Questa stagione, che sta mostrando la supremazia di Lakers e Celtics (nonostante il leggero e recente appannamento di questi ultimi), sta anche mettendo in luce, come ogni anno, alle fin troppo ombrose spalle dei Lebron e dei Kobe, vari giocatori di talento che nello spazio di mezza stagione per una serie di fattori psico-fisici personali e/o di contesto si traformano da perfetti sconosciuti a buoni giocatori e da potenzialmente forti ad All Stars. Considerato il fatto che ci avviciniamo ormai alla pausa più spettacolare ed esaltante del panorama cestistico mondiale, quella per l’All Star Game, ritengo sia giunto il momento di citare ed analizzare, seppur brevemente, le “sorprese” di questa stagione che come accade di consueto contribuiscono a rendere ancora più interessante la National Basketball Association.
Il primo nome che sorge spontaneo nella mia mente è senza dubbio quello di Devin Harris, quasi ventiseienne playmaker (se mi è concesso di utilizzare questo termine viste le particolari caratteristiche del giocatore) di New Jersey. Nel suo caso il miglioramento è chiaro, semplice ed esponenziale e per riscontrarlo basta dare un’occhiata alle statistiche , che non esprimono sempre tutto quello che un giocatore è in grado di fare ma nel caso di DH ci sono utilissime per capire l’improvvisa ribalta dell’ex Mavs. La media di punti in carriera di Harris è di 11 mentre quest’anno è di 21,5 punti di media con 1 paio di quarantelli a condire l’incredibile continuità offensiva del regista della squadra della Grande Mela sponda Nets. Al ragazzo, negli anni precedenti, a Dallas, continuamente “torchiato” da quel “mangia playmaker” che risponde al nome di Avery Johnson, è sempre mancata quella sicurezza in se stesso che consente oggi a Harris di essere il pericolo pubblico numero uno per gli avversari dei Nets, persino più pericoloso del ben più noto Vince Carter che in ogni caso si dimostra contento del miglioramento del compagno che toglie pressione dalle spalle di Vincredible, che gli scorsi anni assumeva il ruolo, fin troppo carico di responsabilità, di “salvatore della patria”. Quest’anno Harris attacca con incredibile tenacia ed efficacia il ferro ed ha perfezionato il suo palleggio-arresto-tiro che , oltre ad essere una spina nel fianco degli avversari, gli ha permesso questa stagione di insaccare un paio di “clutch shots”. Per queste ed altre ragioni Devin è il favorito numero uno per vincere il premio, che di recente fu di Monta Ellis ed Hedo Turkoglu chiamato ”Most Improvided Player” ed è inoltre diventato un All Star con pienissimo merito. Non mi soffermo ulteriormente sulla figura del numero 34 di New Jersey perchè è già stato scritto un articolo, più approfondito, su di lui, anche se ormai un paio di mesi fa. Pertanto passiamo a prendere in considerazione qualche altro giocatore che quest’anno ha sorpreso e sta sorprendendo tutt’ora.
Altro ragazzo che quest’anno sta impazzando tra le difese avversarie, e non poco, è Al Harrington. Nel suo caso non si puo’ parlare di “sorpresa” vera e propria perchè già negli anni passati Harrington aveva deliziato gli appassionati cestistici di tutto il globo con le sue doti balistiche ma definirei quello dell’ala dei Knicks un “ritorno alla ribalta”. Negli ultimi tempi a Golden State la convivenza di Al con Don Nelson era divenuta molto difficile e le sue cifre erano calate a picco. Harrington sapeva che era ora di cambiare e ha fatto pressione sulla dirigenza Warriors perchè organizzasse una trade e lo scambiasse. Detto fatto: trade imbastita e mentre Jamal Crawford fa le valigie destinazione Oakland Harrington veleggia raggiante verso la città che fu di Willis Reed e Walt “Clyde” Frazier. Da li in poi le cifre del numero 7 si sono gonfiate enormemente e se Harris è il principale favorito per il premio di MIP, AH lo è per quello di “Sixth Man of the year” davanti a gente come Leandro Barbosa e Manu Ginobili. Il gioco di Mike D’Antoni è d’altronde il contesto perfetto per esprimere le enormi doti di realizzatore di Harrington, fantastico giocatore da uno contro uno e terrificante tiratore rapportato ai centimetri. Un ritorno vero e proprio quello di Al e a mio avviso pochi ritorni furono più graditi agli occhi di un appassionato di palla a spicchi.
Ora un giocatore che non solo ha cambiato se stesso, ma anche la sua squadra, rendendola vincente. Sto parlando, ovviamente, del piccolo, grande playmaker dei Magic: Jameer Nelson. Non che le sue cifre non siano migliorate, tutt’altro, infatti la sua media punti di quest’anno, corrispondente a poco meno di 17 punti ad allacciata di scarpe, è la più alta della sua carriera e anche il numero di assist smazzati è notevole:5,5 a gara ma la cosa più impressionante del novello (e purtroppo sfortunato) All Star è stata senza dubbio la capacità di migliorare i compagni, rendendo Orlando una delle squadre più forti della Lega, nonostante gli addetti ai lavori vertano vari dubbi sulla capacità dei Magic di diventare vincenti anche in Post-Season, dove i ritmi si abbassano e ogni possesso puo’ valere una stagione. Negli anni passati Jameer è stato senza dubbio uno dei giocatori più criticati dell’NBA, perchè erano in molti a ritenere che ai Magic mancasse proprio un buon playmaker per fare il salto di qualità. Beh, quest’anno Nelson ha smentito tutti e dall’ ”alto” dei suoi 185 cm scarsi si è dimostrato in grado di fare moltissime cose su un campo da basket, tra le quali bucare la retina dai 7,25 metri, dote che si è sempre criticata in lui, non ritenuto un buon tiratore. Unico neo nella straordinaria stagione del prodotto di Saint Joseph’s è stato il già accennato brutto infortunio che, purtroppo per noi appassionati e (soprattutto) per Orlando, lo terrà fuori per l’intera stagione, relegando i Magic, a mio umilissimo avviso, ad un ruolo di comparsa ai futuri playoffs, per l’ennesima volta negli ultimi anni.
