Aggiornamenti recenti Pagina 10 RSS Mostra/nascondi commenti | Scorciatoie da tastiera

  • 12:51 il 28 April 2011 Permalink | Rispondi  

    The Flop #5: Ed 

    Oggi, come di consueto, andremo a parlare di un flop della storia recente, il nostro uomo è Eddy Curry, attualmente free agent ex giocatore di Timberwolves, Knicks e Bulls.

    Nasce il 5 dicembre del 1982 a Harvey, Illinois e viene visto da tutti come un grandissimo talento, ai tempi della High School di Thornwood è già quotatissimo tanto che decide di non andare al college e di rendersi immediatamente elegibile per il Draft NBA del 2001.

    Anche gli scout NBA lo quotano bene, a tal punto da essere tra le prime cinque chiamate in prospettiva. La prospettiva si rivela esatta quando la notte del draft viene scelto dai Chicago Bullscome quarta scelta assoluta.

    A Chicago tutti credono in lui e anche parecchio, visto che la sua città natale era molto vicina a Chicago. Nel suo primo anno Curry non viene utilizzato molto, ma si vedono comunque dei buoni margini di miglioramento, nonostante i soli 6.7 punti di media in 16 minuti di gioco, non andò bene nemmeno sul fronte squadra visto che i Bulls, che avevano ceduto il loro giocatore migliore Elton Brand, vinsero la miseria di 21 partite, il margine però si vedeva, non solo con Curry ma anche per la seconda scelta assoluta di quel draft ovvero Tyson Chandler, e furono proprio loro a portare, nella stagione seguente la squadra sulle spalle, nonostante questo i Bulls non riuscirono a raggiungere i Playoff e persero la bellezza di 52 partite in stagione.Curry migliorò molto durante la stagione 2002/2003 facendo registrare 10.5 punti di media e la percentuale più alta di tiri dal campo dell’intera lega .585%, alla fine dell’anno, al draft i Bulls ottennero la settima scelta assoluta con la quale scelsero Kirk Hinrich che veniva visto come una guida perfetta per una squadra come quella.

    La stagione seguente per Curry fu piena di miglioramenti, nonostante le sole 73 partite giocate i suoi minuti di gioco aumentarono smisuratamente passando da 19.4 a 29.5 con un miglioramento anche in difesa con il suo record stagionale in media stoppate con 1.1. La squadra, però, non riuscì, nonostante Curry, Chandler e Hinrich ad ingranare la marcia giusta e vinse la miseria di 29 partite. Nella stagione successiva i Bulls fecero bene e Curry anche, il giocatore, che veniva ancora visto come un buon talento ancora inespresso, ebbe delle medie molto alte, si abbassò il numero dei minuti ma aumentarono ancora i punti che arrivarono a 16.1, si abbassò anche un’altra statistica nella stagione di Curry ovvero le partite giocate solo 63 con 60 iniziate, i Bulls fecero un bel salto di qualità passando da 30 a 44 vittorie, nonostante un inizio di stagione da 0-9. Curry nel 2005 stufo di Chicago decise di rimanere Free Agent e firmò un contratto spaventoso con i New York Knicks che lo acquistarono nella speranza di qualcosa di buono. Fece effettivamente bene il primo anno, mettendo medie ottime – 13.6 punti in 72 partite – ma fu proprio quella la stagione in cui Curry accusò una flessione considerato anche il fatto che i Knicks vinsero la miseria di 23 partite.

    Fu invece la stagione successiva la sua migliore stagione in assoluto, anche se la sua squadra non fece bene neanche nel 2006, vincendo solo 33 partite, Curry mise a segno 19.5 punti di media con 7 rimbalzi a supporto, anche nella  stagione 2007/08 Curry fece bene, ma abbassò tutte le sue statistiche, il fatto a detta di molti fu dovuto all’incontro/sconto che ebbe con Zach Randolph che alla fine della stagione successiva lasciò i Knicks per i Los Angeles Clippers, Curry in quella stagione fece registrere 13.2 punti e 4.7 rimbalzi con i Knicks che tornarono a vincere 23 partite. Nella stagione 2008/2009 la carriera di Curry finì, non ufficialmente, non per un ritiro ma per un “problema fisico”, perchè lo metto tra virgolette, perché nessuno sa di preciso cosa gli sia successo, nemmeno lo staff dei Knicks, ma dal 2008 nessuno ha più notizie certe di questo ex giocatore che è diventato a tutti gli effetti un flop, e che folp! anche nel 2009/2010 con l’arrivo di D’Antoni Curry, ancora “infortunato”, passa definitivamente nel dimenticatoio anche se riesce a mettere in mostra il suo, non più fluido, gioco in 7 partite con 3.7 punti di media, nel 2010 Curry non gioca nemmeno una partita e a metà stagione viene ceduto a Timberwolves che lo tagliano il 2 marzo 2011. Negli ultimi tempi si è parlato addirittura di un interessamento dei Miami Heat nei suoi confronti, ma sembra che la squadra della Florida abbia definitivamente rinunciato alle sue prestazioni.

    Curry non sarà più quello di una volta ma a parere di molti non è ancora del tutto andato come altri grandi giocatori della storia NBA e potrebbe ancora tornare utile a molte squadre, io la penso diversamente ma questo è piuttosto relativo e anche piuttosto ovvio.

    Con questa ultima analisi concludiamo il The Flop di oggi, io vi saluto e vi do appuntamento alla settimana prossima e vi anticipo che la settimana prossima parleremo di una squadra NBA, in particolare di una sua stagione, si accettano scommesse.

     
  • 12:19 il 28 April 2011 Permalink | Rispondi  

    Players #9: My name is Superman 

    Shaquille O’Neal, Hakeem Olajuwon, Patrick Ewing, Dikembe Mutombo, Alonzo Mourning sono i maggiori nomi che ci vengono in mente quando parliamo degli anni ’90. Centri dominanti, fisici con un’impronta sia offensiva che difensiva veramente eccezionale. La lega venne caratterizzata per anni da questi elementi, ma negli ultimi anni, visti i vari ritiri e decadenza delle carriere dei giocatori sovra citati, l’NBA non è più riuscita a trovare un equilibrio in quel ruolo e ormai è invasa da un gioco sempre più improntato sulle guardie e sulla velocità. I vari Yao Ming, Greg Oden, Michael Olowokandi, Kwame Brown, Andrew Bynum sono solo le più recenti delusioni che hanno portato alla rivalutazione del ruolo di centro, ormai diventato un senso astratto. Ma chi sta cercando di tenere alta la reputazione di questa categoria è un uomo di due metri e undici per 120 chilogrammi di muscoli che si crede Superman, e nessuno è stato mai così vicino dall’esserlo più di lui.

    Dwight David Howard nasce l’8 Dicembre del 1985 ad Atlanta in Georgia. Patria della Coca Cola, della CNN ed una delle città più industriali e ricche del Sudest, è un luogo sereno in cui crescere e mettere su famiglia. Dwight viene subito indirizzato verso una fede cristiana visto che il padre, Dwight Senior, è sia una sorta di agente della polizia statale, ma nel mentre si occupa anche di gestire il settore sportivo per la Southwest Atlanta Christian Academy, una scuola privata che sostiene il miglior programma di basket dello stato. Il padre cerca di portare il figlio verso la strada dello sport e anche grazie alla madre, Sheryl – ex giocatrice di basket – il compito riesce più facile. Dwight, così, inizia a muovere i primi passi verso il mondo della palla a spicchi quando ha circa nove anni e nel giro di breve tempo si innamora pazzamente di questo sport tanto da sognare che un giorno lontano sarebbe entrato nella NBA dalla porta principale.

    Le doti fisiche ci sono, ma ai tempi delle medie, Dwight viene considerato una guardia di medio valore. Sì, perché nonostante la stazza quello è il suo ruolo iniziale. Veloce e dinamico, entra subito nelle mire della Southwest Christian, anche grazie alle raccomandazioni del padre, che lo recluta facendolo diventare un signor giocatore. Dwight cresce a dismisura e anche il suo ruolo diventa sempre più importante all’interno della squadra, tanto che il coach decide di provarlo come centro, accorgendosi subito dei risultati straordinari. Il ragazzo non è solo più alto rispetto ai suoi coetanei, ma è anche una “bestia” dal punto di vista fisico, dominando gli avversari con una facilità disarmante. Le attenzioni su di lui crescono anche da parte dei media e in una città come Atlanta non è difficile farsi notare. Howard viene perciò considerato uno dei miglior prospetti della nazione quando chiude la sua carriera liceale con 16.6 punti di media, 13.4 rimbalzi e 6.3 stoppate in 129 partite giocate. Da senior, Dwight guida la squadra al titolo statale con medie a dir poco strepitose tanto da meritarsi il titolo di miglior liceale degli Stati Uniti. Viene inoltre convocato per il McDonald’s All-American Game in cui viene nominato MVP insieme a J.R. Smith.

