Forte con i deboli, e debole con i forti? Forse è ancora troppo presto per affermarlo, forse sarebbe meglio aspettare almeno la fine di questa stagione, ma nel caso dei Phoenix Suns questo detto sembra rispecchiare molto bene la realtà delle cose. In effetti, a ben vedere, negli ultimi tre campionati il leit motiv è sempre stato il medesimo in Arizona: buone, anzi ottime regular seasons, alle quali facevano puntualmente seguito play-off al di sotto delle aspettative (eccezion fatta per la stagione 2005-2006, quando la sfortuna, sotto forma di infortuni, rese parecchio difficile la vita ai Soli), con la tanto agognata finale NBA mai raggiunta, per via sempre di batoste prese dalle Texane, San Antonio, due volte, e Dallas.
Diverse sono state in particolare le accuse mosse al coach Mike D’Antoni, sempre comunque stimatissimo in Arizona: un quintetto troppo piccolo, che subisce di continuo a rimbalzo quasi contro chiunque; equilibri difensivi troppo sottili, e di conseguenza squadra che, nelle serate in cui il tiro non va, non riesce a compensare nella propria metà campo; rotazioni troppo corte, che portano la squadra sempre col fiato un po’ corto nei momenti realmente decisivi della stagione. Eppure il coach ex Treviso non ha voluto sentirne di modificare, anche di una sola virgola, la propria filosofia di gioco, e perciò ecco che Phoenix si è ripresentata ai cancelli di partenza della stagione 2007/2008 con un roster pressochè intoccato, e che anzi si è visto privato del lungo di maggior sostanza del team, quel Kurt Thomas in grado di rendersi mlolto utile sotto canestro tirando giù rimbalzi, piazzando blocchi ben eseguiti e difendendo sul lungo avversario più pericoloso. Una cessione effettuata per meri motivi salariali certo, ma che ha tolto di mezzo un uomo molto importante per una squadra dagli equilibri difensivi molto precari, come detto sopra.
Per sostituirlo ecco un giocatore simile per caratteristiche fisico-atletiche, ma certamente ben lungi dall’essere un lungo del livello dell’ex Knick: Brian Skinner è da sempre un cosiddetto journey-man, uno di quelli abituati a cambiare squadra quasi ogni anno, preso dalle varie franchigie più che altro per rattoppare buchi creatisi all’ultimo momento a causa d’infortuni o per fare l’ottavo o decimo uomo; insomma, non certo l’uomo che t’aspetti possa cambiare la tua stagione: trattasi infatti di un lungo rozzissimo tecnicamente, con zero tiro e zero movimenti offensivi (al contrario del buon Kurt, che comunque anche in fase offensiva è un giocatore più che rispettabile), discreto rimbalzista e agonista, buono per far rifiatare il titolare quei dieci-minuti-dieci, ma al quale è impossibile chiedere di più. Insieme a lui, ecco il vero innesto di Phoenix quest’anno: un (forse ex) fuoriclasse che risponde al nome di Grant Hill, uno dei giocatori più sfortunati di sempre, martoriato da infortuni alle caviglie che gli hanno precluso una carriera da autentica superstar quale sarebbe certo diventata (e quale è stata per, ahimè, troppo poco tempo) dato il suo abbacinante talento. Occorre dire che non abbiamo certo davanti il Grant Hill dei tempi d’oro di Detroit, vuoi per l’età (35 anni suonati), vuoi per i già citati e maledetti infortuni, ma comunque l’ex Motown sta disputando una stagione a dir poco strepitosa, favorito certo dallo stile di gioco corri e tira di Phoenix che “gonfia” le statistiche un po’ di tutti; sarebbe però sicuramente anche ingeneroso sminuire il valore di numeri che parlano di 16 punti a partita, conditi con 4,5 rimbalzi, 3,5 assist e percentuali ottime (50% totale dal campo e 87% dalla lunetta). Un acquisto certamente azzeccato dunque, che dà un po’ di respiro alle rotazioni degli esterni di coach D’Antoni, ma che di sicuro non risolve la mancanza principale della franchigia, ovvero chili e muscoli sotto canestro.
Intendiamoci comunque, Phoenix sta disputando una regular season più che buona sinora, con il record che parla al momento di scrivere di un bilancio in attivo, 25W-11L, ed i singoli che stanno certamente rispondendo tutti più che discretamente, almeno sul piano delle cifre: Nash è sempre uno dei migliori 2-3 play della Lega, viaggia alla ragguardevole media di 16 punti e 12 assist (primo assistman della National Basketball Association) ed è la naturale fonte di gioco del team; Stoudemire è l’unica vera opzione in post della squadra, risponde con 22 punti (primo in squadra nella categoria) e 9 rimbalzi di media e gioca con Nash uno dei pick and roll più efficaci e spettacolari della Lega; miglior rimbalzista di squadra è invece Shawn Marion, con oltre 10 di media cui aggiunge 16 punti, quasi 2 recuperi e quasi 2 stoppate, che ne fanno uno dei giocatori più completi sula costa Ovest.
Come non citare poi i vari Leandrinho Barbosa, sesto uomo della squadra che porta in dote oltre 17 punti; Raja Bell, che alla difesa arcigna aggiunge un pungente tiro da 3 che gli permette d’issarsi anch’egli oltre la doppia cifra realizzativa; infine Grant Hill, di cui abbiamo già parlato. Desta invece preoccupazione il rendimento del francese Boris Diaw che, dopo aver portato a casa nel 2006 il premio di giocatore più migliorato (con conseguente contrattone firmato in estate) non ha saputo più ripetersi a certi livelli e si rende utile con appena 7 punti a partita, cui aggiunge 4 rimbalzi e 3,5 assist.
Cifre che parlano dunque di un attacco spumeggiante, con tanti tiri e punti per tutti (ben 5 uomini segnano almeno 16 punti), e una produzione totale che dice 110 per allacciata di scarpe; sempre per rimanere nelle cifre non si può però non notare come Phoenix conceda agli avversari ben 105 punti a partita, frutto sì dei tanti possessi giocati dalla squadra, ma figli anche del fatto che Nash nella propria metà campo è un fantasma, che Marion in ala grande concede almeno 10 cm e tanti chili ai pariruolo, che Stat in difesa, al di là di qualche stoppata e poco altro, ancora non riesce ad essere un fattore, in quanto anche lui in fondo costretto a fronteggiare spesso e volentieri avversari più grossi e fisici di lui.
Insomma, i Suns in questi anni non sembrano aver imparato molto, e il roster è rimasto molto simile, se non negli uomini, nelle caratteristiche di chi lo compone, a quello di tre anni addietro. Un noto detto in NBA recita che l’attacco fa vendere i biglietti, ma la difesa fa vincere i titoli; vedremo se in Arizona con una squadra piccola, prettamente offensiva e con rotazioni scarse sapranno smentirlo. Sarebbe certamente un piccolo miracolo.