Chiedi di Paul Pierce, e ti diranno: quando hai sofferto, quando hai fallito, quando hai saputo cosa vuol dire essere umiliato, quando hai sopportato tutto questo, il trionfo è ancora più dolce.
Paul Anthony Pierce nasce ad Inglewood – sobborgo di Los Angeles – il 13 Ottobre del 1977. Fin da bambino la sua attenzione viene catturata dalle prestazioni dei Lakers dello showtime che lo fanno innamorare già in tenera età del basket. “Quello fu l’inizio per me, guardando le finali tra Lakers e Celtics. Fu come vedere nascere il basket dentro di me. Avevo sei o sette anni, andavo a casa di mio zio, cercavo una sedia e mi sedevo davanti alla TV, che era alquanto piccola, perciò mi mettevo talmente vicino che sembrava quasi che ci volessi entrare” disse in un’intervista al Daily News di Los Angeles. Ma la gioventù di Paul non fu così facile. Le gang di strada erano ovunque ed il pericolo di finire in qualche rapina o rissa era all’ordine del giorno, ma – come succede in parecchi casi – fu il basket a mantenere Paul e i suoi due fratelli maggiori, Jamal e Stephen, fuori dai guai. Mentre entrambi i fratelli finivano al college grazie a delle borse di studio per meriti sportivi, il giovane Pierce si dilettava nei campetti insieme al suo primo mentore, Scott Collins. Collins era un detective della polizia, estremamente impegnato nelle attività sociali della comunità tanto da essere l’allenatore di una squadra di basket che dava l’opportunità ai ragazzi di strada di giocare nella Police Activity League. Dopotutto il premio era un ingresso gratis al Forum per le partite dei Lakers.
“Collins non fu solo una figura paterna per me, ma per tutti i ragazzi che cresceva giocando a basket” dirà Pierce nel corso del tempo, ricambiato poi dalla completa stima dello stesso Collins che lo definisce “Bravo in tutto quello che faceva”. Ma essere “solo” bravi non bastava.
Quando Paul entrò alla Inglewood High School era definito, oltre ogni apparenza, un giocatore nella media. Le sue abilità erano evidenti, ma gli mancava la forza e le dimensioni di un vero e proprio prospetto che potesse entrare nel reclutamento per il college. Perciò viene tagliato dalla prima squadra quando era una matricola. Paul non si diede per vinto e, imperterrito, continuò ad allenarsi duramente, arrivando a scuola alle 5 del mattino per poter fare “qualche tiro a canestro” insieme ad altri giocatori della squadra. Grazie alla sua costanza e alla sua crescita esponenziale, coach Patrick Roy lo inserisce in squadra a partire dal suo anno da sophomore. La prima partita del torneo vede Inglewood decisamente in svantaggio, perciò Roy pensa che possa essere una buona occasione per lanciare il giovane Pierce sul campo. “Eravamo sotto di 18-19 punti nel secondo tempo. Nel terzo quarto decisi di mettere Paul e dargli una grossa chance per far vedere di cosa era capace. Fu incredibile. Penso che segnò tipo 21 punti con 9 rimbalzi e 6 assist. La prese più seriamente del dovuto” disse Roy. Dopo quella prestazione, il suo posto nel quintetto base era ormai assicurato, ma Paul non finì di lavorare sodo nemmeno quando le cose sembravano andar meglio. Nel suo anno da Junior guidò i Sentinels a 30 vittorie e al titolo divisionale. L’anno da senior lo consacrò come il miglior prospetto liceale proveniente dalla California tanto da ottenere la convocazione per il McDonald’s All-American Game insieme al suo futuro compagno Kevin Garnett, ma anche a Stephon Marbury, Antawn Jamison e Vince Carter, in cui partecipò anche alla gara delle schiacciate perdendo proprio contro Carter.