    La attenzioni su di lui crescono, perciò, Dwight, decide di snobbare le proposte dei vari college e di approdare direttamente al Draft seguendo le orme del suo idolo Kevin Garnett. Il 24 Giugno del 2004, Howard viene selezionato con la chiamata numero 1 dagli Orlando Magic che sono in fase di ricostruzione dopo aver ottenuto il peggior record della lega la stagione passata. Decide così di indossare il numero 12 rovesciando il numero 21 appartenente appunto a Garnett. Dwight è chiamato a diventare da subito l’arma letale della squadra visto che l’All-Star Tracy McGrady è stato ceduto a Houston. E così è. Nella sua stagione da rookie fa registrare medie di 12.0 punti e 10.0 rimbalzi a partita in 82 gare giocate, diventando anche il più giovane giocatore della storia a raccogliere 20 rimbalzi in una partita. Le sue cifre, però, non gli bastano per vincere il titolo di Rookie of the Year che andrà al centro dei Bobcats Emeka Okafor, scelto con la due nel Draft. Orlando non farà i playoff, ma il futuro di Howard brilla già di luce propria.

    Durante l’estate si mette al lavoro dal punto di vista fisico e, con intense sessioni di pesi, mette su qualche chilo di muscoli che possono fargli comodo sia in fase offensiva, sia in quella difensiva in cui Dwight deve migliorare parecchio. L’obiettivo di coach Brian Hill è quello di farlo diventare un centro in grado di dominare in qualsiasi zona del campo, ma c’è ancora da lavorare parecchio. I Magic puntano su di lui per tornare ai playoff e si aspettano una grande stagione da sophomore. Il 15 Novembre del 2005, in una gara contro Charlotte, diventa il più giovane giocatore della storia a segnare un 20+20 con 21 punti e 20 rimbalzi. Viene selezionato per il Sophomore Team all’All-Star Game di Houston e il 15 Aprile mette il suo career-high di rimbalzi catturandone ben 26 contro Phila. Chiude la stagione con medie relativamente più alte rispetto alla stagione precedente – 15.8 punti e 12.5 rimbalzi – tanto da far ricredere chi non lo aveva votato l’anno prima per il premio di rookie dell’anno. Nonostante gli evidenti miglioramenti di Howard, i Magic chiudono terzi nella division con un record di 36-46 che non gli permette di approdare ai playoff.

    Prima dell’inizio della stagione seguente, Howard è già considerato l’uomo franchigia e ci si aspettano altri evidenti miglioramenti da parte sua. Per la terza stagione consecutiva gioca tutte e 82 le partite mostrando un’integrità fisica fuori dal comune e il primo Febbraio 2007 riceve l’invito per il suo primo All-Star Game, oltretutto nel quintetto base della Eastern Conference. E’ già considerato uno dei migliori centri in circolazione e mostrando tutta la sua potenza segna 20 punti e 12 rimbalzi. Dopo nemmeno una settimana mette a segno il suo career high di 32 punti contro i Raptors e guida i suoi Magic ai playoff dopo quattro anni dall’ultima apparizione con il numero 8 nella griglia. Ma quella di Orlando sarà solo, appunto, un’apparizione. I Pistons sono fin troppo forti e Howard e compagni vengono spazzati via in 4 partite. La stagione del numero 12 finirà con 17.6 punti e 12.3 rimbalzi (primo nella lega) venendo nominato nel terzo quintetto NBA.

    Howard continua a mettere a segno numeri impressionanti anche nella stagione 2007-08 a cui si aggiunge alla squadra il free agent Rashard Lewis per migliorare notevolmente l’attacco. Dwight viene nuovamente convocato per l’All-Star Game – in cui vincerà anche lo Slam Dunk Contest – ancora come starter. Il 31 Marzo arriva la matematica che decreta i Magic come campioni della Southeast Divison per la prima volta nella loro storia e, chiudendo la stagione regolare con 20.7 punti, 14.2 rimbalzi e 2.2 stoppate di media, guidando la squadra al terzo posto ad Est. Orlando elimina al primo turno i Toronto Raptors con un ottimo 4-1, ma ancora una volta si deve arrendere ai Detroit Pistons che li eliminano 4-1 nelle semifinali di conference. Nonostante tutto, Howard viene nominato nel primo quintetto NBA e anche in quello difensivo per la prima volta in carriera. Mentre in estate andrà a vincere la medaglia d’oro alle olimpiadi di Pechino con Team USA.

    La stagione 2008-09 comincia sotto i migliori auspici per Howard. Dopo dieci partite è primo nelle stoppate (4.2 di media) e registra anche la sua prima tripla-doppia con 30 punti, 19 rimbalzi e 10 stoppate. A metà stagione, Dwight guida la lega per rimbalzi e stoppate e si trova appena dietro per la miglior percentuale dal campo. Fa registrare il record di 3.1 milioni di voti partecipando di fatto all’All-Star Game per il terzo anno consecutivo e perdendo in finale della gara delle schiacciate contro Nate Robinson. Il 25 Marzo, i Magic conquistano il loro secondo titolo divisionale consecutivo dopo una vittoria sui Boston Celtics garantendosi anche un miglioramento nel record di vittorie rispetto all’anno passato. Chiuderanno la stagione con 59 vinte e 23 perse, al terzo posto ad Est dietro agli imprendibili Cavaliers di LeBron James e ai campioni in carica dei Boston Celtics. Il 21 Aprile, Dwight verrà nominato miglior difensore della lega dopo aver vinto la classifica delle stoppate e dei rimbalzi con medie di 2.9 e 13.8 a cui si aggiungono i 20.6 punti a partita. I Magic iniziano i playoff senza il loro playmaker titolare Jameer Nelson e le cose non iniziano nel migliore dei modi andando subito sotto nella serie contro i Sixers prima di ribaltare l’1-2 e vincere la serie 4-2. Nelle semifinali di conference se la devono vedere contro i Celtics privi del suo idolo Kevin Garnett. Boston si trova avanti 3-2 grazie al buzzer beater di Glen Davis che sbanca l’Amway Arena, ma Orlando tira fuori il carattere e i 23 punti con 22 rimbalzi di Howard in gara-6 portano i Magic a giocarsi una difficile gara-7 a Boston. La squadra di Van Gundy domina dall’inizio alla fine, chiudendo anzi tempo la partita e accedendo alle finali di conference per la prima volta dal 1996. Ad attenderli, ci sono i detentori del miglior record della lega, quei Cleveland Cavaliers che inoltre possono schierare l’MVP stagionale, un certo LeBron James. Orlando vince gara-1 e torna in Florida sull’1-1 per poi portarsi sul 3-1. La sconfitta di Cleveland non prelude nulla, perché i Magic chiudono i conti in gara-6 con una partita incredibile da parte di Howard che mette 40 punti conditi da 14 rimbalzi, oscurando la stella di LeBron e portando i suoi alla seconda finale nella storia della franchigia. I Lakers sono affamati di vittoria dopo la sconfitta dello scorso anno contro i Celtics che ancora brucia dentro i cuori giallo viola. Kobe e compagni sfruttano la completa inesperienza dei Magic e vanno avanti nella serie per 2-0 dominandoli sotto ogni punto di vista. Orlando prova a puntare sulle tre gare casalinghe per riuscire nell’impresa, ma riusciranno a vincerne solo una – la prima nella storia della franchigia – per poi perdere in 5 gare e regalare il quindicesimo titolo ai Lakers. Sarà una sconfitta che segnerà molto il futuro immediato della squadra.

