice Podoloff la dice lunga su quanto ci tenesse. Le damigelle d’onore in classifica di Bryant sono nientemeno che, rispettivamente, Chris Paul, Kevin Garnett e LeBron James. Tutti e tre autori di una stagione da incorniciare, ma giustamente sacrificati sull’altare del rito riparatorio in onore del Dio Kobe. KG del resto si è già fregiato del gagliardetto nel 2004, gli altri due non tarderanno molto a fare altrettanto.

    Il ritardo si spiega con diverse motivazioni. Negli anni d’oro della dinastia Lakers all’inizio del secolo XXI, Kobe ha sempre vissuto all’ombra del Big Cactus Shaquille O’Neal. Una volta andato via Shaq, il declino lacustre nella gerarchia della Lega venne preso a pretesto dai giurati per ignorare un giocatore sempre strabiliante nelle prestazioni individuali. Esemplare il caso del 2006, stagione condita dai celebri 81 punti contro Toronto, che vide Kobe preceduto tra gli altri da un Nash molto meno esplosivo di quello che aveva messo tutti d’accordo nel 2005. La dimensione umana poi non aiutò molto: Bryant è sempre stato visto come l’emblema della star egocentrica e accentratrice, ben oltre l’effettiva realtà delle cose. Senza contare che le note traversie giudiziare in Colorado gli alienarono le simpatie del “moralizzatore del quartierino” David Stern.

    Tutto è cambiato in una stagione che Bryant pensava avrebbe vissuto altrove, possibilmente a Chicago. Meno punti segnati, più assist e rimbalzi, il ritorno dei Lakers nel gotha dei papabili per l’anello, una leadership autorevole nello spogliatoio. Ma l’MVP non è che una tappa verso il vero obiettivo di Kobe: un nuovo anello, stavolta libero dall’ingombrante giogo di O’Neal.

     
  • 15:53 il 6 May 2008 Permalink | Rispondi
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    Kevin Durant, Rookie of the year 2008 

    Tra i vari riconoscimenti individuali della stagione 2007-2008, quello di matricola dell’anno sembrava essere il più scontato di tutti. Perlomeno da quando a settembre i Blazers annunciarono che Greg Oden avrebbe perso tutta la stagione per i noti problemi al ginocchio. Chi non pensò allora che Kevin Durant sarebbe stato il ROY? Il premio è alfine arrivato per l’ex prodigio di Texas State, che ha ricevuto 90 dei 125 voti disponibili.

    Le cifre della prima stagione del diciannovenne guardia-ala piccola sono del resto state eccellenti: 20.3 punti (7.7 punti in più rispetto ad ogni altro rookie), 4.4 rimbalzi, 2.4 assist, 1.0 steals and 0.97 stoppate a partita. Il nativo di Washington DC ha del resto confermato le doti che avevano incantato l’ambiente universitario: la sinuosa eleganza offensiva, una potenza di fuoco impressionante e una stupefacente capacità di giostrare da autentico all around player, del resto dettata da una squadra costruita sulle macerie, a immagine e somiglianza di KD. Quando arriveranno l’esperienza e i muscoli, egli diventerà probabilmente uno dei cinque giocatori più dominati della Lega.

    Due i momenti chiave del leggiadro Kevin nella disastrosa stagione dei Sonics: la tripla decisiva ad Atlanta a novembre (dopo un doppio overtime) e soprattutto il jumper in faccia a Josh Howard allo scadere, nella vittoria dei Sonics su Dallas di metà Aprile, in quella che potrebbe essere stata l’ultima partita casalinga della franchigia. Con Durant entrato nel cuore del pubblico della Key Arena, che ancora non sa capacitarsi della probabile perdita di un tale talento. “ Amo Seattle, ho comprato casa qui e mia mamma mi ha raggiunto “, ha non a caso dichiarato Durant alla cerimonia di consegna del premio, con probabile scorno di David Stern e del suo compagno di merende Bennett.

