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  • 13:02 il 6 May 2011 Permalink | Rispondi  

    I Lakers perdono anche gara 2 contro Dallas: Los Angeles ad un passo dal tracollo 

    I Dallas Mavericks espugnano ancora lo Staples Center di Los Angeles e con due exploit consecutivi si portano in vantaggio 2-0 nella serie delle semifinali di conference NBA contro i Lakers. Lakers che ora sono definitivamente nel panico.

    Il punteggio finale della partita dice 93 a 81 per i ragazzi terribili del Texas, che adesso diventano davvero i favoriti per raggiungere la finale di conference. La differenza in gara 2 l’ha fatta un terzo periodo straordinario dei Mavericks, con soli 13 punti concessi. I Mavs, guidati da JJ Barea (12 punti alla fine per lui, con 4 assist), subentrante che si é dimostrato imprendibile per i Gialloviola e vera breccia nella difesa di Los Angeles, hanno mostrato una brillantezza e una personalitá invidiabili. Soprattutto dopo i primi due quarti finiti in equilibrio.

    Da notare il 2 su 20 da tre punti per Los Angeles, a dimostrare la fatica a creare tiri non contestati che la truppa di Phil Jackson sta mostrando in questa serie. Miglior marcatore dell’incontro é stato Dirk Nowitzki con 24 punti, 14 piú 9 rimbalzi per Marion. Per i Lakers 23 punti per Bryant, poi 18 per Bynum (con 13 carambole). Solo 11 per Artest.

    Proprio riguardo ad Artest, oltre al danno la beffa, per Los Angeles: Artest salterá gara 3 dopo l’espulsione rimediata mercoledí, dopo un secondo flagrant foul a pochi secondi dal termine del quarto periodo, a partita praticamente conclusa.

    Ora la serie si sposta in Texas, per due partite interne che potrebbero addirittura far chiudere il conto a favore di Dallas. Per i campioni in carica dei Lakers non c’é tempo da perdere, l’unica opzione é quella di scrollarsi di dosso tutte le paure e tornare a vincere immediatamente, perché il punto del 3-0 potrebbe essere fatale.

     
  • 09:35 il 5 May 2011 Permalink | Rispondi  

    Players #10: World Wide Wade 

    Quando il basket diventa la tua unica alternativa di vita non puoi fare altro che dedicare tutto te stesso a quest’arte. Sognare di arrivare ad un punto e realizzare di averlo addirittura superato. Questa è la sintesi della carriera di Dwyane Wade.

    Dwyane Tyrone Wade, Jr. nasce nel South Side di Chicago il 17 Gennaio del 1982. Come per la maggior parte dei bambini di questa zona è difficile crescere in completa serenità e anche Dwyane deve affrontare alcune difficoltà che ne segneranno il percorso di vita. I genitori, Dwyane Senior e Jolinda, divorziano e nonostante il ragazzino vada a vivere con il padre a Robbins, sarà la sorella maggiore, Tragil, a crescere il fratellino nel vero senso della parole, indirizzandolo verso la giusta strada. Dwyane si appassiona al basket guardando le partite dei Bulls di Michael Jordan sia in TV che dal vivo, non appena riusciva a sgattaiolare al Chicago Stadium prima e poi allo United Center. Jordan ha un’influenza talmente forte sul ragazzo che lo spinge a praticare questo sport sin da giovanissimo.

    Sarà la Harold L. Richards High School di Oak Lawn a reclutarlo. Ma Dwyane non diventa subito la star della squadra, lasciando il posto al suo fratellastro, Demetris McDaniel. Il ragazzo cresce qualche centimetro durante l’estate prima del suo anno da Junior e anche i suoi minuti in campo crescono. Chiude la stagione con 20.7 punti e 7.6 rimbalzi a partita. L’anno dopo va ancora meglio con medie di 27.0 punti e 11 rimbalzi che portano la squadra ad un record di 24-5, che la fa avanzare verso la finale per il titolo. Ma nonostante tutte le imprese sportive di grande valore, Dwyane non è propriamente uno studente modello e trova difficoltà a ricevere delle borse di studio consistenti e viene snobbato dai college più prestigiosi a livello cestistico e non. Così solo tre università si fanno avanti: Marquette University, Illinois State e DePaul University di cui quest’ultime due hanno sede nella zona di Chicago.

    Ma il giovane Wade va contro corrente e decide di allontanarsi da casa per frequentare la Marquette University di Milwaukee nel Wisconsin. Per lui è una realtà nuova, ma non è tutto rose e fiori nel modo più assoluto. Dwyane è costretto a saltare il primo anno per problemi accademici regolati dalla cosiddetta Proposition 48 della NCAA che vieta a qualsiasi giocare di partecipare al torneo se non ha raggiunto determinati risultati in ambito scolastico. Il ragazzo riesce a superare questa frustrazione rendendosi eleggibile per la stagione successiva grazie ai buoni voti presi nel suo anno da freshman. Sin da subito ha una voglia matta di giocare e guida l’attacco dei Golden Eagles con 17.8 punti e la conference per palle rubate con 2.47 per partita. Marquette chiude la stagione 2001-02 con un record di 26-7, il miglior bilancio dal 1993-94, ma non basta per accedere al torneo NCAA. Nel 2002-03, Wade (già padre del suo primo figlio, Zaire, avuto dalla sua fidanzata Siohvaughn) porta Marquette al titolo di Conference con un record non molto superiore a quello dell’anno prima, 27-6, ma comunque sufficiente. Il cammino delle aquile dorate però non si fermerà qui. Grazie ai 21.5 punti di media della sua stella, Marquette arriva fino alla Final Four di New Orleans, la prima dal 1977, quando vinse il titolo. L’apparizione, però, durerà ben poco. Kansas è troppo forte e nella semifinale elimina i Golden Eagles con un punteggio eloquente, 94-61. Le fantastiche prestazioni di Wade nel torneo non passano di certo inosservate e viene nominato nel primo quintetto All-America vincendo anche il titolo di MVP del Midwest Regional. Gli occhi cominciano a spostarsi su di lui tanto che decide di dichiararsi per il Draft 2003, uno dei più prolifici della storia in termini di talento.

    La notte del 25 Giugno 2003, Wade viene scelto dai Miami Heat con la numero 5 dietro a LeBron James (stella del mondo liceale), Darko Milicic (promessa non mantenuta del basket europeo), Carmelo Anthony (campione NCAA con Syracuse) e Chris Bosh (poi suo futuro compagno di squadra insieme a LeBron). E’ appunto Pat Riley a credere nelle qualità del ventunenne nativo di Chicago che lo ricambia fin da subito con delle ottime prestazioni. Wade chiuderà la sua stagione da rookie con 16.2 punti, 4.0 rimbalzi e 4.5 assist di media (finisce terzo nelle votazioni per il premio di esordiente dell’anno), dimostrandosi una delle guardie più futuribili della lega. Dopo un 5-15 di partenza, Miami chiude incredibilmente la stagione 42-40 e raggiunge i playoff con il quarto miglior record della Eastern Conference. Al primo turno se la devono vedere con i New Orleans Hornets e la prima sfida è subito emozionante. La partita finisce all’overtime e Wade segna il canestro decisivo regalando la vittoria ai suoi e facendo impazzire l’American Airlines Arena che vede in lui il nuovo idolo della folla e il possibile trascinatore degli Heat del futuro. La squadra passerà il turno al termine di una serie straordinaria culminata con la decisiva gara-7 giocata in Florida. Non ci sarà nulla da fare nel secondo round contro i Pacers, detentori del miglior record della lega, ma il cammino di Wade e compagni è già abbastanza trionfale. L’estate di Dwyane viene segnata dalla convocazione alle Olimpiadi di Atene ed insieme a Carmelo Anthony e LeBron James è il più giovane della selezione guidata da Larry Brown. La spedizione statunitense, però, sarà a dir poco fallimentare e terminerà con la conquista del bronzo quando il vero obiettivo era senz’altro l’oro.

