Il delitto perfetto dell’All-Star Game


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L’ All-Star Game appena andato in archivio ha celebrato la avvenuta riappacificazione all’interno di Stern-Landia, il regno dell’amore e dell’amicizia. La cornice del resto non è stata scelta a caso da quel volpone di David: la New Orleans disastrata da Katrina, pronta a enfatizzare l’anima sociale della Lega, proiettata verso le sue magnifiche e progressive sorti. Ricordate le polemiche sugli arbitraggi, su Tim Donaghy e i suoi legami con la mafia nella spirale delle scommesse, sulle pesanti manipolazioni nei play-off nelle ultime due stagioni? Tutto insabbiato e dimenticato.

Basta che il pifferaio magico Stern sibili le solite promesse sulla imminente espansione della Lega in Europa (se ne parla da vent’anni e si rimanda ineffabilmente al futuro, perché è ovvio che mettere in piedi una “european division” è impossibile per motivi logistici almeno per un’altra generazione) e tutti i giornalisti si prostrano ai suoi piedi con i soliti titoloni ad effetto. Per l’ennesimo lifting della sua infinita dittatura (23 anni: soltanto Fidel Castro nell’emisfero occidentale è al potere da più tempo), il commissioner ha dunque preparato una cerimonia coi fiocchi. La gara delle schiacciate è stata tra le più spettacolari degli ultimi anni per chi apprezza, e ovviamente è stato incoronato con consenso plebiscitario il bambinone prodigio Dwight Howard (benché Gerald Green sia stato meno pirotecnico ma stilisticamente più accattivante). Diceva del resto recentemente l’acuto Rasheed Wallace che ormai la NBA assomiglia più alla federazione di Wrestling: ecco servito il costume da Superman sfoggiato dal centro di Orlando. A completare il quadro non poteva mancare il premio di MVP per la partita delle stelle conferito a LeBron James, il quale ha perpetuato la lista dei gagliardetti assegnati ai numeri 23 per diritto divino. Solita, grande partita del “Prescelto”, ma Ray Allen gli ha palesemente rubato le luci della ribalta con una prestazione stratosferica, portando l’ Est alla vittoria.

Anche nel mondo delle favole esiste però un cattivo, in questo caso la città di Seattle. E David Stern ne ha reso pubblica la lapidazione, passata in sordina dato il clima festaiolo dell’evento in Lousiana. Nel weekend il commissioner ha chiuso qualsiasi margine di manovra, sprezzante: i SuperSonics lasceranno la città della pioggia, destinazione Oklahoma. Se dipendesse da Stern ciò avverrebbe anche a giugno, molto più probabilmente tra un anno, e comunque non oltre il 2010, data in cui scade il leasing della Key Arena. I termini della diatriba sono noti : il proprietario dei Sonics Clay Bennett cerca da tempo un pretesto per portare i Sonics nella sua città, Oklahoma City, e ha trovato in Stern una sponda perfetta nella sua guerra con la città della Boeing. Il casus belli è la mancata decisione del comune di Seattle di investire una pesante cifra nella costruzione di una nuova, polifunzionale arena. Peccato che quasi tutte le arene ormai siano private (Toyota Center, Oracle Arena e via dicendo). La verità è che Stern non ha mosso un dito per Seattle in tutti questi mesi, appoggiando Bennett pure quando un gruppo di investitori locali ha cercato di acquistare la franchigia. I Sonics appartengono a Seattle da 40 anni, hanno una delle tifoserie più calde, appassionate e legate al tessuto sociale americano. E hanno scritto pagine indimenticabili nella storia della Lega, dall’anello di Lenny Wilkens alla cavalcata targata Kemp-Payton del 1996. Il dado ormai è tratto, ma che almeno il mercante nella stanza dei bottoni abbia la decenza di non farli chiamare Sonics: Oklahoma City Hijackers (dirottatori) andrà benissimo, anche se vedere Kevin Durant in tale veste sarà pur sempre doloroso.

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