    Non che la vittoria di Durant sia stata priva di polemiche. In particolare ad Atlanta hanno preso male il secondo posto di Al Horford, autore di una stagione eccellente, condita dalla qualificazione ai playoffs. E meno male che la sua stordente serie contro Boston è avvenuta a urne già chiuse. Durant ha in tal senso dichiarato: ” Non pensavo di poter vincere il Rookie dell’Anno; pensavo sarebbe finito ad Al, perché la sua squadra è avanzata sorprendentemente alla postseason. E a dirvi la verità, avrei fatto volentieri a cambio con lui. Gli avrei dato questo bel premio e al suo posto avrei disputato la mia prima gara 7 dei playoffs “. Lungimirante.

     
  • 12:59 il 6 May 2008 Permalink | Rispondi
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    D’Antoni verso Chicago 

    Le strade di Mike D’Antoni e di Phoenix si stanno separando, nonostante un contratto ancora lungo. La notizia era nell’aria, ed è arrivata la conferma: Steve Kerr ha autorizzato Mike a sondare il terreno, ed è risaputo che gli estimatori dell’ex tecnico di Milano e Treviso non mancano. Pare che i Chicago Bulls abbiano bruciato i Knicks e nei prossimi giorni John Paxson gli illustrerà un progetto di lungo respiro per la rinascita dei tori. In caso di fumata bianca, Phoenix e D’Antoni rescinderanno amichevolmente il contratto.

    Che D’Antoni non sarebbe rimasto a lungo in Arizona, si era capito fin dall’arrivo di O’Neal, che di fatto indirizzò i Suns verso un basket più fisico e tradizonale. Scommessa persa, adesso spetterà all’erede di D’Antoni cercare di vincere usando il declinante Shaquille.

     
  • 10:11 il 5 May 2008 Permalink | Rispondi
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    Bryant splende, i Lakers vanno sull’1-0 

    Kobe Bryant ritrova gli Utah Jazz nei playoffs, e non sono ricordi piacevoli. Nel 1997, Kobe pagò dazio ai suoi diciotto anni, con alcuni tiri disastrosi nei momenti decisivi di gara- 4 e Jerry Sloan portò allora la serie a casa in 5 partite. Ancora peggio andò ai lacustri un anno dopo: nessun airball dell’allora numero 8, ma Stockton e Malone imposero un umiliante sweep ai giallo-viola. Ma allora i canti “M-V-P” erano per Karl Malone, oggi l’MVP è il figlio rinnegato di Philadelphia e la differenza si è vista.

    I 38 punti di Bryant – buona parte dei quali provenienti dalla lunetta, è stata una gara fallosa e poco spettacolare – sono bastati ai Lakers per aggiudicarsi gara -1 (109-98) di una serie che promette però di essere ben più equilibrata rispetto a quella con le sciagure delle Rocky Mountains. Kobe ha dato spettacolo anche con gli assist, due dei quali geniali per Pau. Un classico alley-hoop e un dai-e-vai concluso con schiacchiata dall’iberico che ha affettato la retroguardia dei Jazz. Okur e Kirilenko hanno come previsto dominato ai rimbalzi (+18) e in generale nel pitturato, in particolare grazie a un Gasol timido e ad un Odom meno preciso rispetto al recente passato nelle conclusioni. Jackson ha quindi dovuto affidarsi soprattutto a soluzioni perimetrali per scrollarsi di dosso l’eterno rivale Sloan, e la sorpresa è venuta da Sasha Vujacic, che nel secondo quarto ha dimostrato di meritare l’appellativo “The Machine” spezzando l’ equilibrio fino ad allora regnante con alcune triple d’autore e con uno splendido gioco da 2+1, marchiando l’allungo che mandato i Lakers in vantaggio al riposo (54-41). Esemplare anche la difesa dell’ex col dente avvelenato Derek Fisher su Deron Williams: limitato anche da problemi all’osso sacro, il funambolico regista è stato impreciso soprattutto nelle conclusioni, privando i suoi di una bocca di fuoco decisiva. A maggior ragione dato che Boozer (15 punti) non era nella sua migliore serata, uscendo oltretutto per falli (buona parte dei quali, spesi sull’immarcabile numero 24).

    Los Angeles ha pero, come sovente le è accaduto in questa stagione, abbassato il ritmo nel terzo periodo, permettendo al solido collettivo di Sloan (sei giocatori in doppia cifra) di farsi pericolosamente sotto con un parziale di 17- 5, ma ci ha pensato Kobe in prima persona (21/23 a cronometro fermo, record di franchigia in post-season) a mettere in ghiacciaia gara-1. Le chiavi del prosieguo della serie saranno nelle mani di Deron Williams per i Jazz, mentre i lunghi dei Lakers dovranno garantire più dinamismo nel pitturato.