    Prima della stagione 2004-05, l’NBA viene sconvolta dallo scambio che porta Shaq a Miami in cambio di Lamar Odom, Brian Grant e Caron Butler che di fatto consacra gli Heat come una squadra da titolo. La stagione è decisamente positiva con un record di 59-23 e anche Wade incrementa le proprie cifre in maniera esponenziale con 24.1 punti, 5.2 rimbalzi e 6.8 assist che gli valgono la nomina ad MVP (poi vinto da Nash) e la convocazione al suo primo All-Star Game. Miami è ufficialmente una delle favorite alla vittoria finale e la partenza nella post-season è assolutamente fulminea. Senza Shaq, Wade si carica la squadra sulle spalle e segna 26.3 punti di media sbaragliando i Nets con un sonoro 4-0. Stessa sorte tocca ai Wizards al secondo round con un Wade ancora più dominante da 31 punti di media. Il ritorno di Shaq coincide con la finale di conference contro Detroit. La serie è una vera e propria battaglia, ma alla fine saranno i più esperti Pistons a spuntarla ,nonostante un’altra grande serie di Wade, a gara-7.

    Durante la stagione 2005-06, Wade si proclama uno dei giocatori più dominanti della lega, confermando quanto di buono fatto vedere nei playoff dell’anno precedente e guidando la squadra ad un record di 52-30. Dwyane segna 27.2 punti di media e viene ancora una volta convocato per l’All-Star Game. Ma il vero obiettivo è il titolo. Gli Heat non convincono e faticano a superare i Bulls al primo turno che si conclude con un 4-2. Al secondo turno se la devono vedere contro i Nets che vengono sbaragliati ancora una volta, ma per 4-1. In finale di conference si presentano ancora i Detroit Pistons, reduci da due finali NBA consecutive. Ma questa volta gli Heat salgono in cattedra e vincono in una gara-6 che rimarrà storica soprattutto per le condizioni in cui Wade la gioca. Limitato dall’influenza (come Jordan in una finale di qualche anno prima, ndr) mette a segno 14 punti e 10 assist di cui 8 punti segnati sul finire del terzo quarto che hanno voltato la partita in favore degli uomini di Pat Riley. Gli Heat raggiungono così le Finals per la prima volta nella loro storia, proprio come i Mavericks che saranno i loro avversari. Ma le cose si mettono subito male con le prime due partite perse in quel di Dallas ed il titolo che si avvicina sempre di più al Texas. Ma è qui che spunta il carattere e soprattutto la vera natura di supereroe di Flash (così soprannominato da Shaq). In gara-3 segna 42 punti prendendo 13 rimbalzi di cui 15 punti vengono messi a segno nell’ultimo quarto in cui Miami rimonta uno svantaggio di 13 punti con un parziale di 22-7 nel giro di 6 minuti, incluso il jumper di Gary Payton che sigla la vittoria finale. Miami vincerà anche le successive due in casa per poi andare a Dallas per giocarsi il titolo e per consacrare una rimonta che sa di miracoloso. Wade segna 36 punti, zittisce il pubblico dell’American Airlines Center e chiude i conti regalando il primo titolo nella storia della franchigia. Dwyane viene nominato MVP delle Finals diventando il quinto giocatore più giovane a ricevere questo premio e facendo registrare la terza media di punti più alta per un giocatore alle sue prime finali NBA con 34.7 a partita. Durante l’estate partecipa al Mondiale in Giappone con Team USA in cui vince ancora una volta il bronzo.

    La stagione seguente, Wade salterà 31 gare per infortunio, ma viene lo stesso selezionato per il terzo All-Star Game consecutivo e viene anche inserito nel terzo quintetto NBA. La stagione di Miami, però, non è esaltante vista anche la mancanza di Shaq in campo e di Riley sulla panchina per due interventi all’anca e al ginocchio. Nonostante questi importanti ritorni, Dwyane si sloga la spalla sinistra durante un tentativo di recuperare un pallone nella partita dopo l’All-Star break. Il giocatore fa subito sapere che intende operarsi e quindi mettere fine alla sua stagione e alle speranze degli Heat di replicare il titolo appena conquistato. Ma alla fine cambia idea e decide di seguire una riabilitazione momentanea per poter tornare in campo in tempo per i playoff. Dopo aver saltato 23 gare, Wade torna attivo contro i Charlotte Bobcats indossando un lungo tutore per proteggere la spalla ed il braccio. Segnerà 12 punti con 8 assist in 27 minuti nella sconfitta patita all’overtime, ma l’importante è che sia tornato. Miami vincerà ancora la division con un record di 44-38 che la piazza al quarto posto ad Est. Nei playoff, Wade segnerà 23.5 punti di media con 6.3 assist e 4.8 rimbalzi, ma degli Heat emaciati si spengono contro i Bulls con un sonoro 4-0.

    Dopo aver saltato il torneo pre-olimpico, tutta la pre-season e sette gare di regular season, per via delle operazioni subite a spalla e ginocchio, Wade torna sul campo il 14 Novembre 2007. Combattendo con il dolore al ginocchio per tutta la stagione, Dwyane viene convocato per il quarto All-Star Game. Ma grazie alla cessione di Shaq e al suo stato di forma precario (salterà le ultime 21 gare per sottoporsi ad un altro intervento), Miami chiude con il peggior record della lega con 15 vittorie e 67 sconfitte e si assicura una scelta alta al Draft.

    Dopo mesi di riabilitazione per il suo ginocchio, Wade aiuta Team USA a conquistare l’oro alle Olimpiadi di Pechino, pronto più che mai a tornare a livelli alti anche con gli Heat, riuscendoci da subito. Nella stagione 2008-09 guida la lega per punti segnati con 30.2 punti e mette i suoi massimi in carriera per assist (7.5), rubate (2.2), stoppate (1.3), gare giocate (79) e % da tre (31.7). Gli Heat chiudono con un record 43-39 e si piazzano quinti ad Est e affrontano gli Hawks al primo turno, mettendoli in seria difficoltà e perdendo solo a gara-7 nonostante i 29.1 punti di media della loro stella.

    Nella stagione 2009-10, senza un grande cast di supporto, si prende le responsabilità di leader e guida i suoi ad un record di 47-35 che vale il quinto posto ad Est. Dwyane chiude con 26.6 punti, 6.5 assist e 4.8 rimbalzi in 77 gare giocate, venendo nominato nel primo quintetto NBA per il secondo anno di fila ed MVP dell’All-Star Game. Gli Heat accedono ai playoff, ma si trovano di fronte i Boston Celtics che vincono la serie 4-1 solo grazie alla fantastica prova di Wade in gara-4 in cui mette 46 punti di cui 19 segnati nell’ultimo quarto contro i 15 dell’intera compagine bostoniana. Ma questa eliminazione rappresenta solo l’inizio della secondo capitolo della carriera di Dwyane.

    Allettato dal mercato dei free agent, Wade ha l’opzione per uscire dal contratto con un anno di anticipo. I Bulls bussano alla sua porta e l’idea di poter giocare nella sua città insieme ad un suo concittadino come Derrick Rose gli fa brillare gli occhi. Ma Pat Riley promette grandi colpi e il colpo di scena avviene in due caldi giorni di Luglio. Prima viene acquistato Chris Bosh dai Toronto Raptors, mentre il giorno seguente LeBron, a mo di conferenza stampa stile liceale che deve scegliere l’università in cui andare, dichiara di aver deciso di aggregarsi alla compagnia di Bosh e Wade, andando a formare un terzetto delle meraviglie tutto uscito dal Draft 2003. Un regalo straordinario che fa rimanere Dwyane con i piedi per terra e soprattutto in Florida con la speranza di conquistare un altro titolo. Sì, perché a differenza degli altri due, lui è già un campione.