    Nell’estate del 2009 viene ceduto Hedo Turkoglu ai Toronto Raptors e arriva Vince Carter dai New Jersey Nets. Come nelle stagioni precedenti, i Magic partono forte con 17 vittorie nelle prime 21 partite e il 21 Gennaio del 2010, Howard viene convocato ancora una volta come starter per l’All-Star Game. La stagione si chiude bene con sole 5 sconfitte negli ultimi due mesi di regular season e ben 23 vittorie che permettono alla squadra di Van Gundy di vincere il terzo titolo divisionale consecutivo. Dwight chiude con 18.3 punti, 13.2 rimbalzi e 2.8 stoppate che gli garantiscono il titolo di difensore dell’anno per la seconda stagione di fila oltre che l’inserimento nel primo quintetto NBA. Ma la strada non finisce qui. Orlando deve difendere la sua posizione di contender e soprattutto di campione uscente della Eastern Conference. Nel primo turno completano lo sweep ai danni dei Bobcats, esordienti nei playoff e anche nelle semifinali si fanno valere sbaragliando gli Hawks per 4-0. Sembra tutto facile per Dwight e compagni, ma in finale di Conference se la devono vedere contro i Boston Celtics, capaci di eliminare la squadra con il miglior record della lega nel turno precedente. Clamorosamente, Orlando perde le prime due in casa e la terza a Boston per poi vincere le successive due e terminare inesorabilmente il proprio cammino in gara-6 ponendo fine anche alle speranze di titolo che attanagliavano i tifosi. E’ una grossa delusione per la squadra e soprattutto per Howard che non è riuscito a replicare le fantastiche gesta dell’anno prima. Ad Orlando regna l’incertezza sul futuro dei Magic, ma si spera che Superman possa vegliare il più a lungo possibile sulla città.

     
  • 11:33 il 28 April 2011 Permalink | Rispondi  

    La parte buona della Mela 

    Certo, uscire al primo turno con un 4-0 è sempre degradante ed umiliante, ma non vogliamo affrontare questa analisi sulla stagione dei Knicks con un occhio pessimista, ma bensì più positivo possibile.

    E’ vero, di cambiamenti ce ne sono stati negli ultimi dodici mesi nella franchigia arancio-blu. L’arrivo di Stoudemire sembrava preannunciare ottime cose, non solo perchè l’ex Suns aveva già lavorato, con ottimi risultati, insieme a coach D’Antoni, ma soprattutto perchè si trattava di una stella di primo livello che il proprietario James Dolan prometteva ai tifosi ormai da anni. Con anche l’acquisizione di Felton, Turiaf e Randolph sembravano essere a posto, pronti per fare i playoff e quel salto di qualità giusto per una franchigia storica. Un mix di gioventù ed esperienza che uniti al gioco frizzante del coach italo-americano avrebbero fatto del male a chiunque. La stagione parte discretamente e alla fine di Novembre la squadra ha un record di 10-9 che le permette di stare dentro le prime otto. Ma all’inizio di Dicembre arrivano sei vittorie di fila (otto se contiamo le ultime due di Novembre) che rilanciano le quotazioni del team e fanno sognare addirittura i primi quattro posti. La squadra gira alla perfezione con Stoudemire che rispetta le aspettative di assoluto uomo franchigia con anche il nuovo record di partite di fila con 30 o più punti. Alla fine del 2010 i Knicks hanno un record di 18-14.

    L’inizio del nuovo anno, però, porta anche qualche piccolo problema all’interno della franchigia. Gallinari è tormentato dai soliti problemi fisici e alcuni giocatori cominciano a risentire della presenza ingombrante di STAT e del poco gioco di squadra che emerge dalle prestazioni. Gennaio e Febbraio sono disastrosi e solo le pessime prestazioni delle squadre che seguono tengono New York al sesto posto ad Est. Poi avviene ciò che nessuno si aspettava. Dopo mesi di voci e smentite, Donnie Walsh intraprende una trade a tre con Timberwolves e Nuggets che porta Balkman, Billups, Carter, Shelden Williams e soprattutto Carmelo Anthony ai Knicks in cambio di Danilo Gallinari, Wilson Chandler, Raymond Felton e il russo Mozgov che vengono spediti a Denver, più Eddy Curry e Randolph che partono per il Minnesota. E’ il colpo dell’inverno. I Knicks si assicurano una star di sopraffino talento e un play di esperienza come Billups lasciando andare i giovani più interessanti e futuribili. E’ evidente, l’obiettivo è vincere!

    Ma le cose non sembrano andare subito nel migliore dei modi. Dopo la trade la squadra inanella una serie di alti e bassi spaventosi che fanno subito dubitare anche i più ottimisti. Dall’arrivo di Melo arrivano 6 vittorie nelle prime 10 partite, ma poi una serie spaventosa di 10 sconfitte in 11 gare che relegano i Knicks al settimo posto con il rischio di peggiorare la situazione. Per fortuna Aprile viene aperto con 5 vittorie di fila che permettono alla squadra di tornare al sesto posto (42-40 il record) e chiudere in modo dignitoso una stagione che si stava mettendo male. Il resto lo sappiamo. La sfortunata serie contro i Celtics con conseguente cappotto (come nel 2004 contro i Nets, ndr). Ma cosa dovrà cambiare nella Grande Mela per vedere dei Knicks finalmente da titolo?

    Nulla o meglio, quasi nulla. Intanto garantire un contratto ad Anthony e una longevità alla combo con Stoudemire che negli anni avvenire potrebbe diventare devastante. Poi allungare la panchina non sarebbe male con D’Antoni che si è trovato a dover affrontare Boston con un Billups infortunato e con Toney Douglas ed Anthony Carter come playmaker, non proprio delle sicurezze. Far giocare Stoudemire da centro non sarebbe nemmeno una cattiva idea, tanto da far partire uno come Turiaf dalla panchina e cercare una buona ala grande dal mercato oppure buttare il giovane Shawne Williams che ha fatto vedere grandi cose nel finale di stagione e nei playoff. Sarà importante anche continuare con un minimo di linea verde con giovani interessanti come Fields (già titolare nel suo anno da rookie) e Bill Walker oltre al già citato Williams. Di spazio salariale per muoversi nel mercato dei free agent ce n’è, tenendo conto del nuovo contratto di Anthony però che potrebbe essere abbastanza scomodo, ma necessario se si vorrà puntare al titolo. Una nuova era è iniziata in quel di New York e si spera che non debbano essere solo i tifatissimi Yankees a portare in alto l’onore della città.

     
  • 23:08 il 20 April 2011 Permalink | Rispondi  

    Players #8: The Truth 

    Chiedi di Paul Pierce, e ti diranno: quando hai sofferto, quando hai fallito, quando hai saputo cosa vuol dire essere umiliato, quando hai sopportato tutto questo, il trionfo è ancora più dolce.

    Paul Anthony Pierce nasce ad Inglewood – sobborgo di Los Angeles – il 13 Ottobre del 1977. Fin da bambino la sua attenzione viene catturata dalle prestazioni dei Lakers dello showtime che lo fanno innamorare già in tenera età del basket. “Quello fu l’inizio per me, guardando le finali tra Lakers e Celtics. Fu come vedere nascere il basket dentro di me. Avevo sei o sette anni, andavo a casa di mio zio, cercavo una sedia e mi sedevo davanti alla TV, che era alquanto piccola, perciò mi mettevo talmente vicino che sembrava quasi che ci volessi entrare” disse in un’intervista al Daily News di Los Angeles. Ma la gioventù di Paul non fu così facile. Le gang di strada erano ovunque ed il pericolo di finire in qualche rapina o rissa era all’ordine del giorno, ma – come succede in parecchi casi – fu il basket a mantenere Paul e i suoi due fratelli maggiori, Jamal e Stephen, fuori dai guai. Mentre entrambi i fratelli finivano al college grazie a delle borse di studio per meriti sportivi, il giovane Pierce si dilettava nei campetti insieme al suo primo mentore, Scott Collins. Collins era un detective della polizia, estremamente impegnato nelle attività sociali della comunità tanto da essere l’allenatore di una squadra di basket che dava l’opportunità ai ragazzi di strada di giocare nella Police Activity League. Dopotutto il premio era un ingresso gratis al Forum per le partite dei Lakers.

    Collins non fu solo una figura paterna per me, ma per tutti i ragazzi che cresceva giocando a basket” dirà Pierce nel corso del tempo, ricambiato poi dalla completa stima dello stesso Collins che lo definisce “Bravo in tutto quello che faceva”. Ma essere “solo” bravi non bastava.