     
  • 10:09 il 5 May 2008 Permalink | Rispondi  

    Garnett salva la faccia, ora c’è Lebron 

    Un tempo, al vero Boston Garden, quando partita e serie erano ormai al capolinea, Red Auerbach si rilassava accendendo un sigaro e fumandoselo con gusto: più sublime di qualsiasi trash talking. Ieri sera, Kevin Garnett ha ricevuto un delizioso assist da dietro la schiena di Paul Pierce, ha schiacciato imperioso e ha aizzato la folla mimando il gesto di un tagliagole e urlando alla folla festante:”It’s over“. La paura e la tensione erano dunque reali, per una gara-7 in cui i Celtics hanno massacrato Atlanta 99-65: la speranza per i sostenitori del Celtics Pride, è che l’avventurarsi sull’orlo del precipizio funga da salutare lezione per il prosieguo dei playoffs.

    Proprio Pierce e Garnett hanno reagito alle critiche di gara- 6 trascinando con una superba prestazione i compagni, anche se la cartina di tornasole per loro sarà un altro quarto periodo con punteggio in bilico. Il Capitano è risultato immarcabile con le sue incursioni offensive che gli hanno fruttato 22 punti, mentre KG si è ripreso il posto di dominatore in post, marchiando la sua partita con un durissimo blocco su Pachulia nel terzo periodo per chiudere i conti col georgiano. La difesa è stata la chiave del dominio celtico in regular season e Rivers a essa si è affidato anche ieri, grazie in particolare a un Kendrick Perkins che ha diretto magnificamente le operazioni, ed è una rivincita anche per lui, ridicolizzato dalla mobilità dei lunghi di Atlanta nella Philips Arena. Stavolta la figuraccia è toccata agli uomini di Woodson, arrivati fino a gara-7 con astuzia, coraggio e una bella dose di fortuna, costretti alla completa anemia ogni qualvolta si aggiravano nei dintorni del pitturato verde. Soprattutto Horford e Smith erano irriconoscibili, sovente messi in scacco dalle feline movenze di Powe, mentre Joe Johnson, novello “strangolatore di Boston”, metteva qualche canestro giusto per onor di firma.

    L’emblema della frustrazione degli Hawks è arrivato nel terzo periodo, quando un fallo omicida di Marvin Williams sbatteva a terra un Rondo lanciato in contropiede. Evidentemente dopo la celebre mossa da Wrestling con cui Horford ha attentato alla carriera di Tj Ford i giovani Hawks hanno ancora voglia di giocare con le caviglie altrui. Espulsione meritata, due tiri liberi messi da Rajon e subito dopo l’unica tripla di Ray Allen fissava il punteggio sul + 28. E meno male che dopo il 79-43 di inizio quarto periodo, Rivers ha mandato in campo le riserve altrimenti il parziale sarebbe stato ancora più umiliante per Atlanta: benché gli Hawks escano da questa serie con la consapevolezza di poter competere per il top della Eastern Conference nel prossimo futuro.

    Adesso al Garden arrivano i campioni in carica della Eastern: chi meglio di Lebron James per testare questi Celtics Dr.Jekyll in casa e Mr.Hyde in trasferta?

     
  • 12:46 il 4 May 2008 Permalink | Rispondi
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    Detroit doma Howard, 1-0 

    Che le roboanti cifre fatte registrare da Dwight Howard nella serie contro Toronto fossero drogate dalla cronica debolezza sotto canestro dei Raptors, è risaputo. Che però il miglior centro della Lega fosse limitato a 12 punti e 8 rimbalzi contro i Pistons non è certamente un buon viatico per gli Orlando Magic, che hanno capitolato in maniera netta in gara 1 a Auburn Hills (91-72). Detroit dopo l’indolenza del debutto con Philadelphia, entra subito in partita per far capire che i suoi playoffs sono appena iniziati.