     
  • 14:36 il 3 May 2011 Permalink | Rispondi  

    Portland: un sentiero ben tracciato 

    L’ultimo articolo dedicato alle deluse del primo turno se lo aggiudicano i Portland Trail Blazers, non so perché ho fatto questa bella scelta, magari per concludere con un qualcosa di positivo invece che con i punti interrogativi degli Hornets, o con il ciclo finito di San Antonio, di Portland non si può che fare un’analisi positiva, infatti, nonstante le due vittorie in meno dell’anno precedente, non solo è riuscita comunque a fare i Playoff ad ovest, che non è già facile di suo, ma ha anche mantenuto la posizione dell’anno precedente, cosa che non riesce quasi mai, ai Blazers invece è riuscita, stagione positiva anche perché le vittorie sono arrivate nonostante la valanga di infortuni che ha colpito la squadra, Greg Oden, Brandon Roy, Marcus Camby e ce ne sarebbero altri, ma già con questi Portland ha rischiato di vincere 20 partite invece di 48 ma a metà stagione da Charlotte per il nulla è arrivato Gerald Wallace, un gran giocatore, un gran difensore, un gran tiratore da tre che di sicuro porterà fortuna nell’Oregon anche in futuro, il sesto posto ha però garantito un primo turno micidiale ma affascinante, quello contro i Dallas Mavericks, una delle squadre migliori della Western Conference e dell’intera lega, con la superstar Dirk Nowitzki e il sempre verde Jason Kidd. Dallas avrà pur vinto la serie ma Portland ha mostrato di saper reagire e soprattutto di saper esprimere un buon basket andiamo a vedere quello che è successo nella serie:

    Gara-1: Portland parte bene, non nel senso di vittoria, ma parte molto bene nella prima partita, andando addirittura in vantaggio di quattro a 6:12 dalla fine, ma le magie di Dirk e Kidd riportano Dallas al comando per la gioia di Mark Cuban, a 25.4 secondi dalla fine Kidd mette una tripla da paura e fa punto, gioco, patrita per Dallas. Per Portland, che nel match alterna solo 8 giocatori, si tratta di una sconfitta agrodolce, visto che la partita è stata veramente giocata bene, anche se è mancato l’apporto di gente come Matthews, Camby e Wallace che insieme hanno combinato solo 14 punti.

    Gara-2: resta in linea di galleggiamento Porland fino a metà gara, fino a quando Jason Kidd non decide di salire in cattedra, mette due tiri consecutivi, e sforna assist per un altro straordinario protagonista di gara-2: Peja Stojakovic che fa 5/10 da tre con 21 punti complessivi, anche Dirk fa bene con 33 punti che mandano Portland a casa.

    Gara-3: si sveglia finalmente Portland, nella fattispecie Wesley Matthews che mette quattro triple nel solo primo quarto terminando con 25 punti ed un esaltante 8/12 al tiro dalla lunga distanza, ma i Mavs non mollano e grazie a Jason Terry, 17 punti nel primo tempo, restano attaccati ai Blazers, e sempre con Terry prendono il vantaggio a terzo periodo inoltrato sul 60-58, con Portland sopra di otto è JJ Berea ad accorciare sul meno sei con un’azione di contropiede, e Jason Kidd, assoluto protagonista della serie, ma non della partita, mette la tripla che porta Dallas al meno due, solo apparentemente però, perché gli arbitri utilizzeranno l’instant replay e lo battezzeranno come un tiro da due punti, Miller chiuderà poi la partita ai tiri liberi e consegnerà la vittoria ai sui con il punteggio di 97-92.

    Gara-4: per i Blazers la partita comincia male, infatti il loro giocatore migliore Brandon Roy subisce un brutto fallo ed è costretto a lasciare il campo, inizia allora l’egemonia di Dallas che prende in mano la partita e con Kidd arriva al più undici e, successivamente, con Nowitzki al più sedici, fino ad arrivare ad avere la bellezza di diciannove punti di vantaggio alla fine del terzo periodo con Portland che tira con un pessimo 3/18 dal campo, ma il ritorno di Roy accende i Blazers, proprio Roy con 2.32 da giocare mette il canestro del meno quattro. Ecco a questo punto accade un fatto che ha del clamoroso, Jason Kidd perde stupidamente palla e Roy sul ribaltamento segna di nuovo per il meno due, ed è Roy, l’eroe della serata che con un Four-point play pareggia i conti con 1:06 sul cronometro, ma la storia di gara-4 non finisce qua, Terry dopo il timeout sbaglia una tripla e Portland guadagna il possesso del pallone, e sempre Brandon Roy, caldissimo e decisivo come non mai mette il più due Blazers, Kidd sbaglia la tripla della vittoria e la partita finisce con il risultato di 82-84 con Roy che se ne torna a Dallas da eroe della serata, ma soprattutto con la serie in parità sul 2-2.

    Gara-5: Dallas domina sotto rimbalzo in gara-5 con Tyson Chandler che ne prende addirittura 20, e Jason e Jason fanno il resto dominando la partita, Kidd non esprime molto in zona punti, ma serve la bellezza di 14 assist e Terry fa il resto mettendone 20 in uscita dalla panchina, anche Dirk, non vuole sfigurare ne mette 25 ai quali aggiunge anche 8 rimbalzi, nonostante questo Dallas soffre molto le iniziative di Portland che rimane in vantaggio per quasi tutto il primo tempo, ma i Mavs nel secondo tempo si riprendono in mano la partita, incominciano con un run di 7-0 per finire sopra di dodici, ma non contenti schiacciano gli avversari sul meno venti grazie all tripla di Stojakovic, i Mavs vince con il punteggio di 93-82 e tornano a Portland in cerca della vittoria che significherebbe il passaggio del turno.

    Gara-6: In gara-6 Dallas batte anche la scaramanzia e, dopo nove partite contro Portland in stagione tutte e nove vinte dalla squadra di casa espugna il rose Garden andando a vincere la serie, con Drik Nowitzki che ne mette 33 con 11 rimbalzi e Terry in uscita dalla panchina con 22 punti e 8 rimbalzi, notevole per Portland la prestazione di Gerald Wallace che conclude con 32 punti e 12 rimbalzi che però non bastano ad evitare la sconfitta per 106-93 che sancisce il definitivo 4-2 con il quale i Maverciks hanno eliminato i Blazers.

    Per i Blazers, al contrario delle altre franchigie esaminate in precedenza, il futuro si prospetta molto rosa, visti i giovani giocatori di cui Portland è ben attrezzata, e considerato il salary cup che i Blazers possono vantare, il prossimo anno, si spera definitivamente, tornerà Oden, con tutta probabilità con il minimo salariale e questo potrebbe far ancora più bene alle casse dei Blazers che con un’aggiustatina al fattore fortuna e uno o due acquisti sarebbero veramente una delle squadre più forti e dominanti dell’intera lega.

     
  • 13:44 il 3 May 2011 Permalink | Rispondi  

    La Magia è finita? 

    Non si può di certo definire positiva la stagione degli Orlando Magic. Troppi cambiamenti in corso, troppi lavori di ristrutturazione che secondo molti sono andati a rovinare la chimica di squadra.

    E pensare che fino a due anni fa erano considerati una delle squadre più forti in circolazione, capaci di raggiungere le Finals, poi perse contro i Lakers, e di approdare alla finale di conference l’anno dopo, persa anche questa contro i Celtics. Ma poi cos’è successo? Nessuno si aspettava un cataclisma del genere con mezza squadra mandata via in poco tempo. Prima Rashard Lewis a Washington in cambio di Gilbert Arenas, poi Gortat, Carter e Pietrus ai Suns per Richardson, Turkoglu (al suo ritorno ad Orlando) ed Earl Clark. Insomma, una vera e propria rivoluzione di una squadra che per due stagioni di fila era stata da titolo. Tutto questo avviene il 18 Dicembre, con la stagione appena partita e con tutto il tempo per metabolizzare la trade e puntare ancora in alto. Ma ciò non avviene. Dopo un inizio confortante coronato da ben 9 vittorie di fila, i Magic iniziano a sfaldarsi piano piano chiudendo Gennaio con 10 vittorie e 6 sconfitte, Febbraio con 7-4, Marzo 9-6 e Aprile 5-2. Tutto questo per un record nel complesso buono di 52-30 che li piazza al quarto posto ad Est. La sensazione negativa, però, rimane viva in tutti gli addetti ai lavori. Ad Orlando la magia sembra già finita e qualcosa si è spezzato, come se lo specchio su cui riflettevano le proprie ambizioni si fosse frantumato in mille pezzi. Critiche allo staff tecnico partono come razzi e anche le voci su una possibile partenza di Howard a fine stagione iniziano a farsi bollenti.