    Quando Paul entrò alla Inglewood High School era definito, oltre ogni apparenza, un giocatore nella media. Le sue abilità erano evidenti, ma gli mancava la forza e le dimensioni di un vero e proprio prospetto che potesse entrare nel reclutamento per il college. Perciò viene tagliato dalla prima squadra quando era una matricola. Paul non si diede per vinto e, imperterrito, continuò ad allenarsi duramente, arrivando a scuola alle 5 del mattino per poter fare “qualche tiro a canestro” insieme ad altri giocatori della squadra. Grazie alla sua costanza e alla sua crescita esponenziale, coach Patrick Roy lo inserisce in squadra a partire dal suo anno da sophomore. La prima partita del torneo vede Inglewood decisamente in svantaggio, perciò Roy pensa che possa essere una buona occasione per lanciare il giovane Pierce sul campo. “Eravamo sotto di 18-19 punti nel secondo tempo. Nel terzo quarto decisi di mettere Paul e dargli una grossa chance per far vedere di cosa era capace. Fu incredibile. Penso che segnò tipo 21 punti con 9 rimbalzi e 6 assist. La prese più seriamente del dovuto” disse Roy. Dopo quella prestazione, il suo posto nel quintetto base era ormai assicurato, ma Paul non finì di lavorare sodo nemmeno quando le cose sembravano andar meglio. Nel suo anno da Junior guidò i Sentinels a 30 vittorie e al titolo divisionale. L’anno da senior lo consacrò come il miglior prospetto liceale proveniente dalla California tanto da ottenere la convocazione per il McDonald’s All-American Game insieme al suo futuro compagno Kevin Garnett, ma anche a Stephon Marbury, Antawn Jamison e Vince Carter, in cui partecipò anche alla gara delle schiacciate perdendo proprio contro Carter.

    Le attenzioni verso di lui crescono e destano anche quelle di vari college, ma Paul è orientato verso la University of Kansas in cui allena il leggendario Roy Williams. “Non mi promise nulla. Mi disse soltanto che dovevo lavorare come tutti gli altri e che, se fosse andata così, sarebbe stato dalla mia parte” disse Pierce in un’intervista. Paul irrompe così sulla scena di Lawrence – dove ha sede il campus – diventando il miglior esordiente della Big Eight nel 1996, seguito dal doppio premio di MVP del Big 12 Tournament e dalla nomina nel miglior quintetto All-American dopo il suo anno da Junior. Nel mentre, Paul si fa anche una reputazione come un giocatore sempre presente quando la partita si fa bollente. Nel suo anno da sophomore, i Jayhawks entrano nel torneo NCAA in testa al ranking con una sola sconfitta subita durante la stagione. Ma l’inaspettata disfatta contro i futuri campioni di Arizona nelle Sweet 16, spezza il cuore dei tifosi e di Pierce che la reputerà come una delle più grandi delusioni della sua vita. Nella conferenza stampa post-partita, Paul sembra un bambino. Visibilmente emozionato, si scusa con tutti. E’ lì che nasce il campione. Dopo tre stagioni alla corte di Williams – in cui segna 16.4 punti di media con 6.3 rimbalzi – decide che è arrivato il momento di fare il salto di qualità per la sua carriera e si dichiara per il Draft del 1998.

    Paul viene considerato come una delle papabili prime scelte. Ma il 24 Giugno del 1998, il suo nome non fa capolino tra le prime cinque, come molti pronosticavano. Alla uno viene scelto Michael Olowokandi, alla due Mike Bibby, poi LaFrentz (suo futuro compagno di squadra, tra l’altro), quei Jamison e Carter che giocarono con lui nel McDonald’s All-American Game. Poi è il turno di Robert Traylor, Jason Williams, Larry Hughes e persino il biondo Dirk Nowitzki, proveniente dallo sconosciuto Wurzburg, viene scelto prima di lui. Le speranze di Paul di finire dentro la lottery sembrano diminuire a vista d’occhio, finché, con la chiamata numero 10, David Stern lo invita a salire sul palco del General Motors Place di Vancouver e gli viene consegnato il cappellino dei Boston Celtics. “Quando apparve nel tabellone non ci potevo credere nemmeno io” disse il GM dei Celtics Chris Wallace. Fatto sta, che il destino del giovane Pierce cambierà per sempre la sua vita. Lui che ha sempre tifato Lakers, lui che guardava i Celtics di Bird, McHale e Parrish non appena aveva la possibilità di sgattaiolare al Great Western Forum durante le partite tra i purple and gold e gli odiati bianco verdi. Ma le aspettative sono tante su di lui. La franchigia non vince niente da più di dieci anni ormai e c’è anche da sfatare la sfortuna che l’ha perseguitata nel ruolo di ala piccola negli ultimi anni. Dopo Larry Bird e Reggie Lewis, il nulla.

    Sin dalla prima partita, Paul rispetta le attese su di lui segnando 19 o più punti in 10 delle prime 11 partite della sua carriera in NBA. Chiude il suo primo anno con 16.5 punti di media segnati, finendo terzo nelle votazioni per il premio di miglior rookie. Nella sua seconda stagione aumenta ancora la media realizzativa a 19.5 punti, diventando uno dei migliori giocatori offensivi della lega. Ma, secondo lui, sarà il suo terzo anno quello della vera e propria esplosione. Andrò fuori e mostrerò al mondo di che pasta sono fatto. E’ il momento di tirare fuori il drago che c’è in me. Ma i suoi sogni e le sue prospettive subiscono ben presto un dirottamento che sfiora la tragedia.

    Il 25 Settembre del 2000, prima quindi dell’inizio della stagione, Pierce e due suoi compagni escono per una serata di divertimento. Finiscono al Buzz Club, un night club rinomato nella zona di Boston. La serata sembra abbastanza tranquilla, fino a quando all’interno del locale scoppia una rissa. Paul, dall’alto dei suoi due metri prova a separare i due litiganti, ma uno di essi estrae un coltello e lo colpisce 11 volte tra viso, schiena e collo. Paul è in fin di vita. Solo due cose gliela salvano. L’intervento del suo compagno Tony Battie ed il fatto che il New England Medical Center non è molto lontano dal locale.

    Tutto successe così in fretta, ma non so dire quanto durò. So solo che non è un qualcosa che dimenticherò così facilmente. Sono fortunato ad essere ancora qui. Mi sento più maturo rispetto al giorno dell’accaduto perché quando guardi in faccia la morte e vedi la tua vita scorrere davanti ai tuoi occhi, cresci dieci volte di più anche in una sola notte” disse in un’intervista successiva.

    Incredibilmente, a solo un mese di distanza dall’incidente, Pierce torna sul campo per iniziare la stagione 2000-2001 più motivato che mai. I suoi 25.3 punti di media gli regalano la prima convocazione all’All-Star Game e anche il suo unico e grande soprannome: The Truth. Fu Shaquille O’Neal ad affibbiarglielo dopo una vittoria dei Celtics contro i suoi Lakers. Shaq prese un reporter da parte e gli disse: “Scriva questo. Il mio nome è Shaquille O’Neal e Paul Pierce è la verità. Citami in questo e non eliminare nulla. Sapevo che potesse giocare, ma non sapevo che potesse giocare in questo modo. Paul Pierce è la verità”. Forse tradotto non rende, ma le cose andarono proprio così.

    L’anno dopo, i Celtics sorprendono tutti e finiscono addirittura in finale di conference contro i Nets. La serie è davvero strabiliante con una gara-3 che è entrata negli annali del basket. Boston recupera uno svantaggio di 21 punti nel solo secondo tempo e batte New Jersey. Paul segna 19 dei suoi 28 punti nella seconda metà di gara diventando lui l’ispiratore di quella straordinaria rimonta. I Celtics perderanno la serie per 4-2, ma la carriera di Pierce è appena iniziata.