Le attenzioni verso di lui crescono e destano anche quelle di vari college, ma Paul è orientato verso la University of Kansas in cui allena il leggendario Roy Williams. “Non mi promise nulla. Mi disse soltanto che dovevo lavorare come tutti gli altri e che, se fosse andata così, sarebbe stato dalla mia parte” disse Pierce in un’intervista. Paul irrompe così sulla scena di Lawrence – dove ha sede il campus – diventando il miglior esordiente della Big Eight nel 1996, seguito dal doppio premio di MVP del Big 12 Tournament e dalla nomina nel miglior quintetto All-American dopo il suo anno da Junior. Nel mentre, Paul si fa anche una reputazione come un giocatore sempre presente quando la partita si fa bollente. Nel suo anno da sophomore, i Jayhawks entrano nel torneo NCAA in testa al ranking con una sola sconfitta subita durante la stagione. Ma l’inaspettata disfatta contro i futuri campioni di Arizona nelle Sweet 16, spezza il cuore dei tifosi e di Pierce che la reputerà come una delle più grandi delusioni della sua vita. Nella conferenza stampa post-partita, Paul sembra un bambino. Visibilmente emozionato, si scusa con tutti. E’ lì che nasce il campione. Dopo tre stagioni alla corte di Williams – in cui segna 16.4 punti di media con 6.3 rimbalzi – decide che è arrivato il momento di fare il salto di qualità per la sua carriera e si dichiara per il Draft del 1998.
Paul viene considerato come una delle papabili prime scelte. Ma il 24 Giugno del 1998, il suo nome non fa capolino tra le prime cinque, come molti pronosticavano. Alla uno viene scelto Michael Olowokandi, alla due Mike Bibby, poi LaFrentz (suo futuro compagno di squadra, tra l’altro), quei Jamison e Carter che giocarono con lui nel McDonald’s All-American Game. Poi è il turno di Robert Traylor, Jason Williams, Larry Hughes e persino il biondo Dirk Nowitzki, proveniente dallo sconosciuto Wurzburg, viene scelto prima di lui. Le speranze di Paul di finire dentro la lottery sembrano diminuire a vista d’occhio, finché, con la chiamata numero 10, David Stern lo invita a salire sul palco del General Motors Place di Vancouver e gli viene consegnato il cappellino dei Boston Celtics. “Quando apparve nel tabellone non ci potevo credere nemmeno io” disse il GM dei Celtics Chris Wallace. Fatto sta, che il destino del giovane Pierce cambierà per sempre la sua vita. Lui che ha sempre tifato Lakers, lui che guardava i Celtics di Bird, McHale e Parrish non appena aveva la possibilità di sgattaiolare al Great Western Forum durante le partite tra i purple and gold e gli odiati bianco verdi. Ma le aspettative sono tante su di lui. La franchigia non vince niente da più di dieci anni ormai e c’è anche da sfatare la sfortuna che l’ha perseguitata nel ruolo di ala piccola negli ultimi anni. Dopo Larry Bird e Reggie Lewis, il nulla.
Sin dalla prima partita, Paul rispetta le attese su di lui segnando 19 o più punti in 10 delle prime 11 partite della sua carriera in NBA. Chiude il suo primo anno con 16.5 punti di media segnati, finendo terzo nelle votazioni per il premio di miglior rookie. Nella sua seconda stagione aumenta ancora la media realizzativa a 19.5 punti, diventando uno dei migliori giocatori offensivi della lega. Ma, secondo lui, sarà il suo terzo anno quello della vera e propria esplosione. “Andrò fuori e mostrerò al mondo di che pasta sono fatto. E’ il momento di tirare fuori il drago che c’è in me”. Ma i suoi sogni e le sue prospettive subiscono ben presto un dirottamento che sfiora la tragedia.
Il 25 Settembre del 2000, prima quindi dell’inizio della stagione, Pierce e due suoi compagni escono per una serata di divertimento. Finiscono al Buzz Club, un night club rinomato nella zona di Boston. La serata sembra abbastanza tranquilla, fino a quando all’interno del locale scoppia una rissa. Paul, dall’alto dei suoi due metri prova a separare i due litiganti, ma uno di essi estrae un coltello e lo colpisce 11 volte tra viso, schiena e collo. Paul è in fin di vita. Solo due cose gliela salvano. L’intervento del suo compagno Tony Battie ed il fatto che il New England Medical Center non è molto lontano dal locale.