    Eccellente in particolare l’impatto di Jason Maxiell, centro titolare a fianco del rodatissimo quadrilatero dei Pistons (quasi 90 partite in post season per BIllupos, Rip, Sheed e Prince). La gara finisce quando dopo un coast-to-coast di turkoglu che da’ il primo vantaggio ai Magic sul 44-43, un parziale di 19-3 innescato da Billups chiude ogni residua speranza di Orlando. Si va a gara-2, con Howard tra l’altro malconcio per una botta al pollice. Questi sono i Pistons.

     
  • 10:07 il 4 May 2008 Permalink | Rispondi
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    West e Paul pungono gli Spurs, 1-0 

    Gara fotocopia del primo turno per New Orleans, nel debutto del gala contro i San Antonio Spurs in semifinale di Western Conference. Come in gara- 1 coi Mavericks, i calabroni della Lousiana sono partiti a fari spenti (nonostante un parziale di 8-0 dopo la palla a due), facendosi sopraffare dai campioni in carica in un secondo quarto in cui il loro svantaggio è andato anche sopra la doppia cifra. Ma il cambio di marcia è avvenuto repentino nel terzo periodo, e Popovych ne è rimasto annichilito proprio come successo al suo ex pupillo Avery Johnson. Prima tacca della serie dunque in tasca al coach of the year Byron Scott: 101-82.

    Basterebbe un dato per spiegare la disfatta degl Spurs: con 5 punti (1/9) e 3 rimbalzi Tim Duncan ha disputato la peggiore partita di sempre in post-season, lui che nelle piscine playoffs sguazza con la stessa sicurezza che da nuotatore mostrava nelle Isole Vergini. New Orleans ha dominato sia ai rimbalzi (50-34), sia nei punti in pitturato (46-26). Reduce dal lauto banchetto offertogli dai sempre gentili commensali di Phoenix, Timmy ha sofferto terribilmente i raddoppi degli Hornets, la spietata guardia di un Chandler da applausi e persino un Signor Nessuno come Ely ha potuto mostrare lo scalpo del caraibico a fine gara. San Antonio trovava però la forza di allungare nella prima frazione grazie alla serata di straordinaria vena dei suoi cecchini, in particolare di Bruce Bowen (5/8), che punivano dall’arco i raddoppi sul caraibico, mentre Manu Ginobili, pur con una caviglia in disordine, trovava tre bombe consecutive che facevano volare gli Spurs nel secondo periodo. New Orleans sembrava arrancare anche grazie alla partenza timorosa di Chris Paul, oscurato dalle giocate in velocità di Parker e limitato dalla difesa di Bowen. Sempre presenti Stojakovic, mai autore di canestri banali e un David West che iniziava a mietere jumper dalla media distanza semplicemente fantastici,i quali consentivano a New Orleans di limare lo svantaggio fino all’intervallo (45-49).

    CP3 entrava in scena nel terzo periodo, iniziando a sviluppare la manovra dei calabroni come una ragnatela che prosciugava le doti difensive degli avversari, oppure affettando in prima persona la retroguardia texana con le sue caratteristiche penetrazioni. Con Duncan ancora latitante (e Kurt Thomas anche peggio), la buona serata da oltre l’arco non poteva continuare e New Orleans prendeva il largo, complici anche i pesanti punti dalla panchina di Bonzi Wells, autore tra l’altro di un fallaccio su Bowen nel primo tempo, per veicolare il mesaggio che questi Hornets non temono il gioco sporco di cui gli Spurs sono indiscussi primattori. West dava il colpo di grazia ai campioni, e i suoi 30 punti gli valgono il career high nei playoffs. Si va a gara- 2 con la certezza che la serie sarà incerta ed equilibrata fino alla fine, in attesa di capire cosa succederà quando Timoteo tornerà ai suoi livelli consoni.