    Tra il 2002 ed il 2006, Pierce viene selezionato per l’All-Star Game in ogni stagione. Guida la lega in punti segnati (2114) nel 2002 e viene nominato nel terzo quintetto NBA sia nel 2002 che nel 2003. Inoltre, viene chiamato per partecipare al mondiale di Indianapolis con Team USA, che si rivelerà un fallimento. Ma mentre Pierce raggiunge importanti traguardi personali, i Celtics faticano a trovare una stabilità e la fantastica stagione 2001-2002 sembra solo un episodio isolato. Nel 2006-07 chiudono la stagione con sole 24 vittorie e Paul gioca 47 partite per infortunio. L’insicurezza sul suo futuro in bianco verde inizia ad ossessionarlo. Si trova bene a Boston, ma tutti i programmi di costruire una grande squadra, in grado di vincere qualcosa, sembrano essere stati gettati al vento da decisioni dirigenziali sbagliate e quel pizzico di sfortuna che continua a perseguitare la franchigia. Ma Pierce si comporta da vero capitano e decide che è meglio andare avanti e ripone completa fiducia nella società. Così Ainge lo ricambia con un regalo di compleanno anticipato. Il 13 Ottobre di quell’anno Paul compirà 30 anni e non c’è cosa più bella che trovarsi in squadra due giocatori del calibro di Kevin Garnett e Ray Allen. Finalmente, i Celtics, possono davvero puntare al titolo. Paul è l’uomo più felice del mondo e durante la presentazione dei due e dei nuovi “Big Three” è più sorridente che mai. Toccherà a loro tre prendere l’eredità in mano di gente come Bird, McHale e Parrish. Le stesse persone verso cui Pierce tifava contro quando era bambino.

    La stagione 2007-08 è una marcia trionfale. Boston chiude con il miglior record della lega (66-16) e nonostante un cammino nei playoff non proprio comodo, il momento tanto agognato arriva. I Celtics tornao in finale dopo 21 anni dall’ultima apparizione. Ma, ironia della sorte, chi c’è ad attenderli? Gli stessi Lakers che li batterono nella finale del 1987, quando Paul aveva 10 anni ed entrava al Forum per merito del detective Collins. Ora può assaporare quella finale direttamente sulla sua pelle e gustarsi tutto il sapore della vittoria che arriverà in gara-6, facendo gioire il pubblico del Garden che vedendolo sollevare il titolo di MVP di quelle Finals è sicuro che, ora, il cuore del suo capitano e più bianco verde che mai.

     
  • 21:33 il 19 April 2011 Permalink | Rispondi  

    The Flop #4: the 6th biggest “draft bust” 

    Dopo una settimana passata a Malta, nella quale la rubrica è passata nelle ottime mano di Manu Tries, scusate il gioco di parole, oggi ritorniamo con il classico appuntamento con “The Flop”, gestito da me. Cosa andremo a vedere oggi? La risposta è semplice e se non l’aveste capita dal titolo vi rispondo subito io, il draft NBA del 2000, uno dei peggiori, se non il peggiore in assoluto, dell’intera storia della lega.

    Cominciamo col dare solo alcune informazioni: al draft presero parte tutte e trenta le squadre,ma solo perché nessuno avrebbe potuto rifiutarsi, ebbe luogo al Target Center di Minneapolis in Minnesota, e fu considerato il peggior draft mai visto dopo il 1986, in ordine cronologico si intende, facciamo parlare anche i fatti al posto nostro: Mike Miller vince il Rookie of the Year, solo tre giocatori di questo draft: Kenyon Martin, Jamaal Magloire Michael Redd hanno preso parte ad un All-Star Game, uno solo, ovvero Redd è stato selezionato per un All NBA team alla fine dell’anno e solo tre giocatori dell’intero draft hanno vinto un premio alla fine della stagione: Miller già citato per il Rookie of the year si aggiudicò anche il Sixth man of the year nel 2006, Turkoglu vinse il Most Improved Player nel 2008 e per ultimo in ordine di tempo troviamo Jamal Crawford che l’anno scorso portò a casa il Sixth man of the year.

    Passiamo adesso ad esaminare il draft sotto un altro aspetto: le classifiche dei critici, secondo ESPN, nello specifico secondo David Schoenfield, che diede un voto a tutti i draft dal 1985 in poi alcuni anni fa, il 2000 è il peggiore in assoluto e l’unico in grado di guadagnarsi una bella “F” che, per chi non lo sapesse, è il peggior voto del sistema scolastico americano, Sports Illustrated ha votato la classe del draft 2000, basandosi sui singoli giocatori, come la sesta peggiore della storia, non so e non volgio sapere quale classi occuparono le prime posizioni. Adesso per la gioia di tutti andiamo ad analizzare giocatore per giocatore: la prima chiamata del Draft fu Kenyon Martin, non è Kobe Bryant, ma considerando il valore del draft e la spinta che riuscì a dare, anche con una certa sostanza ai Nets, la prima chiamata per lui ci stava tutta e su di lui non si discute, ma passiamo a chi veramente è sparito dalla circolazione e ha lasciato un impatto nullo sulla lega, per esempio la seconda scelta assoluta Stromile Swift che adesso gioca negli Shandong Lions non certo la squadra che sognava, ma bisogna dire che in NBA impressionato non aveva, anzi nella sua stagione milgiore aveva accumulato la miseria di 11.8 punti di media e aveva girato per tanti posti fino ad essere dimenticato per sempre, scendendo, neanche di molto, solo una scelta troviamo Darius Miles anche lui giramondo, anche se un segno di decenza lo lasciò in quel di Portland dove se ne uscì con medie non da buttar, e via addirittura, con una stagione da 14.0 punti di media; Marcus Fizer fu la scelta immediatamente successiva dei Bulls che lo tennero in panchina per tutte le quattro stagioni in cui militò nell’Illinois, per poi cederlo ai Bucks per lui massimi in carriera veramente ridotti all’osso, la sua stagione migliore fu la seconda dove giocò di più, fece più assist e prese più rimbalzi rispetto a tutte le altre stagioni, anche la terza rispetto agli standard generali fu giocata benino dal giocatore proveniente da Iowa State ma non ai livelli sperati.

    Alla numero cinque fu scelto Miller ma per lodare il Rookie of the year non farò nessun commento negativo su di lui, sorvoliamo dunque, e passiamo alla scelta numero 6  DerMarr Johnson ebbe una breve esperienza con Atlanta, la squadra che lo scelse al draft, ma visti gli scarsi risultati fu spedito altrove, prima ai Knicks poi a Denver e poi a San Antonio ma non trovò, in nessuna di queste esperienze, la sua reale dimensione, al momento milita nei Leones de Poncenella Lebanese Basketball League, molto probabilmente non lo rivedremo mai più in NBA; Chris Mihm fu la scelta numero 7 ce lo ricordiamo bene tutti, almeno spero, come centro dei Lakers fallimentari di Kwame Brown e Smush Parker, tanto per rimanere in tema di giocatori scarsi, probabilmente uno dei giocatori con il valore più alto nel proseguo della carriera, e protaginista della trade che portò Pau Gasol ai Los Angeles Lakers, militò anche nei Celtics e nei Cavs, al momento il povero Chris è senza lavoro ma prima o poi anche lui dovrà andare a trovarlo in cina o da quelle parti. L’ ultima analisi su questo draft la faremo sui giocatori decenti selezionati dalle squadre, il già citato Martin, giocatore dei Nuggets e finalista coi Nets per due stagioni di fila, e autore di buonissime prestazioni, che poi proseguì anche con Denver, Hedo Türkoğlu che riuscì nella stagione 2007/2008 a tenere 19.5 vincendo il Most Improved Player, dopo quell’anno però si perse inesorabilmente per piìoi riprendersi, solo in parte, dopo il ritorno il Florida nel 2011, anche Jamal Crawford è stato uno dei migliori del draft anzi probabilmente è stato lui il migliore in assoluto, nonostante la fatica dei primi anni infatti Jamal riuscì ugualmente a farsi notare mettendo anche a referto medie superiori ai 20 punti a partita, giocando anche per squadre blasonate come New YorkChicago oggi gioca con gli Atlanta Hawks e viene utilizzato come un letale sesto uomo, detiene inoltre un curioso record il giocatore che ha realizzato il maggior numero difour point-play nella storia, ben 24, altro giocatore notabile fu Jamaal Magloire che fu senza dubbio una delle sorprese più belle fino a che non si spense definitivamente, giocò anche all’All-Star Game e giocò le sue stagioni migliori aNew Orleans, poi militò in tante squadre: Millwaukee, Portland, New Jersey, Dallas e per ultima Miami, per la quale gioca tutt’ora.