    Nonostante tutto i playoff iniziano e la squadra se la deve vedere con gli Hawks che hanno vinto tutte e 4 le gare stagionali contro gli uomini di Van Gundy. Un ostacolo complicato da sormontare che si conferma tale dopo la vittoria di gara-1 da parte di Atlanta che sbanca l’Amway Center per 103-93 a discapito dei 46 punti di Howard. Il centro sarà il top scorer in 5 delle 6 gare giocate e sempre miglior rimbalzista di squadra. Un dato abbastanza eloquente sull’effettivo apporto del resto del team. Fatto sta che Orlando esce al primo turno per la prima volta dal 2007, ma questa eliminazione sa di fine di un ciclo, breve, ma intenso.

    Innanzitutto, sul banco degli imputati finisce come sempre il coach. La reputazione di Stan Van Gundy è in calo e la pazienza sta finendo tanto che si sono già fatti alcuni nomi per il successore. Poi si è passati alla dirigenza che ha indebolito notevolmente una macchina a tratti perfetta e non ha regalato alternative valide ad Howard riducendo il front court con la partenza di uno come Gortat che garantiva minuti di qualità. Infine è toccato anche ai giocatori beccarsi le critiche. Un cast di supporto non all’altezza è stato il più grande problema dei Magic di quest’anno. Nelson che ha giocato una stagione a dir poco inefficiente, i due Richardson hanno fatto quello che potevano, mentre Turkoglu non è più quello che aiutò la squadra ad arrivare alle Finals 2009. Per non parlare di Arenas, a dir poco abulico e mal utilizzato e JJ Redick, sempre infortunato e mai decisivo come ad inizio carriera si pensava sarebbe stato.

    Cosa succederà ora? Non si sa di preciso. Il futuro, per non dire il presente, in quel della Florida è davvero incerto per molti. Howard sembra destinato ad andarsene altrove o quest’anno o nel 2012 e già si parla di rifondazione e quindi di fallimento di un progetto ben costruito, ma mal gestito. A dire la verità, le possibilità di riprendere le redini in mano ci sono tutte. Sondare il mercato per portare a casa qualche lungo decente sarebbe già una soluzione. Non solo per evitare che Howard si prenda tutte le responsabilità offensive e difensive del front court, ma anche per poter tener botta sotto le plance a squadre più preparate e fisiche. Se poi si riuscirà a salvare il salvabile perchè non pensare di portare a casa un certo Chris Paul?

     
  • 23:55 il 2 May 2011 Permalink | Rispondi  

    Speronati! 

    Ha del clamoroso, è solo la quarta volta che succede una cosa simile, ma quando succede rimane impresso nella storia come una cicatrice di guerra, non sto parlando dell’eliminazione dei San Antonio Spurs dai Playoff, quello può succedere, è successo anche l’anno passato, sto parlando del modo con cui è avvenuta, ovvero l’eliminazione di una testa di serie numero 1 da parte di una numero 8, prima del 2011 si era verificato un fatto del genere, come avrete capito, già tre volte nell’intera storia della lega, nel 1994 con i Nuggets che liquidarono i Sonics, nel 1999 con i Knicks che si sbarazzarono degli Heat e uno dei più vicini a noi: nel 2007 Golden State che batte Dallas, quell’anno tra l’altro fu proprio San Antonio a vincere il titolo, stavolta invece, dopo le fatice della stagione regolare, finita con 61 vittorie, sono stati proprio gli Spurs ad essere eliminati, in sei gare dai meno quotati Memphis Grizzlies che, prima di quest’anno, non avevano ancora vinto una partita di Playoff nella loro storia, invece stavolta l’hanno fatta grossa, anzi monumentale, è appurato che ad Ovest tutte e otto le squadre che vanno ai Playoff sono grandi squadre, ma di solito è sempre la squadra con i mezzi migliori a passare il turno e mai la sorpresa, questa volta invece Memphis ha sovvertito i pronostivi mettendo, con tutta probabilià, la parola “Fine” al ciclo Spurs.

    Parlando del ciclo Spurs, era incominciato con la vittoria del primo titolo, ve lo ricorderete, ma se così non fosse, vi rinfrescherò la memoria con una piccola parentesi di storia prima di andare a vedere come è maturato il 4-2 con il quale i Grizzlies hanno sbattuto fuori gli Spurs. Il primo titolo San Antonio lo vince in finale contro i New York Knicks nel 1999 con un netto 4-1, era una squadra diversa, non c’era la star di oggi Manu Ginobili, ma c’era un certo signore di nome David Robinson, e anche un altro interessante personaggio che decise la serie Avery Johnson, attualmente allenatore dei New Jersey Nets, fu una vittoria facile e netta per gli Spurs, ma anche molto fortuanta, perché Patrick Ewing, centro titolare, capitano. leader, stella; insomma chi più ne ha più ne metta, dei Knicks fu costretto a saltare l’intera serie, e anche l’apporto di Larry Johnson, infortunatosi contro i Pacers, fu molto limitato nel corso della serie. Il secondo titolo del ciclo Spurs arriva nel 2003 contro i New Jersey Nets, finale facile, quasi al livello di quella giocata coi Knicks, ma vinta con una gara in più, infatti gli Spurs vinsero la finale in sei partite, con grandi protagonisti i giocatori che oggi conosciamo: Duncan, Parker e Ginobili, di sicuro la più difficile delle finali giocate, e vinte, dagli Spurs fu quella del 2005 contro i Detroit Pistons, vincitori del titolo l’anno precedente, considerati una delle squadre migliori dell’intera lega, San Antonio faticò molto per venire a capo degli avversari, ma alla fine vinse comunque la serie per 4-3, nelle tre finali che abbiamo riportato alla memoria, fu sempre Tim Duncan, il giocatore più rappresentativo degli Spurs a quel tempo, l’MVP delle finali. Nell’ultima finale vinta gli Spurs sbaragliarono i Cleveland Cavaliers di Lebron James e Zydrunas Ilgauskas con un secco 4-0, in una finale dominata dagli speroni, che avevano avuto una grande fortuna nel trovare gli avversari nei precedenti turni dei Playoff, vedi Golden State che elimina Dallas e Utah che elimina Houston, l’unico ostacolo vero furono i Suns che vennero battuti in sei partite, l’MVP delle finale fu Tony Parker che in quella serie diventò il giocatore devastante che oggi conosciamo. Adesso vediamo come i Grizzlies sono riusciti a mandare a casa San Antonio e a sengare la storia, della squadra e della lega, con questa clamorosa e inaspettata vittoria.

    Gara-1: una partita veramente bella gara-1 un capolavoro dei Grizzlies nel vincerla, se non avessero vinto quella partita, a mio avviso, non avrebbero nemmeno vinto la serie, una serie di avvenimenti bellissimi negli ultimi due minuti hanno segnato il match: con Memphis sopra 90-94 Matt Bonner mette una tripla per mandare gli Spurs a meno uno, Allen subisce fallo e sbaglia due liberi, sul ribaltamento di fronte Parker sbaglia il tiro ma a rimbalzo Duncan batte i giocatori di Memphis e serve Bonner per una nuova tripla che porta gli Spurs sopra di due, ma alla fine a spuntarla sono i Grizzlies che restituiscono il favore grazie a Shane Battier che infila, sul 96-98, la tripla del più uno, Richard Jefferson sbaglia l’ultimo tiro dalla posizione che aveva portato tanta fortuna a Bonner e Memphis ottiene un’insperata vittoria per 101-98, nonstante questi emozionanti ultimi minuti i Grizzlies hanno meritato la vittoria molto più di San Antonio che è rimasto aggrappata alla partita quasi fortunosamente, spiccano in questa gara i 24 punti con 9/10 dal campo di Marc Gasol asoluto protagonista della serie.