“Tutto successe così in fretta, ma non so dire quanto durò. So solo che non è un qualcosa che dimenticherò così facilmente. Sono fortunato ad essere ancora qui. Mi sento più maturo rispetto al giorno dell’accaduto perché quando guardi in faccia la morte e vedi la tua vita scorrere davanti ai tuoi occhi, cresci dieci volte di più anche in una sola notte” disse in un’intervista successiva.
Incredibilmente, a solo un mese di distanza dall’incidente, Pierce torna sul campo per iniziare la stagione 2000-2001 più motivato che mai. I suoi 25.3 punti di media gli regalano la prima convocazione all’All-Star Game e anche il suo unico e grande soprannome: The Truth. Fu Shaquille O’Neal ad affibbiarglielo dopo una vittoria dei Celtics contro i suoi Lakers. Shaq prese un reporter da parte e gli disse: “Scriva questo. Il mio nome è Shaquille O’Neal e Paul Pierce è la verità. Citami in questo e non eliminare nulla. Sapevo che potesse giocare, ma non sapevo che potesse giocare in questo modo. Paul Pierce è la verità”. Forse tradotto non rende, ma le cose andarono proprio così.
L’anno dopo, i Celtics sorprendono tutti e finiscono addirittura in finale di conference contro i Nets. La serie è davvero strabiliante con una gara-3 che è entrata negli annali del basket. Boston recupera uno svantaggio di 21 punti nel solo secondo tempo e batte New Jersey. Paul segna 19 dei suoi 28 punti nella seconda metà di gara diventando lui l’ispiratore di quella straordinaria rimonta. I Celtics perderanno la serie per 4-2, ma la carriera di Pierce è appena iniziata.
Tra il 2002 ed il 2006, Pierce viene selezionato per l’All-Star Game in ogni stagione. Guida la lega in punti segnati (2114) nel 2002 e viene nominato nel terzo quintetto NBA sia nel 2002 che nel 2003. Inoltre, viene chiamato per partecipare al mondiale di Indianapolis con Team USA, che si rivelerà un fallimento. Ma mentre Pierce raggiunge importanti traguardi personali, i Celtics faticano a trovare una stabilità e la fantastica stagione 2001-2002 sembra solo un episodio isolato. Nel 2006-07 chiudono la stagione con sole 24 vittorie e Paul gioca 47 partite per infortunio. L’insicurezza sul suo futuro in bianco verde inizia ad ossessionarlo. Si trova bene a Boston, ma tutti i programmi di costruire una grande squadra, in grado di vincere qualcosa, sembrano essere stati gettati al vento da decisioni dirigenziali sbagliate e quel pizzico di sfortuna che continua a perseguitare la franchigia. Ma Pierce si comporta da vero capitano e decide che è meglio andare avanti e ripone completa fiducia nella società. Così Ainge lo ricambia con un regalo di compleanno anticipato. Il 13 Ottobre di quell’anno Paul compirà 30 anni e non c’è cosa più bella che trovarsi in squadra due giocatori del calibro di Kevin Garnett e Ray Allen. Finalmente, i Celtics, possono davvero puntare al titolo. Paul è l’uomo più felice del mondo e durante la presentazione dei due e dei nuovi “Big Three” è più sorridente che mai. Toccherà a loro tre prendere l’eredità in mano di gente come Bird, McHale e Parrish. Le stesse persone verso cui Pierce tifava contro quando era bambino.
La stagione 2007-08 è una marcia trionfale. Boston chiude con il miglior record della lega (66-16) e nonostante un cammino nei playoff non proprio comodo, il momento tanto agognato arriva. I Celtics tornao in finale dopo 21 anni dall’ultima apparizione. Ma, ironia della sorte, chi c’è ad attenderli? Gli stessi Lakers che li batterono nella finale del 1987, quando Paul aveva 10 anni ed entrava al Forum per merito del detective Collins. Ora può assaporare quella finale direttamente sulla sua pelle e gustarsi tutto il sapore della vittoria che arriverà in gara-6, facendo gioire il pubblico del Garden che vedendolo sollevare il titolo di MVP di quelle Finals è sicuro che, ora, il cuore del suo capitano e più bianco verde che mai.
Calcio e Basket non potrebbero essere più distanti..Rooney in NBA avrebbe giocato si e no 2 partite, prima di essere radiato dalla lega..e per dirne uno..