    Ultimo giocatore che è esploso dopo il draft fu Michael Redd che alcuni anni fa poteva veramente essere definito uno dei migliori, scelto al secondo giro Redd faticò il primo anno, ma poi esplose e mise medie da capogiro le migliori del draft con addirittura 26.7 punti di media in una sola stagione, ultimamente però Redd non ha più giocato perchè infortunato chiudo quindi lo spezzone a lui dedicato, facendogli i migliori auguri di una pronta guarigione.

    E anche per questa settimana abbiamo terminato… Alla prossima con “The Flop”.

     
  • 00:36 il 16 April 2011 Permalink | Rispondi  

    Season Review #21: It’s playoffs’ time! 

    Dopo sei mesi di dure battaglie, di trade clamorose e di sorprese, la stagione 2010-11 è arrivata al termine dando il via a quelli che si preannunciano dei playoff interessanti.

    Intanto, per l’egemonia dei Bulls ad Est e non solo. La squadra di Thibodeau è riuscita a strappare all’ultimo il miglior record della lega ai San Antonio Spurs pagando, però, il prezzo del nuovo stop di Noah che continua ad avere i soliti problemi fisici che lo hanno attanagliato per tutta la stagione. Chicago spera di recuperarlo in fretta e intanto si gode l’entusiasmo ritrovato tra i tifosi di una franchigia che è tornata a vedere la luce dopo 13 anni. E ora si sogna addirittura il titolo. Alla fine ce l’hanno fatta anche gli Heat, a conquistare il secondo posto ad Est grazie alla vittoria sui diretti concorrenti di Boston nella sfida di Domenica. Celtics che si devono accontentare del terzo posto, quindi, e dovranno sfidare i Knicks al primo turno visto che la squadra della Grande Mela è riuscita a spuntarla nella corsa al sesto posto con i Sixers, arrivati settimi. Confermata anche la sfida tra Magic e Hawks che, in regular season, ha visto Atlanta affermarsi per 4 volte su 4.

    Ad Ovest la situazione è rimasta incerta fino alla fine. Gli Spurs erano l’unica squadra sicura del proprio primo posto, mentre Lakers, Mavs e addirittura i Thunder si sono dati battaglia fino all’ultimo per la seconda posizione. Alla fine sono stati i giallo viola a spuntarla grazie alle ultime due vittorie, ma la perdita di Bynum è l’ennesima tegola con cui i Lakers inizieranno la post-season in cui dovranno vedersela con gli Hornets al primo turno. New Orleans che ha perso le ultime tre gare ha dovuto rinunciare al sesto posto che è andato ai più dirompenti Blazers, ma è riuscita ad evitare gli Spurs anche grazie alle ultime sconfitte dei Grizzlies. Confermata la sfida tra Thunder e Nuggets, forse l’incontro più interessante di questi playoff.

    Passiamo, ora, all’ultima settimana di regular season dei nostri italiani. Nessuna partita giocata per Andrea Bargnani fermato dai soliti problemi fisici. Chiude così la stagione con il career high di 21.4 punti di media. Ha giocato tutte e 4 le partite, invece, Marco Belinelli che ha iniziato la settimana con i 9 punti rifilati a Phoenix per poi proseguire con i 18 contro Memphis, 13 contro Utah e 14 contro Dallas, che gli permettono di chiudere con 10.5 punti a partita. Non ha giocato le ultime due Danilo Gallinari che spera di recuperare in fretta per i playoff. L’8 ha fatto registrare 17 punti con 9 rimbalzi contro OKC, mentre il 9 solo 3 punti in poco più di 10 minuti di utilizzo. Il giocatore milanese chiude con 15.6 punti di media in 62 gare giocate.

    Ed eccoci alla consueta assegnazione dei premi settimanali:

    Miglior giocatore ad Est: LeBron James (28.0 punti; 7.3 rimbalzi; 7.7 assist)
    Miglior giocatore ad Ovest: Kobe Bryant (29.5 punti; 5.3 rimbalzi; 4.5 assist)

     
  • 00:09 il 16 April 2011 Permalink | Rispondi  

    Le 14 escluse 

    E’ finita la stagione regolare e per molte squadre la sorte non è stata proprio favorevole, mentre per altre la stagione non è mai iniziata. Vediamo quali sono queste quattordici grandi o piccole deluse.

    Minnesota Timberwolves (17-65): il peggior record della lega garantirà una scelta molto alta al Draft da cui potrebbe spuntare colui che affiancherà la stella Kevin Love. Le note positive sono state di sicuro la crescita di elementi come Beasley e Randolph, mentre per Wesley Johnson ci sarà ancora da lavorare, ma i propositi sono buoni. Dalla Spagna potrebbe anche giungere Ricky Rubio scelto al Draft di due anni fa e che non ha mai messo piede in NBA così da completare lo spot di playmaker insieme ai più quotati Jonny Flynn e Luke Ridnour. Manca una guardia tiratrice solida ed un centro che possa supportare in maniera più efficiente il lavoro di Love che ha portato avanti il reparto lunghi praticamente da solo a discapito di una buona stagione da parte di Milicic. Le scelte sono tante e la dirigenza vuole continuare con la linea verde ormai adottata dopo la partenza di Garnett quattro anni fa. Ma quanto dovranno attendere i tifosi del Minnesota per avere una squadra nuovamente competitiva che manca ormai dal lontano 2004?

    Cleveland Cavaliers (19-63): dopo la fallimentare era LeBron, i Cavs ripartono con il più clamoroso step back della storia che li ha portati dalle 61 vittorie della scorsa stagione a non arrivare nemmeno a quota 20 in quest’annata che ha regalato alcune gioie – su tutte la vittoria del 29 Marzo proprio contro gli Heat di James – e parecchie delusioni tra cui l’intenzione di Jamison di ritirarsi e l’addio di Mo Williams che è stato spedito a Los Angeles, sponda Clippers, in cambio di Baron Davis che si è proclamato leader spirituale di questa banda di giovani. L’idea è seguire la linea verde che ruoterà intorno ad elementi come JJ Hickson (22 anni), Ramon Session (25), Christian Eyenga (21) e pochi altri. Futuro abbastanza incerto quindi, tipico di una rifondazione in atto. Alcuni schiarimenti, si spera, dovrebbero arrivare dal Draft di quest’anno in cui i Cavs sperano di trovare una nuova stella che possa ricondurli alla gloria. Basterà saper fare le scelte giuste e con il nuovo GM, tutto è possibile.

    Toronto Raptors (22-60): qualche anno fa Bryan Colangelo, quando diventò GM dei Raptors, decise di spostare a Toronto la capitale del mondo, raccogliendo International players a destra e a manca. Dopo l’ennesima stagione fallimentare della sua squadra, direi che il progetto è decisamente naufragato. Gli stranieri ci sono ancora o almeno ancora per poco. Bargnani ha già fatto sapere che vorrebbe fare le valigie come il suo amico Bosh lo scorso anno. Non sembra quindi esserci pace per una franchigia maledetta che, da quando ha fatto il suo ingresso nella lega nel 1995, non ha mai trovato il giusto habitat naturale all’interno della NBA. Sarà per il fatto che Toronto è in Canada, sarà per l’incapacità dello staff dirigenziale o per la scarsezza dei giocatori, ma il periodo della pazienza è finito. Ora bisogna attuare un progetto serio e per farlo si riparte dai giovani. DeRozan e Davis sono due nomi che sentiremo molto spesso nei prossimi anni. Anche James Johnson ha fatto vedere margini di miglioramento in questo finale di stagione. Ma anche qui le risposte arriveranno dal Draft. Se andrà via Bargnani è pronto Enes Kanter di Kentucky oppure si punta su altri stranieri come Motiejunas o Vesely, ma anche l’MVP della Final Four NCAA, Kemba Walker, potrebbe essere una soluzione appetibile. Staremo a vedere.

    Washington Wizards (23-59): altra squadra giovane che ha già trovato il suo leader futuro. John Wall ha strabiliato nonostante i costanti problemi fisici che lo hanno attanagliato nella sua stagione da rookie. Insieme a McGee, Blatche e Jordan Crawford costituisce l’asse portante e preannuncia un avvenire roseo per la franchigia della capitale. C’è bisogno di un’ala piccola di sostanza per poter puntare ai playoff. Dal Draft spuntano nomi come Derrick Williams, Perry Jones o Marcus Morris. C’è bisogno di fiducia in quel di Washington e soprattutto di pazienza.