    Gara-2: Protagonista assoluto di quella partita fu il grande assente di Gara-1 Manu Ginobli che ha dato la spinta giusta agli Spurs per vincere la partita 87-93, con la serie in parità San Antonio ha pensato, male, che Memphis potesse accontentarsi di fare la storia della franchigia, ma ai Grizzlies questo non è bastato, ad ogni modo i migliori di gara-2 li abbiamo in tutte e due le squadre, Memphis che porta ben cinque giocatori in doppia cifra e San Antonio che ne porta sempre cinque, ma fa di meglio madandone tre sopra i 16 punti.

    Gara-3: per la prima partita in quel di Memphis, i Grizzlies non vogliono dare una delusione al pubblico di casa, dominano la partita per tutto il primo tempo, nel terzo e nel quarto periodo, però gli Spurs, lanciano una strepitosa rimonta che li porta al pareggio a cinque minuti dalla fine, ma Memphis si riporta in vantaggio andando sopra di due ad un minuto dalla fine, vantaggio che viene portato a più cinque a 41.6 secondi dalla fine da una tripla di Zach Randolph che in sostanza chiude il match, Randolph autore, tra l’altro di 25 punti il migliore della partita. Risultato finale 91-88 con Ginobili che nel finale non riesce nemmeno a prendere il tiro per provare a pareggiare i conti.

    Gara-4: non c’è più storia nella serie e lo si capisce in questa partita, dominata in lungo e in largo da Memphis, a parte qualche spunto di Ginobili, lodevole il suo doppio over the back nel secondo quarto, i grizzlies nel terzo quarto vanno addirittura sopra di dieci, ma il capolavoro avviene nel quarto periodo, che conclude con cinque giocatori in doppia cifra, tre con 9 punti e uno con 8, che aviene la disfatta dei Texani che arrivano addirittura a meno venti, la spallata finale, se vogliamo individuarne una, l’ha data, nuovamente, Shane Battier con una tripla dall’angolino, Memphis vince 104-86 e si porta nell’incredulità generale sul 3-1 nella serie.

    Gara-5: gara-5 è una partita strana, il protagonista non è un giocatore ma è il quarto periodo, Tiago Splitter e Manu Ginobili disegnano lo scenario del pareggio, Ginobili passa a Splitter che segna con fallo, sul libero Splitter manda corto, ma il rimbalzo è per San Antonio con Jefferson che salva, passa nelle mani di Ginobili che scarica nuovamente su Splitter che pareggia i conti a 78, a 13.8 secondi dalla fine Randolph si inventa il tiro del più tre che, apparentemente, consegna la serie ai Grizzlies, ma non è finita perché Ginobili accorcia a 93-92 grazie all’assist Duncan, ma alla linea dei liberi Randolph fa 2/2 e restituisce il vantaggio a Memphis, su una palla apparentemente persa gli Spurs costruiscono affannosamente e apparentemente lo scenario del pari: Ginobili perde il controllo del pallone, sulla palla vacante si avventa Antonio McDyess che restituisce a Ginobili che è però chiuso da Gasol e Tony Allen ma che in qualche modo trova lo spazio impossibile e pareggia i conti con 2.2 secondi da giocare, ma gli arbitri cambiano il verdetto, con l’instant replay, infatti si nota che Ginobili aveva un piede sulla linea e che il tiro era a tutti gli effetti un tiro da due punti, Randolph fa di nuovo 2/2 dalla lunetta ma Gary Neal il rookie mette il buzzer beater che manda la partita all’overtime, in overtime Mike Conley sbaglia la tripla del pareggio a 13.2 secondi dalla fine e lascia la vittoria agli Spurs, ma la storia era distante ancora una partita e i Grizzlies volevano scriverla in casa loro.

    Gara-6: la chiamano gara-6 ma la leggono tutti storia, la gara in cui i Grizzlies testa di serie numero 8 eliminano gli Spurs testa di serie numero 1 e non solo per questo, ma anche perché la partita ha di fatto chiuso il ciclo Spurs un ciclo leggendario che ha portato nelle casse della società texana dal 1998 ad oggi 4 titoli NBA, 4 titoli di Conference, 8 titoli di Division, 2 titoli di MVP di stagione regolare per Tim Duncan, un titolo di sesto uomo dell’anno di Manu Ginobili, 2 Sportmanship Awards per David Robinson e Steve Smith, 16 nomination per team all-NBA; 8 volte per il primo con Tim Duncan, che ne ha guadagnate anche 3 per il secondo e una per il terzo, altre 4 per il terzo; 2 volte con Robinson e una rispettivamente con Ginobili e Parker, 3 nomination per un all-Rookie team con Parker nel primo, Ginobili e Blair nel secondo e ben 19 per un quintetto all-Defensive con 8 nel primo per Tim Duncan e, sempre nel primo, 5 per Bruce Bowen, 4 nel secondo team per Duncan e 2 per Bowen.

    Un ciclo pieno di successi e soddisfazioni che però si conclude nella maniera peggiore, un’eliminazione al primo turno ad opera della testa di serie più bassa, quest’anno scade il contratto di Parker, e non si sa mai che voglia provare una nuova esperienza, e di Duncan, che di sicuro, come sta gia facendo McDyess, penserà all’ieda del ritiro, quindi un ciclo è chiuso ma con giovani come Splitter, Neal, Hill, Blair e quel vecchio volpone di Ginobili gli Spurs resteranno in linea di galleggiamento.

     
  • Penny 22:35 il 1 May 2011 Permalink | Rispondi  

    Miami domina Boston in gara 1 

    Alla American Airlines Arena di Miami si apre l’attesissima serie tra Miami Heat e Boston Celtics.

    Primo quarto: dopo 1 minuto e 30 senza segnare sono di Wade i primi canestri della serie per il 4-0 Miami di avvio gara. Match fisico e nervoso con un paio di placcaggi in contropiede ai danni di LeBron James; si segna poco e a metà del primo quarto siamo sul 6-6 con tanti errori al tiro e altrettante palle perse. Gli Heat allungano alla fine del quarto grazie alle giocate di Wade (13 punti nei primi 12 minuti di gioco) che porta i suoi sul +6 (20-14).

    Secondo quarto: Rajon Rondo commette subito il terzo fallo e in attacco per Boston è notte fonda con Pierce che forza conclusioni e lascia spazio alle triple di James Jones nell’altro lato del campo: 28-16 Miami. Boston cerca di rientrare sotto la doppia cifra di svantaggio e ci riesce grazie ad un parziale di 7-0 firmato Ray Allen (32-28) ma viene ricacciata immediatamente a -8 da altre 2 triple, una di James e una, manco a dirlo, di Jones. I Celtics continuano a faticare in attacco mentre Miami nel finale di quarto si affida a Wade che con paio di jumper pazzeschi firma il +15 (51-36) con il quale si va negli spogliatoi.

    Terzo quarto: segni di reazione per i Celtics che rosicchiano qualche punto con i canestri di Pierce e Rondo i quali battono un colpo dopo 24 minuti di anonimato, 55-46. E’ un fuoco di paglia perchè Miami tiene botta e mantiene lo scarto sui 10 punti fino ad allungare addirittura sul +17 che diventa +14 grazie alla tripla di Pierce sulla sirena del quarto.

    Quarto quarto: si prosegue sulla falsa riga del terzo quarto con gli Heat che continuano a trovare buone soluzioni in attacco mentre Boston fatica a trovare la via del canestro. A 7 minuti della fine un nervoso Paul Pierce prima reagisce a un brutto fallo di Jones e poi protesta per un fallo di Wade, risultato: 2 tecnici ed espulsione per il 34 dei Celtics. Partita finita? Macchè. Boston rientra da -19 a -8, merito di Allen che segna un paio di triple che valgono l’82-90. Nel finale, però, i Celtics non riescono più a rientrare e vengono condannati da un attacco con poche idee. La squadra di coach Spoelstra vince meritatamente 99-90.