     
  • 16:04 il 3 May 2008 Permalink | Rispondi
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    La forza di LeBron, l’incubo dei Celtics 

    Il primo turno di questi playoffs 2008 ha segnato la grande rivincita della bistrattata Eastern Conference. Ci siamo tutti fatti incantare dal fascino glamour dei dirimpettai occidentali, con la loro messe di Most Valuable Players del passato, presente o in pectore. Non è detto che lo spettacolo non arrivi con le semifinali di Conference (Utah ha raggiunto il magico quartetto e sfiderà i Lakers), ma il primo turno a Ovest è stato clamorosamente avaro di emozioni. Al massimo hanno regalato iil brivido dell’eterno ritorno tra Phoenix e San Antonio interrotto dalla decisione di D’Antoni di non far fallo sugli Spurs col vantaggio di tre punti, mentre i 40, inutili punti di Tracy McGrady in gara- 6 contro i Jazz ne hanno riconfermato il ruolo di Ettore – sublime perdente – nella mitologia della Lega. Tutt’altra storia a Est, che sta regalando sfide affascinanti e sanguigne, alcune come la saga infinita tra Washington e Cleveland dal sapore di una guerriglia senza legge da playground.

    L’unica gara-7 del primo turno sarà non a caso quella su cui nessuno avrebbe scommesso un centesimo: Boston contro Atlanta. Per i Boston Celtics, ciò ha quasi il sapore della beffa, dopo 3 vittorie casalinghe con scarto medio di 22 punti e tre sconfitte sul filo di lana nel catino infernale di Atlanta. I giovani Hawks e il loro astuto condottiero Mike Woodson hanno sfruttato perfettamente il loro maggiore atletismo e dinamismo, mettendo oltretutto fin da gara-3 la serie sui binari della provocazione del nervosimo. Kevin Garnett e Paul Pierce ci sono cascati come polli, privando la loro squadra di quel go-to-guy che in questi casi ci vuole sempre, e Joe Johnson non ha infatti tradito i falchi, mettendo l’unica tripla della serata al momento giusto. Il segreto dei Celtics in regular season è stato la par condicio imposta da Rivers alle tre stelle (in particolare a Ray Allen), ma se nel momento decisivo di gara- 6, il tiro da tre del possibile supplementare viene affidato alla mano ineducata di Rajon Rondo ( complice uscita per falli del Capitano),significa che ci sono parecchie crepe nel manuale Cencelli di coach Rivers.

    Domenica in Massachusets andrà in scena l’ultimo atto di questa sconcertante pantomima in salsa celtica, con Atlanta che non avrà nulla da perdere, mentre Boston dovrà ritrovare in fretta il proprio febbrile ritmo e l’arcigna difesa che hanno caratterizzato la sua stagione e le gare casalinghe con gli Hawks. Non tanto per scongiurare un fallimento di proporzioni bibliche, quanto per recuperare la propria autostima in prospettiva di una semifinale di conference che non dovrebbe sfuggire alla franchigia di Ainge.

    Chi invece un go-to-guy ce l’ha e se lo tiene ben stretto, è Cleveland. Dopo le botte e le polemiche, Lebron James ha fatto capire di averne abbastanza e la sua tripla doppia in gara- 6 ha definitivamente spento le velleità dei sedicenti maghi di Washington, letteralmente prosciugati dal carisma del Prescelto. Ennesimo esame superato da Lebron, ricordando che di serie tirate fisicamente allo spasmo il suo idolo Jordan ne ha passate parecchie (segnatamente con Pistons e Knicks). I 26 punti firmati da Szczerbiak lo avranno probabilmente fatto sentire anche meno solo, e per superare lo scoglio delle semifinali di Conference, chiunque sia l’avversario, i Cavs avranno bisogno di trovare continuità nelle opzioni offensive alternative al loro fenomeno.

     
  • 16:01 il 2 May 2008 Permalink | Rispondi  

    Hornets-Spurs: preview 

    Il nuovo che avanza contro la franchigia più vincente del post Jordan; la squadra del due volte mvp contro quella guidata da un tizio che ha all’aria di uno che quel premio se lo porterà a casa in tempi brevi; due tra le squadre più in forma della Lega, capaci di eliminare in sole 5 partite Dallas e Phoenix, candidate principi per la vittoria finale; la squadra che parte coi favori del pronostico che deve però affrontare la serie senza il vantaggio del fattore campo. Con queste premesse, la sfida fra New Orleans e San Antonio promette fuoco e fiamme.