    Sacramento Kings (24-58): ma quando finirà questa ricostruzione? In realtà è appena partita e l’opera verrà avviata con il quasi sicuro ricollocamento della franchigia altrove. Si parla di Anaheim e sembra quasi certo che la città di Los Angeles avrà una terza squadra. Poco importa ai giocatori che devono fare il loro mestiere, ma di sicuro dispiace ai tifosi che si erano affezionati ai Kings e che creavano sempre un’atmosfera speciale all’interno dell’ARCO Arena. Il futuro sembra preservare ottime cose, ma c’è da sfatare il problema Tyreke Evans che è stato addirittura oscurato dal nuovo arrivato dagli Hornets, Marcus Thornton che ha guidato i Kings ad un ottimo finale di stagione costellato da addirittura cinque vittorie in sei partite sul finire del mese di Marzo. Anche DeMarcus Cousins ha deluso un po’ le aspettative, ma i margini di miglioramento sono infiniti per un giocatore che ha pur sempre 20 anni. Anche qui manca un’ala piccola di rilievo ed un play che possa dare più garanzie al posto di un Beno Udrih troppo altalenante per stare in quintetto base. Di nomi non se ne sono ancora fatti, ma tutto dipenderà dalla lottery.

    New Jersey Nets (24-58): tutte le buone prerogative di inizio stagione sono andate in fumo con l’inizio di essa. L’arrivo di Avery Johnson sulla panchina e quello di Deron Williams sul campo, non sono serviti a dare una sterzata alla squadra che ha fallito sotto ogni punto di vista. Nonostante tutto, le basi per costruire dei grandi Nets sono state messe e, secondo le direttive del proprietario russo, qui non si punta tanto sul Draft, quanto sul mettere insieme una o due star ed una cerchia di ottimi giocatori per tornare a lottare per il titolo come una decina di anni fa.

    Detroit Pistons (30-52): regna la confusione nella Mo Town. I tempi in cui si arrivava alle Finals per due anni di fila sono finiti ed il ciclo costruito da Joe Dumars sembra ad un inesorabile fine con la stesura dell’ultimo capitolo proprio in questa stagione. Record pessimo e malumori all’interno dello spogliatoio che hanno fatto allontanare gente come Hamilton, Wallace, Prince e McGrady, tutti quelli della vecchia guardia, insomma. La ricostruzione è solo un’idea, ma è già un passo avanti verso la rifondazione di una franchigia storica, di cui la lega non può fare a meno. Le partenze dei veterani verso differenti lidi sembra ormai certa e lasciare il posto a giovani come Villanueva, Gordon, ma soprattutto Monroe, Stuckey e Daye è la scelta più sensata. Dal Draft potrebbe arrivare una point guard più solida dello stesso Stuckey o magari una power forward futuribile e giovane al posto degli incostanti Wilcox e Villanueva.

    Los Angeles Clippers (32-50): se molte squadre escluse dai playoff piangono, i Clippers ridono anzi, sorridono pensando al loro futuro. L’esplosione totale di un fenomeno come Blake Griffin ha fatto tornare l’entusiasmo tra i tifosi della franchigia meno titolata di Los Angeles e forse della lega in generale. Il periodo delle scelte sbagliate sembra finito e, a parte Griffin, con giovani come Gordon, Jordan, Aminu, Bledsoe e Foye si può sognare in grande. Bisognerà solo avere pazienza che questi “piccoli” giocatori diventino delle star o comunque degli ottimi sparring partner di una squadra che girerà tutta intorno al numero 32, sperando non troppo.

    Charlotte Bobcats (34-48): i Bobcats non sono riusciti a ripetere la cavalcata 2009-10 che li portò fino ai playoff con un condottiero come Larry Brown sulla panchina. Una stagione piena di vicissitudini e anche di piccole critiche a Michael Jordan, accusato di non sapere fare il suo lavoro dirigenziale sin dai tempi dei Wizards quando scelse Kwame Brown alla numero 1. Lo stesso giocatore che ora si trova come centro titolare in una squadra che definire povera di talento è riduttivo. In pochi anni le cessioni di Felton, Okafor e Wallace hanno rovinato un progetto quasi perfetto. Cosa manca? Un leader che sappia guidare la squadra nei momenti difficili e soprattutto una schiera di attaccanti solidi, perché avranno pure una delle miglior difese della lega, ma non si vive mica solo di quello. Stephen Jackson ha provato a fare tutto ciò, ma non è bastato. Le note positive sono state la crescita di giocatori come Henderson, McGuire e Livingston che nell’ultima parte di stagione sono emersi considerevolmente sotto gli ordini di coach Silas. Dal Draft potrebbe arrivare qualcosa di buono, ma, salvo miracoli, sarà difficile puntare ai playoff nella prossima stagione.

    Milwaukee Bucks (35-47): altra grande delusa della stagione. Lo scorso anno arrivavano ai playoff per poi perdere in gara-7 del primo turno contro Atlanta. Le prospettive per la nuova stagione erano buone, ma la sfortuna si è messa nuovamente di mezzo. Bogut ha saltato gran parte del campionato, mentre Redd è rimasto fermo ai box troppo a lungo, dovendo lasciare la squadra sul groppone a gente come Salmons o Delfino. Jennings non ha nemmeno ripetuto la fantastica stagione da rookie e ha messo a segno 16.2 punti in 63 partite giocate. La squadra è da lasciare così, almeno cercando di fare qualche piccola aggiunta, ma occorre che il prossimo anno ai playoff ci si arrivi.

    Golden State Warriors (36-46): anche nella baia il futuro sembra roseo. Con Curry, Ellis e Lee il miglioramento è stato evidente e sono arrivate ben 10 vittorie in più rispetto alla passata stagione. Ora bisognerà puntare più in alto e per farlo occorre qualche aggiustatina al roster. La crescita di Dorell Wright lo ha sicuramente fatto salire di quotazioni, ma occorre ben altro se si vuole ambire ai playoff. Nomi di possibili free agent non sono stati ancora fatti e non è neanche esclusa una trade con qualche squadra per assicurarsi pezzi migliori. Insomma, la banda di Smart è solo un cioccolatino che attende di essere scartato.

    Utah Jazz (39-43): gli addii di Boozer e Williams e quello ben più importante di Sloan, hanno rovinato una stagione che sarebbe potuta essere trionfale. Invece, i Jazz, si ritrovano fuori dai playoff e con un futuro molto incerto. Si ripartirà da Jefferson che ha disputato un’ottima prima stagione tra le montagne dello Utah e si ripartirà anche dall’ottimo Gordon Hayward che ha preso con serietà il posto lasciatogli dai suoi predecessori Korver e Brewer. Iniziare un nuovo corso e magari puntare su una linea verde sembra l’intenzione giusta per una franchigia che merita ben altro rispetto all’undicesimo posto di quest’anno. Le due prime scelte al Draft sono manna dal cielo per tornare a respirare aria buona.

    Phoenix Suns (40-42): tra le tante deluse dell’annata 2010-11 ci sono anche i Phoenix Suns esclusi per la seconda volta dai playoff negli ultimi tre anni. Nash e compagni sembrano arrivati alla fine di un ciclo e si prospettano due estati molto calde al sole dell’Arizona. Bisognerà ripartire con la giusta carica da un gruppo di giovani dimenticando, quindi, le presenze scottanti di Nash, Hill e Carter che stanno arrivando alla fine di una carriera a dir poco avara di successi e piena di sfortuna. Si prospettano anni bui per una franchigia che ha fatto sognare i tifosi negli ultimi 7 anni.

    Houston Rockets (43-39): cosa distingue i Rockets dalle altre tredici protagoniste di questo articolo? Oltre al record positivo, sono l’unica squadra che è stata in grado di giocarsi le proprie carte fino all’ultimo. Peccato, però, che la fantastica seconda parte di stagione non è servita a nulla. I Razzi sono stati abbattuti dalla corazzata Grizzlies che non ha mollato un colpo anche quando la pressione degli uomini di Adelman si stava facendo opprimente. Da cosa ripartire per poter tornare ai playoff? Beh, innanzitutto da uno strepitoso Martin che ha chiuso la stagione con 23.2 punti di media e poi da quel Lowry che ha preso il posto di Brooks – partito per Phoenix – e che ha migliorato le proprie statistiche rispetto alla stagione passata e che potrebbe avere il posto assicurato anche nella prossima. Poi ci sono i vari giovani: Budinger, Hill, Patterson per non dimenticare Lee e Dragic che potranno rendere il futuro di questa franchigia meno tetro di quel che sembra. Certo, se poi la dirigenza portasse anche una star di primo livello non sarebbe male. Basta che non si chiami Yao Ming.