    MVP della partita: Wade 38 punti (14/21 dal campo e 8/9 ai liberi)

     
  • 18:29 il 30 April 2011 Permalink | Rispondi  

    Sixers: The Turning Point 

    E’ il momento della svolta nella Città dell’Amore Fraterno. Non solo perchè un titolo NBA manca da quasi 30 anni, ma perchè è arrivato il momento di mettere su una squadra di grande valore che possa finalmente puntare ai piani alti della lega e non accontentarsi del settimo posto ad Est.

    La stagione è stata comunque positiva con un record di 41-41 che ha permesso alla squadra di accedere ai playoff e vedersela contro i Miami Heat battagliando dall’inizio alla fine in una serie che non è mai stata scontata dove LeBron e compagni hanno dominato solo in gara-2, ma che sono andati solo una volta sopra i 100 punti in tutte e 5 le partite. Il lavoro di Doug Collins si è quindi fatto sentire e Phila per un certo periodo è stata addirittura la squadra più temuta della lega con il nomignolo ingombrante di “Ammazza Grandi” e soprattutto dopo aver cominciato con un pessimo 5-13 che già preludeva critiche a staff tecnico, dirgenza e giocatori, mai in grado, dopo la prima partenza di Iverson, di mettere su un team stabile e vincente per tornare ai fasti degli anni ’80 in cui Phila dominava insieme a Lakers e Celtics.

    Sul banco degli imputati viene messo anche Igoudala che non è mai riuscito a diventare il leader emotivo e spirituale della squadra che, secondo le idee dirigenziali, sarebbe dovuta ruotare intorno a lui per il futuro. Invece, si è parlato di cessione molto a lungo per il numero 9 che alla fine è rimasto per cercare di cogliere il suo ruolo nel migliore dei modi. Diciamo che il compito non è stato superato alla perfezione con l’ex Arizona che ha chiuso con 14.1 punti di media che sono il suo minimo dal 2005-06 (quando era un sophomore), ma si è rifatto servendo il suo massimo di assist con 6.3 a partita. C’è da dire che ha anche saltato 16 partite che rappresentano la più lunga degenza del giocatore da quando arrivò nella lega 7 anni fa. Ma non vogliamo fare un processo ad Igoudala. Più che altro elogiare gli altri giocatori che pur non essendo delle star hanno sempre dato il massimo e che faranno parte anche dei Sixers del futuro.

    Tra gli altri, Spencer Hawes, Lou Williams, Jodie Meeks e Jrue Holiday, senza contare il sempreverde Elton Brand (più anziano del gruppo insieme a Battie) che è stato il miglior rimbalzista della squadra. Ma ne abbiamo tralasciato uno, Evan Turner. Il rookie da Ohio State era stato scelto con la numero 2 allo scorso Draft, ma non ha entusiasmato più di tanto anche se negli ultimi mesi ha incrementato le proprie prestazioni diventando quasi un sesto uomo di lusso dietro al più quotato Meeks e al suo micidiale tiro da tre. Se il suo ruolo sarà questo anche nell’avvenire non possiamo saperlo, ma può crescere e per farlo deve giocare.

    Ma cosa manca ai Sixers per essere una contender? Innanzitutto una stella di primo livello. Il mercato non offre tanto, ma anche un Chris Paul o un Dwight Howard sono sempre ottimi giocatori da poter portare a casa anche sacrificando qualche pezzo ritenuto fondamentale fino ad ora. Ma questo è ovviamente fantabasket. I Sixers devono rimanere con i piedi per terra e cercare di far crescere finalmente un nucleo giovane, dando qualche aggiustatina qua e là, soprattutto in termini di panchina che è stata una delle pecche di quest’anno. Troppi infortuni e pochi uomini nelle rotazioni hanno indebolito un sistema a cui coach Collins ha restituito vigore e disciplina. Le sue parole di conforto prima di gara-1 contro Miami rimarranno epiche. “Dobbiamo difendere su qualsiasi pallone, attaccare qualsiasi spazio e non lasciarli respirare. Ce la possiamo fare ragazzi, io credo in voi!”. Parole che sanno di film hollywoodiano, ma comunque parole forti, da vero e proprio motivatore. Alla fine le cose non sono andate bene, ma quello che conta è il carattere e i Sixers ne hanno veramente tanto da vendere.

     
  • 18:24 il 29 April 2011 Permalink | Rispondi  

    Pungono solo i Lakers 

    Una stagione normale, ecco quello che mi viene in mente pensando ai New Orleans Hornets, anche se, statistiche alla mano, guardando della precdente viene da pensare ad una buona riuscita della squadra, per me non è una stagione normale, ma nemmeno una super stagione, è una cosa a metà, il perché ve lo spiego subito gli Hornets hanno dei giocatori, tali David West, Chris Paul, Trevor Ariza che potrebbero far pensare ad una grande squadra, ma hanno, allo stesso tempo delle difficoltà economiche da far paura, tanto che Stern ad inizio anno aveva lanciato minaccie a tutto spiano, adesso la stabilità economica della squadra della Luisiana resta in bilico, ma i risultati sono migliori. Dal confronto emerge un dato, nove vittorie in più rispetto a quelle dell’anno scorso, con 46 vittorie totali e il settimo posto ad Ovest, purtroppo ciò ha comportato una brutta gatta da pelare ovvero dover affrontare i Los Angeles Lakers al primo turno dei Playoff, non un vantaggio di sicuro, ma con le stesse vittorie dell’ottava classificata avrebbe potuto trovare una squadra come San Antonio, che, nonostante le 61 vittorie in stagione, è parsa sottotono e non irresistibile in questo primo scorcio di Post-Season, chissà se contro gli Spurs degli Hornets così convinti avrebbero potuto passare il turno?

    Ad ogni modo non siamo qui per fantasticare quindi parliamo dei fatti: gli Hornets sono stati eliminati, seppur immeritatamente, alla sesta partita, non sto dicendo che i Lakers non hanno meritato di passare il turno, sto dicendo che New Orleans meritava una gara-7 magari i Lakers avrebbero vinto ma l’avrebbe meritata senza dubbio. Tornando ai fatti analizziamo quali erano i punti di forza su cui New Orleans poteva contare prima dell’inizio della serie, direi che quello che gli Hornets hanno saputo sfruttare, seppur solo in parte è stato mandare Chris Paul, il loro giocatore migliore, in isolamento contro Fisher o in velocità contro i lunghi dei Lakers, lavoro che hanno eseguito discretamente, sono mancati invece nel tiro da fuori con Belinelli che, alla sua prima apparizione nei Playoff, ha concluso con un pessimo 30% al tiro nonostante 21 punti in gara-5 e 11 in gara-6, male anche Ariza con il 33%, l’unico positivo, tanto per cambiare, è stato Paul che ha terminato la serie con il 47% al tiro da 3. Altra cosa in cui New Orleans ha mancato questa volta per sfortuna è stata la presenza in area, questa statistica è stata però deficitaria per il fattore infortuni che ha colpito la spalla migliore di Paul in squadra ovvero David West, che è veramente un secondo violino ideale, Aroon Gray, nonstante ce l’abbia veramente messa tutta facendo anche una bella serie, non è riuscito a sopperire alla sua mancanza. Adesso andiamo a vedere, come abbiamo fatto con i Nuggets gara per gara quello che è successo durante la serie:

    Gara-1: doveva essere l’esempio per gli Hornets, doveva essere uno stampo da imprimere anche sulle gare successive, ma il destino ha voluto diversamente, grande protagonista in gara-1 è stato Chris Paul che ha messo a ferro e fuoco la difesa di LA mandando in tilt Fisher che non è assolutamente riuscito a contenerlo, male negli Hornets tutti gli altri esclusi Jack in uscita dalla panchina autore di 15 punti e Landry che, partendo in quintetto, ha messo a segno ben 17 punti, benino Belinelli che nella sua prima ai Playoff ha messo a segno 10 punti, nei Lakers risaltano i 34 di Kobe, ma soprattuto i soli 8 punti con un misero 2/9 dal campo di Pau Gasol che in questa partita non è stato un fattore.