Come risaputo il giocatore che sostituirà Nelson alla nottata delle stelle in quel di Phoenix sarà Ray Allen e non Mo Williams, da molti preferito come “ricambio” del play di Orlando. E in effetti la scelta di Williams, sempre a mio avviso, non era così illogica, non solo perchè sarebbe ideale sostituire una point guard con un giocatore dello stesso ruolo e non con una shooting guard, ma soprattutto per l’ottima stagione che l’ex Milwaukee Bucks sta disputando in Ohio. 17 punti a partita conditi da oltre 4 assist la dicono tutta (o quasi) sul rendimento di Mo, va però detto che sarebbe stato anche ingiusto convocarlo solo quest’anno e non negli anni ai Bucks passati, ne prendo atto, in una franchigia minore ma con le cifre pressochè identiche. Williams sta certamente giocando una pallacanestro stellare, tuttavia il contesto, con Lebron (e questo basta e avanza), è di sicuro molto più favorevole. Certamente era in ogni caso meglio rendere il 185 cm dei Cavs partecipe di un All Star Game almeno una volta piuttosto che mai, però il basket NBA è bello perchè è vario, pertanto vedremo che sviluppi prenderà negli anni futuri la carriera del prodotto di Alabama.
Continuiamo adesso il nostro breve tour virtuale spostandoci ad Indianapolis, ormai divenuta, con la sua Conseco Fiedhouse Arena, il teatro personale di Danny Granger, attualmente sesto miglior realizzatore della lega dietro solo a gente come King James, Kobe e Dwyane Wade. Il talento che i Pacers possiedono in squadra, con giocatori come TJ Ford e Mike Dunleavy, apparte DG33, è certamente più elevato di quello che dice il mediocre record del team. Questa stagione i compagni si fidano di Granger ciecamente, lo considerano il leader tecnico ed emotivo della squadra ed affidano a lui i possessi più importanti delle partite e l’ex New Mexico li tradisce raramente, grazie al suo incredibile raggio di tiro, contornato da un rilascio del pallone assolutamente leggiadro, e al suo istinto assassino nello “spaccare in due” le gare. Il contesto ideale quindi perchè Granger possa esprimere al meglio tutto il suo notevolissimo talento offensivo, concentrato in varie soluzioni tra le quali la prediletta è in ogni caso il tiro da oltre l’arco. 25,5 sono i suoi punti di media in questa stagione e questo è bastato e avanzato per mettere nelle tasche di Danny un biglietto destinazione Phoenix, Arizona.
Chiudo il mio riassunto con un nome senza dubbio meno noto ma che nelle sue ultime apparizioni mi ha impressionato grandemente per la sua intraprendenza e anche per il suo notevole talento: Ramon Sessions, giovanissima combo-guard dei Bucks. Il ragazzo deve ancora compiere 23 anni eppure dimostra una personalità spiccatissima e una leadership non indifferente nella squadra di Michael Redd e Richard Jefferson. Già la passata stagione rimasi attonito quando, conoscendo appena il nome di Sessions, lessi che aveva stabilito, sia pure in una partita di fine stagione senza nulla da chiedere ai playoffs a punteggio spropositato, il record di franchigia di Milwaukee per numero di assist in una singola gara, con l’impressionante cifra di 21 confetti regalati ai compagni. Da quel giorno l’ho segiuto con attenzione nella sua evoluzione come giocatore e ho potuto trovare in Ramon una grande propensione ad attaccare il ferro, una notevolissima fantasia ed efficacia nelle conclusioni in area e, nonostante non sia in realtà nè un playmaker nè una guardia tiratrice, una grande capacità di stare in campo con ottima poliedricità. Lo dimostra una sua recente prestazione, tra le più eclatanti di quest’anno (a livello di lega!) in cui (stavolta in una gara con molto da chiedere alla stagione dei Bucks, viste anche e soprattutto le pesanti assenze di Redd e Bogut) il “ragazzino” ha segnato 44 punti (si, avete capito bene) con 12 assist a dimostrazione dell’incredibile varietà di scelte del minuto giocatore dei Bucks. E se Milwaukee puo’ e deve piangere per le assenze di Redd e Bogut , di lunga se non lunghissima durata, alle quali si è recentemente aggiunta quella di Luke Ridnour, Sessions puo’ non dico gioire ma trovare comunque uno spunto positivo da queste, senza le quali non avrebbe potuto mettersi in mostra davanti a tutto il mondo. Senza dubbio Ramon Sessions è il nome meno altisonante di questo articolo ma le sue recentissime prestazioni, numeri alla mano 30 punti e 8 assist di media nelle ultime tre partite, bastano e avanzano per inserirlo in questo breve scritto contenente i “giocatori più caldi del momento”.
Spero di non aver tralasciato troppi giocatori di livello e soprattutto di non avervi annoiato troppo.
kevin johnson 21:23 il 16 febbraio 2009 Permalink |
Una ottima notizia da tifoso Suns!!!
Massimo rispetto per il lavoro di Porter ma il suo operato non è stato consono al livello della squadra. Speriamo in Gentry che ha lavorato con D'Antoni.