     
  • Penny 16:01 il 14 April 2011 Permalink | Rispondi  

    Playoffs 2011, si parte! 

    Finalmente si sono concluse le 82 partite di stagione regolare e la griglia per i Playoffs 2011 si è delineata. La corsa all’anello quest’anno è più affascinante che mai.

    Le danze si apriranno sabato 16 aprile con la mina vagante Chicago (numero 1 del tabellone a Est) che affronterà in casa i Pacers; le altre partite della prima giornata saranno Miami-Philadelphia e Orlando-Atlanta per la Eastern Conference mentre per l’Ovest i primi a scendere in campo saranno i Dallas Mavericks che se la vedranno con Portland.

    Ecco com’è composto il primo turno dei Playoffs 2011 dove spicca il più classico dei Boston-New York, serie decisamente da seguire:

    EASTERN CONFERENCE
    Chicago (1) vs Indiana (8)
    Miami (2) vs Philadelphia (7)
    Boston (3) vs New York (6)
    Orlando (4) vs Atlanta (5)

    WESTERN CONFERENCE
    San Antonio (1) vs Memphis (8)
    L.A. Lakers (2) vs New Orleans (7)
    Dallas (3) vs Portland (6)
    Oklahoma City (4) vs Denver (5)

     
  • Penny 23:14 il 13 April 2011 Permalink | Rispondi  

    Insulti all’arbitro: Kobe Bryant ancora nella bufera 

    Altri guai in vista per Kobe Bryant, la stella dei Los Angeles Lakers è di nuovo nella bufera per aver rivolto insulti (pare) omofobi ad un arbitro durante la partita tra i giallo-viola e i San Antonio Spurs giocata ieri notte. Per la cronaca la partita è stata vinta dalla squadra di coach Phil Jackson per 102-93 ma la vera notizia è proprio l’offesa uscita dalla bocca di Bryant.

    L’episodio è accaduto in seguito ad un fallo tecnico fischiato alla stella dei Lakers che sedutosi in panchina visibilmente contrariato si è rivolto ad uno dei tre arbitri (probabilmente Bennie Adams) pronunciando quello che dal labiale sembra essere un insulto omofobo.

    Queste le reazioni di alcuni degli addetti ai lavori:
    Non abbiamo visto il video, sarebbe inopportuno commentare” (portavoce dei Lakers)
    Per i ragazzini che seguono la partita da casa, è meglio se in questo momento non viene inquadrato” (Steve Kerr, commentatore della TNT)

    Negli Stati Uniti, inoltre, si sono mosse diverse associazioni condannando in pubblico Kobe Bryant definendo il suo comportamento come discriminatorio e sottolineando la gravità dell’accaduto.

    Ora si attendono le eventuali decisioni della Nba (e dei Lakers) riguardo allo spiacevole episodio.

     
    • ManuTreis 01:39 il 16 aprile 2011 Permalink | Rispondi

      Calcio e Basket non potrebbero essere più distanti..Rooney in NBA avrebbe giocato si e no 2 partite, prima di essere radiato dalla lega..e per dirne uno..

  • 15:48 il 12 April 2011 Permalink | Rispondi  

    The Flop # 3: Kwame Brown 

    Questa settimana presentiamo un altro Flop clamoroso, ovvero Kwame Brown prima scelta dello scorso decennio, annata 2001.
    Kwame James Brown nasce il 10 marzo 1982 nella anonima Charleston in South Carolina. Questo ragazzone di oltre 2 metri e 10 si fa subito notare durante gli anni trascorsi alla Glynn Academy (Georgia) come uno dei maggiori prospetti nazionali delle High School, arrivando a vincere il premio come migliore giocatore dello stato della Georgia nel suo ultimo anno, diventando il miglior rimbalzista e stoppatore di sempre a livello liceale e addirittura venendo inserito nel prestigioso “McDonald’s All-American Team“.

    I presupposti insomma per una grande carriera NBA c’erano tutti. Durante l’estate del 2001 esprime l’intento di giocare per l’università della Florida , salvo cambiare idea un po’ a sorpresa, e decidere di rendersi eleggibile per il Draft. Già a molti destava perplessità la sua giovane età, ma Kwame viene comunque previsto per le prime cinque chiamate, e così effettivamente sarà. Infatti i Washington Wizard dell’allora presidente Michael Jordan, lo sceglieranno addirittura con la prima chiamata, diventando il primo team a scegliere un giocatore direttamente dalle High School con la prima chiamata.

    Tutta questa pressione mediatica fu forse deleteria, ma nella sua prima stagione Brown deluse decisamente le aspettative, suscitando parole dure sia dai media che proprio da colui che lo scelse, sua maestà Air Jordan. Chiuse così una stagione da Rookie con medie fallimentari (4.5 punti e 3.5 rimbalzi in 14 minuti partendo solo 3 volte titolare). I Wizard credettero ancora in lui, pensando che fosse solo questione di maturità ma nelle successive 3 stagioni non diventò mai la superstar che tutti si aspettavano quando entrò in Nba. Tramontato il progetto Brown per varie divergenze con compagni di squadra, allenatore, tifoseria e soprattutto società (Kwame rifiutò un rinnovo contrattuale di 5 anni a 30 milioni di dollari) i Wizard decisero di scambiarlo e mandarlo ai Lakers in cambio di Chucky Atkins e il futuro All Star Caron Butler.

    In molti a Los Angeles storsero il naso per questa trade. In effetti Brown in maglia gialloviola non incise, nonostante l’infortunio dell’allora centro Chris Mimh lo portò ad essere titolare nei Lakers anche nei Playoff. Paradossalmente la concretezza e la costanza di Kwame conquistò Phil Jackson (il primo a cui non piacque l’arrivo del giocatore a Los Angeles) tanto da renderlo titolare anche per la stagione successiva fino all’infortunio, dove prese il suo posto il giovane e talentuoso centro Andrew Bynum. Dopo 3 stagioni mediocri anche a Los Angeles (e una accusa di stupro), nel febbraio 2008 Brown passa ai Memphis Grizzlies, in una trade che tra gli altri portò ai Lakers l’ala-centro spagnolo Pau Gasol, proprio rookie of the year nel 2001.

    Ormai la sua carriera aveva preso una piega di totale mediocrità e una sua tardiva esplosione era ormai fuori discussione, tanto che i Grizzlies proprio nell’estate del 2008 decisero di non rinnovare il suo contratto. Cosi Kwame Brown dopo 7 stagioni era diventato un free agent e anche poco ambito. Nonostante tutto riuscì a firmare un contrato da 8 milioni di dollari in 2 anni con i Detroit Pistons, allora una delle squadre al top della Eastern Conference, dove toccò i minimi storici in minutaggio, punti e rimbalzi dalla sua stagione da matricola.

    La scorsa estate firmò un contratto al minimo salariale con i Charlotte Bobcats di Michael Jordan, proprio colui che lo scelse con la chiamata numero 1 in quello sciagurato draft del 2001 (dove tra i tanti vennero fuori giocatori del calibro di Gasol, Joe Johnson, J.Richardson, Battier, Zach Randolph, Parker, Arenas, Okur, Jefferson, T.Chandler, etc..). Ai Bobcats sembra aver trovato finalmente il suo spazio da comprimario dove ha fatto vedere quantomeno prestazioni valide di un giocatore (di secondo piano) NBA. In carriera viaggia a medie di 6.8 punti, 5.5 rimbalzi, 1.30 palle perse in 22.4 minuti di utilizzo medio ed è partito titolare solamente nel 46% dei casi, cifre che lo decretano uno dei maggiori Flop degli ultimi 10 anni della storia della NBA. A rivederci al prossima puntata di The Flop!!

     
c
crea un nuovo articolo
j
articolo/commento successivo
k
articolo/commento precedente
r
rispondi
e
modifica
o
mostra/nascondi commenti
t
vai in alto
l
vai al login
h
mostra/nascondi aiuto
shift + esc
cancella