    Gara-2: in gara-2, la più arruffona della serie, a trionfare, seppur in maniera fortunosa, sono i Lakers con un Kobe da 11 punti e, cosa più importante. da 3/10 dal campo New Orleans gioca male le sue carte andando a tirare poco e male contro la difesa dei rivali con ben sette giocatori con un +/- negativo, e con solo tre giocatori con più di 10 punti, un male, ma con la gara successiva in Luisiana si pensava bene per la squadra di coach Williams.

    Gara-3: in casa degli Hornets i Lakers si ritrovano di colpo e vanno a mettere un 100-86 che zittisce il pubblico della Luisiana con 30 punti per Kobe, 17 per Gasol, 14 per Bynum, 13 per Odom e 10 per Fisher che per la prima volta nella serie riesce a limitare, seppur in maniera parziale Paul che segna comunque 22 punti uno in meno di Landry che è il giocatore che segna di più negli Hornets, da lodare anche il contributo di Artest che sfiora la doppia cifra con 9 punti e gioca benissimo in difesa.

    Gara-4: è Jarrett Jack a chiudere la partita stavolta: si avventa sulla stoppata di Bynum come un falco e mette un liner che spedisce, con 9.7 secondi da giocare, la partita in naftalina, in questa partita il dominio di Paul è stato disarmante, domina su Brynat nel secondo periodo, manda fuori asse Bynum, segna, e fa segnare in contropiede per un totale di 27 punti e 15 assist, Kobe, dal canto suo, perde la sfida personale con il diretto avversario ma, anche se infortunato, riesce a mettere 17 punti, la miglior prestazione della sua squadra, che porta ben cinque giocatori in doppia cifra, però sbaglia l’ultimo tiro sulla sirena, un tiro difficile ma che Kobe ha fortemente voluto.

    Gara-5: Al ritorno allo Staples in gara-5 i Lakers ottengono una vittoria abbastanza prevista e sbaragliano gli avversari sul piano fisico, vedi il poster di Kobe su Okafor, lo stesso Kobe mostra un’aggressività strepitosa nell’attaccare il canestro con due schiacciate da cineteca e con 19 punti e con 8/13 dal campo, bene anche gli altri Lakers: Gasol 16, Bynum 18+10 Fisher 13 Odom 13 e anche Artest con 11, negli Hornets che si sono limitati, dal secondo quarto in poi a fare da spettatori ha dato un ottimo contributo Marco Belinelli con 21 punti uno in più di Paul che però ha aggiunto anche 12 assist.

    Gara-6: al ritorno a New Orleans i Lakers sembrano intenzionati a chiudere la serie, e così faranno, con un totale dominio del campo che si tradurrà in un 98-80, con un Kobe Bryant assoluto protagonista, nel bene e nel male, in vena di spettacolo, sia per il basket giocato sia per il teatrino che ha tirato fuori nei contatti con Smith e Okafor, che erano si duri, ma non da simulare tali dolori, ad ogni modo un Kobe anche in vena di applausi come quelli che fa a Paul che lancia Belinelli, autore di 11 punti, in contropiede, oppure quelli che riserva ad Okafor dopo il fallo, che con tutta probabilità non c’era, Kobe che però fa vedere anche qualcosa di diverso mettendo a segno 24 punti, e che, con l’aiuto di Gasol 16, Bynum 18+12 e Odom 13 fa vincere ai Lakers partita e serie, per gli Hornets di buono si vede i Carl Landry autore di una buona partita con 19 punti e di una grande serie, condotta al massimo con 15.8 punti di media, il migliore degli Hornets dopo Paul.

    In conclusione il fututo in Luisiana è tutt’altro che rosa, visto che la prossima stagione scadrà il contratto di CP3 e che West non resterà da solo in questa squadra. Si vocifera addirittura un possibile trasferimento della franchigia, d’altronde chi verrà a vedere le partite senza i due giocatori più forti? Ed è così che mi sento di concludere con un grosso punto di domanda, quello che tutt’ora gli Hornets rappresentano.

     
  • 14:57 il 29 April 2011 Permalink | Rispondi  

    Bird is the word! 

    C’è chi dice che la stagione dei Pacers sarebbe potuta andare meglio e c’è chi dice, invece, che sarebbe potuta andare peggio. In una Eastern sempre più competitiva non oso immaginare dove si sarebbero potuti piazzare se non all’ottavo posto, comunque guadagnato con sudore ed impegno dopo una stagione travagliata chiusa con un record di 37-45 che se si fossero trovati ad Ovest avrebbe precluso la presenza nella Lottery.

    Invece i playoff, Indiana, li ha fatti eccome, battagliando per 5 lunghe partite contro i Bulls ricordando i vecchi tempi, quando le due squadre si affrontavano per decidere chi sarebbe andato in finale NBA. Ma questo succedeva nella metà degli anni ’90. I Pacers da allora sono molto cambiati e seguendo la linea verde hanno iniziato a ricostruire dalle fondamenta, sacrificando per anni la loro presenza nella post-season che mancava dal 2006. E dire che la stagione era stata segnata dal licenziamento di Jim O’Brien che stava facendo un ottimo lavoro, ma non andava più d’accordo con giocatori e dirigenza tanto da essere confinato e poi scaricato in men che non si dica. Così Frank Vogel viene promosso a capo allenatore e la squadra, guidata dai vari Granger, Hibbert, Hansbrough e Collison, ha raggiunto l’obiettivo più grosso che potesse agguantare.

    Ma quale sarà il futuro immediato della franchigia? Intanto c’è la sensazione che non sarà, nonostante il buon lavoro, Frank Vogel ad allenare i Pacers anche nella prossima stagione. Si sono già fatti i nomi di Lawrence Frank (ora assistente ai Celtics) e Mike Brown, ma se tornasse Larry Bird a sedersi sulla panchina? Il nativo dell’Indiana lo aveva già fatto per 3 anni dal 1997 al 2000 portando anche i Pacers ad una finale NBA, poi persa contro i Lakers. Alla fine del triennio, Larry salì ai piani alti e divenne presidente del club, ma già la mossa di promuovere David Morway come GM nel 2008 lasciava preludere ad un suo possibile ritorno come capo allenatore. Potrebbe quindi essere questa la mossa vincente per far risalire una franchigia giovane e determinata a costruire un futuro brillante?

    Secondo i più scettici, la ridiscesa di Bird non servirebbe a nulla, anzi, i più critici hanno già affermato che servirebbe solo per risaltare la sua immagine come già fece il suo ex compagno Kevin McHale a Minneapolis. I più ottimisti credono che un intervento diretto del biondino da French Lick farebbe solo bene perchè porterebbe esperienza ed intelligenza cestistica ad un ammasso di giovani allo sbaraglio, costruendo così una grande squadra.

    Ma andiamo a vedere cosa mancherebbe a questi Pacers per essere una “Grande Squadra”. L’esperienza, appunto, è un fattore determinante e nella serie contro i Bulls abbiamo visto tutti i limiti di questa squadra. Vantaggi sprecati, difesa e attacco altalenanti e poco concludenti nei momenti più importanti della partita, insomma servirebbe un bel pò di stagionatura a questi ragazzi. Ma il futuro sembra roseo. Negli ultimi anni la dirigenza ha messo insieme un gruppo davvero eccezionale in prospettiva e non si può fare altro che essere ottimisti. Danny Granger, A.J. Price, Darren Collison, Paul George, Roy Hibbert, Tyler Hansbrough, Josh McRoberts e Brandon Rush rappresentano il fronte nuovo della squadra. Poi ci sono i cosiddetti veterani come Dunleavy, Jeff Foster e James Posey che forniscono il loro contributo e che potranno dare una mano alla squadra anche negli anni avvenire. Quindi, quello che bisogna cambiare o rinnovare è davvero poco. Bisognerà avere solo un altro pò di pazienza.