    Come stanno gli Hornets: nonostante avessero il seed n.2 nel tabellone della Western, pochi si aspettavano che i calabroni fossero in grado di sbarazzarsi dei Mavs, men che meno che lo facessero in modo così autoritario; certo, Dallas ci ha messo del suo, ma la squadra della Louisiana ha francamente impressionato tutti. Dire che sono in condizione strepitosa è dire poco, e per di più finalmente anche la città sembra essersi accorta di loro (era ora!), tanto che la New Orleans Arena di questi tempi è piena come non lo era mai stata prima. Fin troppo semplicistico dare tutto il merito dell’impresa all’eccezionale Chris Paul, che nel primo turno ha elevato ancor di più il livello del suo basket e ulteriormente incrementato le cifre (che sono assolutamente pazzesche: 24.6 punti, 12 assist e solo 1.2 palle perse ad incontro!), mostrando una leadership ed un controllo della situazione assolutamente inconcepibili per un classe ’85. No, c’è di più: c’è un David West che è oramai una delle migliori opzioni offensive della lega vicino a canestro e uomo da 20+10 fisso; c’è un lungo atletico e difensore come Tyson Chandler, capace di tirar giù caterve di rimbalzi e dotato di una mobilità nel pitturato che ha pochi eguali; c’è uno dei migliori tiratori della lega, ovvero sia Peja Stojakovic; c’è infine il nuovo “coach of the year”, Byron Scott, l’uomo che ha saputo con saggezza e pazienza plasmare questo piccolo gioiellino, e che manda ogni volta i suoi ragazzi sul parquet senza nessunissimo timore reverenziale nonostante la scarsa esperienza di post season accumulata sinora. Quello che manca è la panchina, gli uomini di complemento (solo Bonzi Wells e Mo Peterson in tal senso sembrano offrire un minimo di solidità), il cambio di ritmo dal pino. E certamente manca l’abitudine a confrontarsi regolarmente a questi livelli, anche se sul piano emotivo l’entusiasmo e l’energia possono portare a traguardi neanche lontanamente immaginabili.

    Come stanno gli Spurs: eccoli qui, i vecchi volponi che non muoiono mai; ogni anno sono troppo vecchi per ripetersi, sembrano in regular season poco motivati e spenti atleticamente: poi, varcata la metà di aprile, si trasformano. Così, eliminata Phoenix senza troppi complimenti, paiono già pronti ad affrontare il successivo ostacolo, che assume le sembianze tutt’altro che rassicuranti degli Hornets. Non diversamente dai loro avversari dunque, anche i Texani sembrano sprizzare salute da tutti i pori, in primis il “Big Three”: Duncan è tornata la macina di sempre, l’uomo in grado di fare la differenza in ogni aspetto del gioco e su entrambe le metà campo, il perenne candidato al titolo di mvp (e i 25 punti e 14 rimbalzi di media contro i Suns sono cifre che non possono mentire); Parker ha appena giocato una serie pazzesca, non limitandosi a produrre statistiche egregie (29.5 punti e 7 assist a partita) ma anche annichilendo il diretto rivale, un certo Steve Nash, e punendo Phoenix non appena gli lasciava qualche centimetro di spazio per scoccare il suo micidiale jumper dai 6 metri o penetrare come un coltello nel cuore dell’area avversaria; infine Ginobili si è confermato clutch player strepitoso, col tiro della vittoria di gara 1, i liberi della staffa nella conclusiva gara 5 e in generale una sensazione di controllo assoluto delle situazioni più bollenti. Non solo: Popovich ha trovato le risposte che cercava anche dal resto del team: la difesa di Bowen, la solidità di Thomas, la durezza di Oberto ed anche il recuperato Barry, importante nei pochi minuti da cambio di Parker disputati. Se a ciò aggiungiamo che la determinazione, la concentrazione, l’esperienza e l’affiatamento sono quelli di sempre, e che la voglia di “repeat” è fortissima, gli elementi per disputare una grande serie ci sono tutti.

    Pronostico: tanto difficile quanto rischioso, ma a certi livelli l’esperienza conta, eccome, e gli Speroni ne hanno in quantità industriale. Gli Hornets per contro potrebbero incosciamente tirare un po’ i remi in barca, soddisfatti di un campionato che ha portato risultati che sono andati ben oltre le più rosee aspettative. San Antonio favorita, ma occhio alle sorprese. Comunque, proviamo: 4-2 Spurs.

     
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