     
  • 14:28 il 29 April 2011 Permalink | Rispondi  

    Denver: la montagna frana 

    Salve a tutti oggi, come avrete capito dal titolo dell’articolo, vi parlerò dei Denver Nuggets, aspettate prima di tutto voglio chiarire una cosa, non ho chiamato l’articolo “La montagna che frana” per una traduzione errata, o per ignoranza, so benissimo che Nuggets in inglese vuol dire pepita, l’ho fatto solo perché Denver si trova in alta montagna e quindi mi sembrava un titolo più che consono, vedo che Nicholas nel primo articolo non vi ha spiegato il modo in cui faremo uscire questi report, bene lo faccio io: non è difficile, ad ogni squadra eliminata verrà dedicato un articolo, Nicholas si occuperà delle deluse dell’ Est ed io di quelle dell’Ovest, e visto e considerato che la prima delusa è Denver incomincerò proprio con i Nuggets.

    Partendo dal campionato precedente, svolto in maniera buona, ma non eccelsa, specialmente nei Playoffs, i Denver i Nuggets si trovavano, in quest’annata, già all’inizio con una bella gatta da pelare, il contratto di Carmelo Anthony, per tutta la stagione, infatti, si è speculato su di lui e alla fine, a tutti gli effetti Melo è stato ceduto ai New York Knicks e Denver è cambiata radicalmente, con l’aggiunta di alcuni giocatori di talento e di sostanza, vedi i vari Gallinari, Chandler e Felton, da quel momento è nata una nuova Denver una Denver che si è ritrovata con il nulla nelle mani, ma capace di trasformare quel nulla in un capolavoro, e grazie ai giocatori sopracitati di portare a termine un campionato di tutto rispetto, infatti se prendiamo in considerazione tutte le squadre che negli ultimi due anni hanno perso i propri giocatori migliori di sicuro Denver è quella che ha perso meno, non per la forza del giocatore perché Melo è sicuramente più forte dei vari Bosh, Williams e Stoudemire ma perché con la trade, che ha spostato Anthony ai Knicks, ha ricevuto delle contropartite che si sono perfettamente integrate nell’organico della squadra del Colorado, al contrario delle altre squadre prendiamo un solo esempio i Cleveland Cavaliers che dopo aver perso James sono arrivati a fine anno con il secondo peggior record della lega. Ad ogni modo Denver ha concluso la stagione in maniera eccelsa, ed è diventata una squadra di stampo Houstoniano, se può passare il termine, con tanti, ma tanti, giocatori forti e bravi e nessuna superstar assoluta, ma in grado sempre, e comunque di reggere una stagione pesante e di arrivare ai playoff.

    Ai playoff Denver ci arriva con addirittura 50 vittorie in stagione regolare cosa inarrivabile per le squadre che abbiamo citato poco fa considerati anche i record, vediamoli: Toronto 22 vittorie; Cleveland 19 vittorie; Phoenix 40 vittorie e Utah 39, ecco tutte le squadre che hanno perso il loro giocatore migliore, hanno ottenuto questi risultati dire che Denver è la migliore è dire poco e c’è da aggiungere che Denver aveva perso un altro giocatore importante: Cauncey Billups altro giocatore strepitoso fondamentale per il gioco della squadra. Nei Playoff al primo turno i Nuggets, come tutti sappiamo, si sono trovati contro gli Oklahoma City Thunder, che avevano vinto 5 partite in più in stagione e che hanno tutt’ora, tra le loro fila, uno dei giocatori più forti del’intera lega Kevin Durant. Si può affermare, e anche tranquillamente a mio avviso, che proprio Durant abbia fatto la parte più grossa del lavoro nella serie, ma andiamo a vedere quello che è successo nella serie per avere una completa panoramica dei fatti:

    Gara-1: I Nuggets affrontano la prima partita in casa degli avversati abbastanza sicuri, visto che la pressione di far bene è fattore che deve pesare ai Thunder, ma questo fattore si rivela decisivo, il gioco di squadra esercita, come sempre, un ruolo fondamentale, con cinque giocatori in doppia cifra e altri due con 9 punti, ma alla fine i Thunder riescono, grazie al contropiede, arma con la quale hanno dominato la serie, a battere gli avversari per 107-103; notabile è il fatto che Durant e Westbrook combinati hanno messo insieme 72 punti(41 Durant; 31 Westbrook) e come solo un altro giocatore dei Thunder sia riuscito a fare più di 10 punti, Maynor con 12.

    Gara-2: è in gara-2, a mio modesto parere, che si è vista la vera differenza tra le due squadre, infatti il problema dei Nuggets di contenere i due fenomeni dei Thunder si è esteso a macchia d’olio, infatti anche Harden, in uscita dalla panchina, Ibaka e Collison sono riusciti a fare male mettendo tutti almeno 10 punti, quindi si può dire che rispetto a gara-1 c’è stato più che un passo avanti un passo indietro da parte della squadra del Colorado che ha portato in doppia cifra quattro giocatori contro i cinque di gara-1, tirando con percentuali basse, vista la difesa asfisiante di Sefolosha e facendo bene solo da dietro l’arco dove appare un confortante 7/15 il risultato rispecchia l’andamento della gara che finisce 106-89

    Gara-3: in questa strana partita le emozioni vengono soprattutto dai momenti finali, ma arrivano per i Nuggets delle buone notizie che si traducono con il ritorno in campo di Aroon Afflalo, che però in partita farà leggermente peggio delle aspettative con 13 punti e con 4/12 al tiro. Della partita c’è tanto da dire i Thunder disintegrano gli avversari in contropiede, ma è anche la difesa dei Thunder a farla da padrona nel quarto periodo con Durant e Perkins sugli scudi, negli ultimi secondi succede di tutto con Westbrook, non il massimo in questa partita, che sbaglia due liberi e J.R. Smith che invece segna due triple accorciando il deficit ad un solo punto, Ibaka segna con una schiacciata sul ribaltamento di fronte ma la gara è ancora aperta e l’ultimo tiro spetta a J.R. Smith, ma la difesa di Harden lo costringe  forzare spaventosamente il tiro e quindi all’errore, l’errore, scusate il gioco di parole, dei Nuggets in questo caso è stato quello di non avere una seconda scelta per il tiro finale che J.R. ha dovuto tirare fuori non si sa come, in gara-3 quindi la serie ha già un vincitore, non reale ma virtualmente è già nelle mani dei Thunder 94-97 e conseguente 3-0.

    Gara-4: in gara-4 Denver gioca bene anzi direi molto bene andando a mettere una buona percentuale al tiro da 3 con 9/19 e, soprattutto, andano a vincere la partita anche se con un piccolo rischio nel finale con i liberi sbagliati da Felton il migliore in campo, Ty Lawson con 27 punti ma anche Gallinari non ha sfigurato con 18 e 3/4 da 3 nei Thunder i soliti due fenomeni mettono insieme la bellezza di 61 punti(31 per Durant e 30 per Westbrook) niente da dire e nessuna critica da muovere in questa partita ai Nuggets.

    Gara-5: In gara-5 per Denver, che avrebbe meritato la vittoria, c’è stato poco da fare con un Durant in quelle condizioni in grado di mettere a segno 41 punti in partita, il suo massimo nei Playoff, come in gara-1, e di fare giocate decisive come la stoppata su Smith nel finale, un altro protagonista della partita lo possiamo individuare in Serge Ibaka, autore di una grande prestazione difensiva con ben 9 stoppate, a discapito della fase offensiva con la miseria di un punto, da notare come Durant abbia pressochè supperito alla mancanza di Russel Westbrook che ha giocato una partita pessima con un misero 3/15 dal campo, nei Nuggets cinque giocatori in doppia cifra con Afflalo, che ha sbagliato l’ultimo tiro autore di 15 punti.

    E’ così che si è conclusa l’avventura in questi Playoff dei ragazzi Mile High City, che chiudono la stagione a testa alta. Sicuramente saranno già pronti ad incominciarne una nuova e a ripetere le gesta di quest’anno, non mi resta che augurargli buona fortuna.

     
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